Con la scusa di cercare una valigia piena di poesie di Antonio Machado, persa durante la sua fuga dal regime franchista, Jim Harrison s’impegnava spesso in lunghi tour in Francia dove, per inciso, i suoi romanzi hanno avuto un successo stabile e continuato, più che in America. Scorpacciate di formaggi, ostriche, frattaglie e abbondanti degustazioni di vini l’hanno condotto a considerare che “in quanto scrittori dovete calibrare con attenzione gola e scrittura. Nonostante le vostre lamentele, avete molto tempo per farlo. Il buon cibo è molto più importante della scrittura mediocre che invade la terra”. Esagerato, spudorato, divertente, unico, Jim Harrison non concede tregua e, tra un bicchiere e l’altro, ne ha per tutti: dall’editoria alle politiche americane, dal fast food a Hollywood, i suoi strali si alternano a ricette singolari (come le “scaloppine d’anatra con ciliegie e grappa”, presa in prestito dallo chef Mario Batali, che firma l’introduzione) o alle celebrazioni poetiche di García Lorca e John Keats. Le avventure di un gourmand vagabondo che compongono questa raccolta di articoli sparsi in un ampio arco temporale, dal 1981 al 2015, con il loro taglio autobiografico costituiscono a creare un ritratto singolare di Jim Harrison. La dedizione alla gastronomia e all’enologia che, a saldo delle intemperanze pantagrueliche, si risolve con la consapevolezza che “con le giuste cose da bere e da mangiare si può vivere bene. Sta a voi scoprire quali sono” è totale e incondizionata. In cima a tutto ci sono il culto dell’aglio (“Partiamo dalle basi: l’aglio. Se non c’è aglio, lasciate perdere”) e la religione del tabasco, poi la predilezione per la selvaggina e per la pesca. Le scelte culinarie sono ricercate e spontanee nello stesso tempo visto che Jim Harrison si considera “più un tipo da osteria” e sa apprezzare piatti rudimentali. In Un pranzo da re trovano posto preparazioni tradizionali (non mancano parecchi menù italiani) con associazioni curiose, come capita con “riso e fagioli” che Jim Harrison presenta così: “Sono cibi vigorosi. Lo capisci già entrando nei bar messicani o nei bar cubani che ci sono in Florida, oppure ascoltando il mio attuale gruppo rock preferito, i Los Lobos. Quella è musica da riso e fagioli. È l’incredibile musica di strada”. Quando ascolta Leonard Cohen, Robert Johnson o Aretha Franklin non tocca né pietanze né bevande, perché quelle emozioni vengono da una riserva speciale e meritano tutta l’attenzione possibile. D’altro canto “uno scrittore è il cartografo di un paese immaginario in cui, volente o nolente, vive e costruisce un paesaggio. La sua anima è una miniera in cui scava continuamente. La sua incontinenza mentale trabocca senza argini” e la joie de vivre che pervade Un pranzo da re è eccessiva, senza limiti e con regole tutte sue. Proprio per questo, Jim Harrison, nonostante tutto, è rimasto un outsider che ha saputo riconoscere “l’innaturalità dell’atto di scrivere, che non condividiamo con nessun’altra specie” perché “scrivere è sospetto quanto collezionare buchi di ciambelle o usare i cellulari”. Le iperboli sfumano nelle sequenze finali che raccontano il dolore e il prezzo da pagare per una vita di abbondanti libagioni e lì Un pranzo da re lascia affiorare la parte più intima e malinconica del carattere di Jim Harrison che riconosce come se sue parole siano “solo impacchi caldi per lenire una realtà inaccettabile” e che, un brindisi dopo l’altro, “il banale vino dell’illusione consiste nell’aggrapparsi saldamente a tutte le risonanze di ciò che vediamo nello specchio, dentro e fuori”. Gli sbalzi d’animo sono fisiologici nell’imperfetto stile di vita che pervade Un pranzo da re e Jim Harrison conclude raccontando che il suo umore “si raddrizzava sempre quando trovavo un tronco di quercia su cui sedermi per poi fissare intensamente il paesaggio. Se lo guardi sufficientemente a lungo entrerà nei tuoi sogni”. Ce lo immaginiamo ancora ad Arles, in un bistrot sulle rive del Rodano, ad aspettare la sua andouillette, con l’immancabile bottiglia di Bandol di Domaine Tempier, l’eterna sigaretta (i vizi non bastano mai) a ricordarci che “se Adamo ed Eva avessero mangiato il serpente invece della mela il mondo sarebbe un posto migliore”. Avrebbero dovuto cucinarlo con un bel prosecco a portata di mano, che è sempre utile: sfogliate Un pranzo da re e capirete perché.
