lunedì 16 marzo 2026
Michael Farris Smith
venerdì 13 marzo 2026
Nick Tosches
giovedì 12 marzo 2026
Joan Didion
Il suo ultimo desiderio è un bel salto nel tempo, e nel buio, vista “la particolare scabrosità del 1984” che non riguarda gli aspetti orwelliani di quel fatidico anno, ma piuttosto le determinazioni della politica estera del governo americano. L’eufemismo serve a inquadrare per gradi le pesanti ingerenze, i crimini e i misfatti perpetrati dietro il simulacro dell’esportazione della democrazia, allora concentrata sull’America centrale e sul Nicaragua in particolare. Il substrato geopolitico è il collante velenoso di una trama composta da più livelli e strati, spesso in attrito, se non in aperta collisione: Elena McMahon, reporter che ha già vissuto ore drammatiche nel Salvador, si trova a confrontarsi con tutte le sue fragilità. Il matrimonio che sfuma senza colpo ferire, una figlia distante, la campagna presidenziale da seguire, Reagan che domina e imperversa, e gli ultimi giorni del padre sono soltanto le componenti di un elaborato prologo. È proprio al capezzale del genitore che Elena compie un passo fatale: Il suo ultimo desiderio è la richiesta di un’ultima missione, come se l’ambito famigliare fosse rimasto l’unico spazio in cui manifestare una parvenza di fiducia. Essendo “un’epoca in cui nessuna informazione era priva di importanza. Ciascun momento poteva essere visto come connesso a ogni altro, ogni azione come portatrice di logiche seppur ignote conseguenze, un ininterrotto intreccio di ribollente complessità”, Elena si ritrova coinvolta in un turbinio furioso e opprimente di messaggi, segnali, indicazioni, sotterfugi e collegamenti che sottolineano gli strani risvolti delle apparenze e delle contorsioni degli interessi degli Stati Uniti da Miami in giù. La tensione è ben resa da Joan Didion con le reiterazioni coltivate con lucida determinazione: impongono un ritmo serrato, a tratti impenetrabile, nell’elencare i movimenti di un manipolo di personaggi sfuggenti. Alex Brokaw, Bob Weir, Paul Schuster, Mark Berquist, Barry Sedlow, Gary Barnett e, più di tutti, Treat Morrison sono “tessitori di cospirazioni” che ricoprono ruoli differenti, intercambiabili e connessi tra da reti invisibili. Non è chiara la loro collocazione, non c’è alcun organigramma: si sa solo che lavorano per il governo e sono intermediari dei traffici in Guatemala, Costa Rica, Haiti e in tutti i Caraibi. Sono soltanto nomi che hanno un’utilità specifica e momentanea mentre stazionano lungo le piste degli aeroporti, in squallide camere di hotel, sui bordi delle piscine in attesa di “sistemare le cose”. La stessa Elena McMahon è costretta a diventare Elise Meyer e, da messaggera e sostituta del padre, diventa il capro espiatorio e/o comunque una pedina sacrificabile in un contesto ben più ampio e complicato dove le parti in causa si muovono nella più totale ambiguità. Sì, perché “quello era il periodo in cui tanta gente sembrava aver capito come poter sorvolare senza problemi anche le coste di altri paesi, cioè con il denaro contante, per garantirsi una sospensione temporanea dei controlli”, e questo è l’ultimo dei peccati veniali che Joan Didion puntualizza in un romanzo che è un fittissimo concentrato di frasi troncate, silenzi e segmenti che lasciano spazio a tutti i fantasmi dell’epoca, e così sia: “Se adesso ripenso agli avvenimenti di allora vedo soprattutto frammenti, lampi, una fantasmagoria momentanea in cui ognuno si concentrava su un aspetto differente e nessuno vedeva il quadro generale”. Non che sia cambiato molto, il cinismo e la brutalità sono gli stessi, ma almeno provavano a nascondersi nell’ombra dietro false identità, occhiali scuri e cocktail tropicali.
