giovedì 22 aprile 2021

Neil Young

Un refrain torna in continuazione nel corso di Special Deluxe e non è un ritornello delle canzoni di Neil Young. È l’aggiornamento dei dati della quantità di anidride carbonica immessa nell’aria e suona paradossale visto che l’argomento unico e centrale sono proprio le automobili, ma per Neil Young le motivazioni vanno un po’ oltre le questioni tecniche e strumentali del collezionismo: “Ho comprato le mie auto per la loro anima. Avevano tutte delle storie. Mi sedevo dentro di loro, percepivo le loro storie e poi scrivevo canzoni partendo da quelle sensazioni. Le auto si portano appresso i loro ricordi. Per me, le mie auto sono vive. Tutte le auto lo sono”. Le digressioni tra una Buick Roadmaster Convertible del 1947 e una Corvette del 1957 si alternano senza soluzione di continuità agli album e alle canzoni e agli scampoli autobiografici. Ci sono storie e momenti, riti e ricordi, a partire dall’età dell’oro seguita al successo worldwide di Harvest che Neil Young ricorda con un pizzico di nostalgia: “La vita ci trattava benissimo. Avevamo un sacco di cose da fare, giovinezza dalla nostra parte, case sulla spiaggia e giorni pieni”. Non sarà sempre così e tra una macchina e l’altra, anche quella stagione di abbondanza e di sogni sfiorisce e per Neil Young si aprono anni di inedita consapevolezza: “Alla fine le avevo provate tutte, avevo ritardato con successo l’inevitabile e per la prima volta da tantissimo tempo a questa parte mi ritrovavo a guardare con obiettività la realtà dritta negli occhi”. Da quel punto di vista Special Deluxe è anche più intimo e introspettivo di come si presentava Il sogno di un hippie. La parte iniziale dedicata all’infanzia è solo il preludio a una fitta sequenza di meditazioni che, tra una carrozzeria e un cambio d’olio, sfociano in vere e proprie   confessioni, più di tutte quando Neil Youn ammette: “Alcune delle cose che ho fatto sono al di fuori di qualsiasi briciolo di ragionevolezza secondo la quale cerco di vivere e tutt’al più sono semplicemente esempi di eccezione alla norma. Forse sono i miei tentativi di cambiare; oppure rappresentano qualcosa che non capisco. Non penso valga la pena approfondire ulteriormente”. Sa anche essere sincero in modo estremo e spiazzante, come nel racconto del finale del tour di CSNY del 1974, a Wembley: “Avevamo tutto ciò che serviva e forse anche molto di più, ma l’ultimo show fu un fiasco, una performance da scoppiati pieni di droga e a oggi resta uno dei punti più bassi di CSNY. La colpa fu di tutti. L’ordine del giorno era: egoismo e autoindulgenza. Il giorno dopo avremmo dovuto tutti licenziarci da soli e, in retrospettiva, forse proprio questo facemmo”. È forse a quel punto che Neil Young si accorge che “il futuro era molto più grande del passato” e comincia a guardare alla sua collezione di berline e fuoristrada con una prospettiva diversa, che nasce dalla rinnovata sensibilità ambientale. Da qui, ecco il conteggio delle percentuali di inquinamento, l’esplorazione di fonti energetiche alternative e rinnovabili, l’insistenza nel cercare di comprendere e di spiegare le qualità dell’etanolo cellulosico. Neil Young non si nasconde e, presto o tardi spunta la voce dell’indomito ribelle: “Le multinazionali non sono la gente. Non possiedono la coscienza di un genitore attento alla sicurezza dei propri figli. Le multinazionali sono guidate dai report finanziari trimestrali e fino a quando non perderanno il potere che stanno esercitando le leggi saranno fatte soprattutto in funzione dei guadagni finanziari a breve termine”. Se questa è la realtà, Special Deluxe è stravagante quel tanto che basta da confermare l’assioma per cui “la bellezza e l’insostituibile qualità dell’originalità vivono per sempre”. Deve essere vero, perché in due righe è condensata tutta la vita di Neil Young.