lunedì 13 luglio 2026
lunedì 6 luglio 2026
Stephen King
Il “grande freddo” secondo Stephen King è sospeso in un limbo evanescente dove visioni, fantasmi, luoghi comuni e uno straordinario accumulo di particolari, simboli, motti, facezie e riferimenti storici danno corpo a un incubo “maledettamente americano”. Il gruppo di ragazzi dell’ipotetica Harwich ricorda molto da vicino quelli di It, ma i mostri che devono combattere non sono invisibili o immaginari. Lungo le dimensioni temporali e spaziali di Cuori in Atlantide il confronto si sviluppa attraverso diversi gradi di separazione: bambini/adulti, uomini/donne, sogni/realtà e guerra/pace, con la pesantissima incombenza del Vietnam che aleggia dall’inizio alla fine. Cuori in Atlantide ripropone un punto di vista diffuso e sicuramente l’atmosfera di un paese spaccato in due, che si ripiega sulle singole personalità. È infatti questa una delle caratteristiche fondamentali e la differenza di Stephen King da scrittori (più o meno suoi coetanei) che vedono nella folla e nello stato i sintomi di paure e follie collettive mentre per lui sono solo ed esclusivamente individuali. Nei destini di Bobby Garfield, Carol Gerber e John Sullivan prende forma un quadro molto dettagliato dei Sixties, con tutti i riti di passaggio dell’epoca: se “comprare un disco dei Rolling Stones passa per un atto rivoluzionario” e frequentare con profitto il college è l’unica alternativa alla leva, la frattura si propaga più in profondità e si consuma in un conflitto aperto e durissimo, ma anche piuttosto aleatorio perché “se ricordate molto degli anni Sessanta, allora non c’eravate”. La sottile ironia aiuta Stephen King a ingolfare Cuori in Atlantide di metafore, digressioni, parallelismi e piccole, velate referenze ed esplicite citazioni (con una speciale attenzione per Il signore delle mosche) disseminate qua e là perché “certe volte la visuale ti si amplifica e anima di speranze. Certe volte credi di poter vedere dietro gli angoli e forse è così. Quelli sono momenti belli”. Se è necessario identificare una costante, nell’insistente fluidificare delle immagini di Cuori in Atlantide, va cercata nell’azzardo, allegoria che ricorre tra scommesse e interminabili partite a carte, come se tutta l’era in sé fosse una sfida. Pur diffondendo un fitto pulviscolo di messaggi, Stephen King lascia aperte molte finestre e alle legittime domande dei protagonisti (“Chi sono quelli come noi?”) associa una questione più ampia: “Quanti della loro età ce l’avevano messa tutta per dimenticare chi erano stati e in che cosa avevano creduto durante gli anni tra l’assassinio di John Kennedy e l’assassinio di John Lennon a New York?”, collocando così tra le due fatidiche date l’infinita deriva del continente americano. All’interno di un segmento ancora più breve, tutto in meno di un anno, tra Woodstock e il massacro alla Kent State University, gli eroi di Cuori in Atlantide scopriranno di essere “umani” come tutti, anche se in quei momenti avevano pensato di “essere qualcos’altro, ma non era così”. Le dicotomie generazionali, culturali, sociali, politiche si riducono per poi perpetrarsi a ciclo continuo, ma l’unica verità intravista ancora con un ideale di prospettiva è che “il tempo passa e tutto diventa più grande eccetto noi”. Resterà la musica, quella sì, intoccabile e inarrivabile: Cuori in Atlantide è punteggiato in ogni frase e in tutti i frangenti più importanti da una miriade di canzoni di Phil Ochs e Bob Dylan, dei Rolling Stones e dei Beatles, dei Doors e di Sly & Family Stone, Hang On Sloopy e 96 Tears nonché Twilight Time dei Platters, che da sola, e già dal titolo, racchiude tutto lo spirito dei tempi.