mercoledì 4 marzo 2026
Ted Morgan
martedì 3 marzo 2026
E. L. Doctorow
mercoledì 25 febbraio 2026
Colum McCann
lunedì 23 febbraio 2026
Joy Williams
La strana ecologia del deserto “il suo continuo, inarrestabile conflitto con sé stesso” non è soltanto il paesaggio che domina su I vivi e i morti. Come scriveva Jean Baudrillard, è dove “si rovesciano i termini del desiderio, ogni giorno, e la notte li annienta”. Per Alice, Corvus e Annabel, le adolescenti in cerca di futuro di Joy Williams “lì fuori ogni cosa era così luminosa, così violenta. Non c’era traccia di delicatezza, nemmeno nella luce”. L’ordine, apparente e instabile, è tutto nella “semplice giustizia delle cose” e per le ragazze resta un enigma: hanno caratteristiche diverse, ma condividono l’assenza dei genitori. Ad Annabel è rimasto il padre, Carter ma è coinvolto in una complicata disputa con Ginger, lo spettro della moglie (e madre), una trama parallela che via via diventa più ingombrante. I fantasmi appaiono ai confini del realtà, portano i loro strambi messaggi (avendo una visione ben diversa, tutto sommato) e sono presenze irriverenti che vengono alimentate dai vivi, in un legame dove il ricordo, la leggenda, persino il mito si attorcigliano e si sommano, in un’intricata ragnatela per cui persino Joy Williams è costretta ad “ammettere le difficoltà di tenere il passo con la morte”. Lo sviluppo del romanzo, per quanto intessuto da indiscutibili capacità narrative, non è chiaro. L’intreccio, in fondo, è frutto di conversazioni che fluttuano nell’aria. Le frequenti digressioni e le pur brillanti deviazioni (“Il motivo per cui una pianta sana respinge i parassiti, dicevano, è che nelle molecole delle sue cellule ci sono vibrazioni intensissime. Maggiore è il grado di salute, maggiori sono le vibrazioni. Siccome le vibrazioni dei parassiti si collocano su un livello molto più basso, questi, a contatto con una pianta sana, ricevono uno shock”) vanno di pari passo con le apparizioni repentine di nuovi personaggi, come Emily Bliss Pickless o Kevin e Hickey, che passano il tempo sparando ai cactus, contribuiscono ad alimentare una dimensione multipla tra mondi paralleli dove i morti hanno facoltà di incidere sui “rituali vuoti” dei vivi, con conseguenze imprevedibili. La florida ricchezza della scrittura di Joy Williams, che non perde l’occasione per deviare, scartare ed elevarsi dalla corrente principale della storia, è affascinante, ma anche caotica. La scomposizione dei legami in un pulviscolo di storie e in frammenti che si perdono come tracce nella polvere, è coerente con la rappresentazione incombente del deserto e di una diffusa incomunicabilità che restano l’aspetto più convincente raggiunto da I vivi e i morti. D’altra parte, l’intercalare del dialogo ininterrotto tra Carter e Ginger, alcuni aspetti surreali e onirici, le contorsioni dei personaggi minori che vanno e vengono, qualche incongruenza e parti di discorso che prendono vita in forma autonoma, rendono il racconto farraginoso e labirintico, per quanto non privo di un suo particolareggiato fascino. Ne risulta una lettura bella e difficile che richiede un surplus di attenzione, con poche concessioni al lettore, se non il miraggio di un ambiente impervio, estremo e spietato che ancora delimita i confini americani. Così Joy Williams deve confessare che “scrivere, però, rende tutto al tempo stesso più chiaro e peggiore, sempre che non faccia apparire tutto peggiore senza renderlo più chiaro. Ecco qual è il problema dello scrivere”, ed è proprio quello il paradosso che distingue I vivi e i morti.