giovedì 8 aprile 2021

Amity Gaige

Una barca a vela, un sogno che prende tutto, e che diventa una destinazione, ancora prima di partire. Michael è risoluto nel voler offrire alla sua famiglia l’occasione di mollare il tedio suburbano del Connecticut, e lui è il primo a voler provare l’ebbrezza di un anno di tregua dalla vita di travet delle assicurazioni, e come non notare il riferimento alla professione di Wallace Stevens. La poesia è la stella polare della moglie Juliet, che è perseguitata da un fantasma dell’infanzia e soffre di depressione, condizione che la porta a trovare più di un’affinità con Anne Sexton, a cui da tempo si sta dedicando, salvo badare ai figli Sybil e George. E così il bagaglio è già ingombrante alla partenza. La geografia che attraversa i Caraibi è quel “troppo nulla” tra la “dorsale di monti e il vago mare in cui l’esodo perso delle canoe affondò senza traccia”, come la descrive il miglior anfitrione possibile, Derek Walcott, e il viaggio è double face: si passa dal paradiso alla tempesta, dal coraggio alla disperazione, dalla bonaccia alla burrasca. Michael ha impegnato tutto se stesso, e le proprie risorse, nell’impresa, ed è convinto che sia soltanto l’inizio di una svolta più ampia. Juliet l’ha assecondato, tra mille titubanze e altrettanti dubbi, considerando l’ipotesi di uno sbaglio, anche se nel memorabile incipit, La sposa sul mare si premura di smentirlo dato che “un errore ha le sue radici sia nel tempo siano nello spazio: nel modo di ragionare di una persona e nel luogo in cui si trova. L’errore si situa precisamente nel punto di intersezione fra queste due dimensioni, che sono, in termini nautici, le sue coordinate”. La trama in sé è spietata, e lo si intuisce fin dai soggetti che La sposa del mare lascia affiorare, senza falsi pudori. Impossibile non tornare ai capisaldi inamovibili del canone americano secondo Harold Bloom: mare, madre, notte, morte, però distribuiti da Amity Gaige in un fitto arcipelago di storie. Quelle parole ritornano con la stessa frequenza dei punti cardinali nella navigazione e l’alternarsi delle voci di Juliet e di Michael ha un effetto ipnotico. È vero che “al mare non importa chi sei”, ma l’oceano tanto li unisce quanto li divide. Per Michael “vivere con una persona depressa è difficile. È come essere sposati con la marea”. Juliet sa che “nessuno può mantenere una promessa, perché nessuno continua a essere la stessa persona per un tempo sufficientemente lungo”. Nel frattempo, il glossario della vela e della navigazione irrompe a più riprese e la metafora marinaresca prende il sopravvento. Michael è convinto che “a volte lottiamo con tutte le nostre forze contro la corrente ma ci muoviamo appena. Altre volte non facciamo nessuna fatica, scivoliamo sul pelo dell’acqua come una foglia”. A Juliet resta l’espressione palese di un rimpianto: “Se fossimo vissuti con una mente marina, avremmo potuto avere un matrimonio marino. E avremmo potuto amarci in modo diverso. Ovvero, al di là del meritarcelo”. Fin dalle prime battute è evidente che qualcosa pesa sulla coppia: “le costruzioni sul cuore” sono ostacoli insormontabili e le domande di Michael e Juliet sono allarmi di un naufragio imminente. La terraferma è molto lontana e, sì, sono “sulla stessa barca”, ma ci sono distanze che non si possono misurare. E non è finita lì, anzi. Amity Gaige ha scritto un romanzo claustrofobico e liberatorio, concavo e convesso nello stesso tempo, che pone il lettore davanti al mare aperto e lo attira, con un’attrazione magnetica, nel gorgo di Juliet e Michael. La sposa sul mare è animato da una tensione indefinibile che non molla nemmeno nelle ultime pagine perché, in effetti, non finisce. Si spegne in un’appendice schizzata dall’intrusione di altre voci che forse sono soltanto echi che rimbalzano tra le barriere coralline, e l’istinto è di rileggerlo subito. Qualcosa potrebbe essersi perso nell’odissea subtropicale di Juliet (lei e la barca che porta il suo nome): la saggezza di un ospite, la gioia di un’acrobazia, il coraggio nelle intemperie, l’interpretazione della giungla, e quelle risposte che fluttuano ancora tra le onde, inafferrabili.