giovedì 25 giugno 2026
Larry McMurtry
Per comprendere a fondo l’emblematica figura di Custer bisogna cominciare dalla constatazione che era un giocatore e che lo stile di vita coincideva con l’azzardo, senza distinzioni tra carte, cavalli o manovre militari. È un punto di partenza necessario perché l’agile e brillante ricostruzione biografica di Larry McMurtry ne osserva a distanza ravvicinata il lato umano e privato, al di là della prosopopea ufficiale, che resta molto ambigua. Tiene in considerazione il ruolo della moglie, soprattutto dopo la disfatta di Little Bighorn, e i ripetuti tentativi di riabilitare la memoria del marito. Attraverso le pieghe del matrimonio, definisce il carattere arrembante e un po’ vacuo di Custer, per niente incline alla disciplina, al punto che per lui “gli ordini non significavano nulla”, e propenso a lasciarsi travolgere dalle contraddizioni. All’epoca dell’espansione verso la frontiera, con tutto il drammatico retaggio della guerra di secessione alle spalle, Custer diceva: “Invadendo le loro terre sacre, manderemo gli indiani su tutte le furie e apriremo loro la strada per una terribile vendetta. Il costo supererebbe di gran lunga qualsiasi beneficio scientifico o politico che si potrebbe ottenere anche nelle circostanze più favorevoli”. Una dichiarazione paradossale per un condottiero che “non voleva fastidi” e “voleva solo ingaggiare battaglia” e, inserito alla perfezione nella macchina bellica, era pronto a seguire la predazione sistematica delle terre e la distruzione delle culture native. Tre date distinguono il contesto. Il 29 novembre 1964 l’esercito a massacrò più di duecento indiani nei pressi del Sand Creek, una ferita rimasta aperta nei secoli. Il 21 dicembre 1866 Cavallo Pazzo imperversa contro le truppe del capitano Fetterman in un episodio poi riportato da Michael Punke in Il crinale e preludio a quello che succederà dieci anni dopo, il 25 giugno 1876, con la débâcle di Little Bighorn e la morte di Custer. Larry McMurtry, che ha il dono della sintesi e nello stesso tempo la capacità di una visione molto più ampia e articolata riesce a vedere e a collocare in quel preciso istante, una svolta epocale: “Se si analizza la battaglia del Little Bighorn da un punto di vista letterario invece che storico, viene da pensare che rappresenti il momento conclusivo del racconto della colonizzazione americana”. Custer è stato soltanto un piccolo tassello di una lunga e sanguinosa transizione: l’ultima vittoria indiana è anche l’inizio della fine e arrivati a quel punto “in un certo senso, si può vedere l’intero continente, da Point Barrow al Golden Gate, come un unico grande furto di terra”, e su questo non c’è alcun dubbio, compresa l’estinzione forzata dei bisonti e le brutali circostanze delle corse all’oro. Le apparenze che smaschera Larry McMurtry sono diverse: la sconfitta di Custer diventa una leggenda, una nuova epopea americana, grazie alla crescente società dello spettacolo, impersonata nel West da Buffalo Bill. Le informazioni cominciavano a correre più veloci attraverso la fotograia, il telegrafo e la ferrovia e Little Bighorn venne trasformata, con un processo alchemico affascinante, in un attimo di gloria perenne. Non sarà né la prima né l’ultima volta. L’America non ne ha mai abbastanza: sventola le bandiere, celebra gli eroi e resta a guardare, ma soltanto Larry McMurtry è riuscito a cogliere lo spirito dei tempi: “Per tre secoli gli indiani avevano contato qualcosa e avuto un posto centrale nella storia americana. Poi sparirono. Fu davvero strano. Qualcosa era finito, ma né i bianchi né gli indiani sapevano che cosa. Su tutti cadde una specie di lutto, anche se nessuno sapeva bene cosa si stesse piangendo”. Fine della partita: la cavalleria non tornerà a casa, le tribù scompariranno e sui resti delle battaglie ormai passeggiano i turisti, ignari e vincitori su tutto.