martedì 6 aprile 2021

Anna Wiener

Da New York, dove lavora per un’agenzia letteraria a San Francisco, in un tuffo senza rete nel mondo delle start up, Anna Wiener si lascia irretire dall’urgenza delle innovazioni tecnologiche e ne insegue il miraggio, pagando un prezzo che La valle oscura espone senza reticenze. La distinzione è già palese tra le due città: se la frenetica New York aveva una parvenza di attinenza alla realtà, nella salutista Silicon Valley è tutto un trend e/o un brand e non c’è contraddizione nell’inseguire gli ideali del fitness e nello frangente spararsi strisce di cocaina più lunghe delle linee di codice. È tutto centrifugato dentro un obiettivo né dichiarato né precisato e forse è proprio quello il senso comune che avvolge La valle oscura. Anna Wiener sa descrivere la vacuità della bolla informatica, l’ambizione, neanche tanto dissimulata, del tech (come lo chiamano gli insider) di governare il mondo, incluso il continuo richiamo alla speculazione economica. Sono le estreme conseguenze del cosiddetto sogno americano (o di quel che ne rimane) nell’inseguire una processione digitale che ha più dell’ineluttabile che dell’incredibile. La valle oscura diventa asfissiante e subdola nell’imporre modalità di comportamento, ovvero logiche esistenziali sovrapponibili ai regolamenti professionali. Bisogna essere “devoti alla causa”, un mantra ripetuto con frequenza ossessiva, indispensabile a sviluppare il culto dell’azienda: nella mancata distinzione tra orario di lavoro e tempo libero, quello smart working che in realtà è soltanto working e nemmeno tanto smart, il tempo si volatilizza, diventa un elemento impalpabile, sfuggente, tanto è vero che Anna Wiener si accorge che “il futuro era sfocato, il presente instabile”. La vita, che si svolge tutta nella rete, è determinata dalle onnipresenti app, e si risolve in una serie di riunioni, incontri, appuntamenti, ogni orizzonte piatto come lo schermo dei laptop. La tensione è palpabile e La valle oscura non risparmia nessuno: le discriminazioni di genere, di razza (persino di carattere) sono all’ordine del giorno e la volubilità induce persino a pensare al corpo come a un accessorio, uno strumento. Sono le estreme conseguenze  dello svilupparsi ipertrofico della rete con i suoi impliciti rischi, non ultima l’intrusione del governo nella privacy, e, non di meno, lo sfruttamento senza limiti della sfera personale. L’algida natura digitale pare compensata da un’ipersensibilità che La valle oscura ospita come la nebbia di San Francisco, e così Anna Wiener ammette candidamente che “l’elaborazione come hobby mi fece provare affinità per la cazzate fredde e impersonali della cultura aziendale. La sincerità radicale spesso mi appariva come un crollo della barriera tra soggettivo e oggettivo. Poteva assomigliare a crudeltà. Ma pareva funzionare”. Non più del tanto: i rapporti sono sfilacciati e dominati dai luoghi comuni, e Anna Wiener sente di aver perso il contatto quando si accorge che il mondo dei suoi vecchi amici “era sensuoso, emozionale, complesso. Era teoretico ed espressivo. A volte poteva essere caotico. Non era il mondo che il software di analisi dei dati agevolava. Era un mondo che non ero più sicuro di poter dire mio”. La valle oscura prende forma come un diario di bordo quotidiano, che cerca di districarsi tra codici linguistici superficiali: c’è qualcosa di meccanico nella scrittura di Anna Wiener, una ripetitività assorbita dall’ambiente, appena mitigata da una saltuaria vena ironica. Vale come testimonianza diretta, senza filtri e censure, di un mondo autoreferenziale, concluso su se stesso, per quanto abbia dimensioni potenzialmente infinite, da ogni punto di vista. Il limite rispetto all’umanità e all’imperfezione della vita, così come lo presenta La valle oscura è invisibile, ma fortissimo e c’è tutto nel racconto di Anna Wiener, ma non c’è niente che già non sapevamo.