venerdì 19 giugno 2026
James Ellroy
Gangster, politici, mercenari, detective, trafficanti, femme fatale e animali notturni padroni di un’assoluta ambiguità: ognuno vuole una bella percentuale e un pezzo del quadro generale, ma nessuno sa come è fatto. Le trame si moltiplicano per partenogenesi, ogni personaggio coinvolto e partecipe ha più di un ruolo, e il doppio gioco è il minimo sindacale. I nomi della realtà e della fiction non si distinguono, si sovrappongono e si finiscono le frasi a vicenda: nella sfilata di vecchie conoscenze e fantasmi vanno contati Ward Littell, Jimmy Hoffa, Pete Bondurant, che “spezzava manette a mani nude” e “si diceva uccidesse per 10.000 dollari e un biglietto di andata e ritorno”, Lenny Sands, Howard Hughes, John Edgar Hoover, Allen Dulles, Kemper Boyd, l’agente infiltrato con un ampio mandato “perché se posso scegliere i monomaniaci con cui lavorare, preferisco lei”, Mickey Cohen, Ava Gardner, e i Kennedy. Con la loro reputazione viene smantellata pezzo per pezzo il mito stesso dell’America. La politica è “pura seduzione”, ma non c’è molto altro. I complotti sono il frutto avvelenato di una “compartimentazione” dove una mano non sa cosa fa l’altra, ma tutti ballano la stessa danza: il governo in tutte le sue deviazioni, FBI e CIA, la mafia e i ribelli pro e contro Cuba, Hollywood e tutti i suoi bassifondi, il Ku Klux Klan, sceriffi e banditi e dozzine di disperati e outsider, ognuno con un prezzo da pagare e un vicolo buio davanti. American Tabloid è qualcosa di più di uno sguardo nel mondo delle ombre che governano attraverso gli intrighi, le congiure, piani più o meno riusciti. Seguirne i personaggi vuol dire entrare in una spirale di assurdità, dove esistenze al limite si nutrono di veleni in forma di memorandum, dossier, rapporti, trascrizioni, intercettazioni e nell’ingorgo “le parole diventano ambigue. Astrazioni che passano per fatti. Un linguaggio pieno di eufemismi”. Un flusso venefico di informazioni che ha lo scopo di screditare i Kennedy, ma gli obiettivi, come qualsiasi altra cosa in American Tabloid, sono fluttuanti, effimeri, modificabili all’evenienza e possono variare: a volte sono i casinò all’Avana, altrimenti le mosse di Marylin Monroe, o la distribuzione di sostanze stupefacenti o di tacchini agli indigenti, nessuno si ferma mai, perché “se sei nel giro, sei nel giro”, e non ci sono molti modi per uscirne vivi. Con la fedele colonna sonora a cura di sua maestà Frank Sinastra, i vortici portano a Los Angeles, New York, New Orleans, Chicago, Miami, Washington, e ogni città è un ganglio nevralgico diverso e sono tutte collegate da un flusso elettrico sotterraneo e inarrestabile. È “un viaggio di andata e ritorno all’inferno”, con coltelli, pistole e fucili a canne mozze, armi in ogni bagagliaio, armi ovunque, e soldi “riciclati, nascosti, riparati, al sicuro dalle tasse, reinvestiti: prestati a sindacalisti corrotti, spacciatori di droga, strozzini e dittatori fascisti legati alla mafia”. La vittoria di Kennedy il nove novembre 1960, apre l’era della Nuova Frontiera, ma dietro la retorica proseguono gli addestramenti per l’invasione di Cuba, “che significa affari” e che si risolverà in un disastro piegando, dal quel momento, la curva degli eventi. Fidel Castro resterà un gran un mal di testa per tutti, le frustrazioni americane si accumuleranno mentre “il traffico sfrecciava veloce. Visioni fugaci: sei Nixon, tre Kennedy”, e una percezione di un futuro ancora più nebuloso e contorto, più o meno fino al presente che stiamo vivendo. D’altra parte, James Ellroy non fa sconti e ci trascina in gironi sempre più torbidi, ingolfati di dossier, alcol, fango, segreti e misfatti, paranoie, truffe, cospirazioni con quello stile sincopato e frammentario, che si adatta alla perfezione ai protagonisti, reali e no, compresi quelli che poi guadagneranno terreno in altri romanzi, primo tra tutti Freddie Otash, poi il fisarmonicista Dick Contino, che diventerà protagonista di Notturni Hollywoodiani, come se American Tabloid fosse davvero “un terremoto di grado 9.9, ma puramente mentale” la cui onda d’urto si è propagata incontrollabile.
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