mercoledì 24 marzo 2021

Edward L. Bernays

Nel 1956 W. Howard Chase, presidente della Public Relations Society of America dichiarava: “La pretesa dichiarata di plasmare o influenzare la mente dell’uomo mediante le tecniche che applichiamo, ha creato in molti di noi un senso di profondo disagio morale”. L’ammissione, un po’ tardiva, giunge quando “l’ingegneria del consenso” come la definisce Edward L. Bernays è ormai diventata onnipresente e pervasiva, ma è proprio grazie a Propaganda se sappiamo distinguere i mezzi utilizzati per “manipolare l’opinione pubblica”. È utile precisare, fin dal principio, che Edward L. Bernays non è un attivista o un ribelle iconoclasta: è un insider che ha lavorato con le maggiori società  industriali e commerciali americane (nonché per lo stesso governo), inventando, di fatto, l’idea moderna delle pubbliche relazioni. La sua dissertazione è neutra, scevra da posizioni ideologiche, tesa a far notare la rilevanza e la praticità della propaganda, ritenuta ineluttabile, evidentemente. Edward L. Bernays la concepisce come uno strumento, con tutta una sua complessità, e se ha un’ambiguità è perché “dal punto di vista etico, la propaganda ha con l’istruzione il medesimo rapporto che ha con la politica o con le imprese. Rischia di essere usata male, sfruttata solo per elogiare in maniera capziosa un’istituzione e per inculcare valori artificiali nella testa della gente. Non ci sono garanzie contro gli utilizzi abusivi”. Risalendo al 1922, la sua analisi ricuce, con un linguaggio chiaro e accessibile, il corso della propaganda bellica con le successive evoluzioni nell’informazione politica e nella pubblicità, comunque tese a “incanalare le reazioni di un’intera collettività sfruttando un vecchio luogo comune o creandone un altro”. Edward L. Bernays segue e illustra molti casi specifici, sfoggiando una convincente propensione allo storytelling, ma considerando passo per passo tutte le possibili strutture della propaganda, dalla “creazione di circostanze” alla “spettacolarizzazione dei punti forti”, dall’utilizzo di processi associativi e reiterazioni alla determinazione dell’offerta (molto acuto il passaggio dedicato al rapporto tra domanda e offerta rispetto al mondo dell’artigianato e dell’industria) fino al concetto di “interpretazione continua” e all’estensivo impiego delle interazioni psicologiche (Edward L. Bernays era nipote di Freud). Un corpus destinato a spiegare come la propaganda “vede l’individuo non solo come cellula strutturata, correlata, all’interno di un’unità sociale. Se tocchi un nervo sensibile ottieni una reazione automatica da parti specifiche dell’organismo”. La metafora antropocentrica è finalizzata a illustrare l’obiettivo finale perché “per essere un collettivo, e quindi soggette alla psicologia delle folle, le persone non devono per forza formare materialmente un’assemblea o una turba di insorti, perché l’uomo è gregario per natura anche quando è solo soletto nella sua stanza, con le tende tirate. La sua mente conserva gli schemi e i modelli che vi sono stati impressi dall’influenza del gruppo”. Molti anni dopo Elias Canetti in Massa e potere avrebbe scritto che “la massa ha bisogno di una direzione”, ma Edward L. Bernays aveva già predetto che “la manipolazione consapevole e intelligente delle abitudini e delle opinioni strutturate delle masse è un elemento fondamentale della società democratica. Coloro che riescono a padroneggiare questo ingranaggio invisibile della compagine sociale costituiscono un governo occulto, il vero potere che dirige il paese”. L’idea di “governo invisibile” si protrae lungo tutti i saggi di Edward L. Bernays, anche quando la propaganda si applica all’ambito industriale e commerciale: “Oggi le aziende puntano a fare della popolazione il proprio socio, una novità favorita da tutta una serie di cause, alcune economiche, altre dovute al crescente interesse della gente per le imprese, e dalla maggiore comprensione del pubblico interesse negli affari. L’azienda ha capito che il suo rapporto con il pubblico non si limita alla fabbricazione e vendita di se stessa e di tutte le cose che rappresenta agli occhi della gente, la propria immagine”. Quando l’ingombrante presenza del “governo invisibile” si riflette nella costruzione secondo cui “l’opinione pubblica è il partner occulto di tutti i grandi progetti”, la somma è quella “realtà incontrollabile”, così come la descriveva Don DeLillo, e come la viviamo tutti i giorni. Chissà cosa avrebbe detto Edward L. Bernays delle attività di profilazione o dell’incessante martellare degli algoritmi, ma intanto era arrivato, già allora, a capire che “il vero problema che deve risolvere la politica nella nostra democrazia moderna è come convincere i nostri governanti a governare sul serio”. Eh, sì: Propaganda va infilato proprio tra L’opinione pubblica, di Walter Lippman, e I persuasori occulti di Vance Packard a completare la conoscenza dei meccanismi decisionali che ci piovono in testa.