C’è un Altrove che si può immaginare e sognare, come un’imprevedibile svolta della sorte, in particolare quando pare segnata e ineluttabile. È la condizione unica ed estrema di tutte le donne d’Irlanda convocate da Jane Urquhart che “abitavano le latitudini più settentrionali, vicino alle acque artiche. Erano tormentate dai ritornanti. Uomini, paesaggi, stati d’animo se ne andavano e tornavano di nuovo. Così per anni, per decenni. L’acqua era sempre della partita, giovinezza esasperata o vecchiaia esasperata. Poi c’era l’assenza. Così andavano le cose per le donne di questa famiglia. Faceva parte del loro destino”. I paesaggi fluviali, lacustri e marini sono un orizzonte esclusivo e infatti la percezione di un Altrove comincia con un naufragio e poi, dalla spiaggia e tra rovesci e fulmini, prende forma “un sommario delle condizioni nel mese di novembre del 1846”: la carestia e il dominio inglese non lasciano alcuna speranza e Jane Urquhart trova modo di sottolineare la feroce distanza tra i proprietari terrieri, Granville e Osbert Sedgewick, che si trastullano con le loro velleità poetiche e scientifiche e le poverissime famiglie che soffrono in “un mondo perduto che comprendeva ogni perdita” e “che avrebbe richiesto anni per essere conosciuto e compreso”. Una ferita secolare ed è così che la ricerca di un Altrove, oltre l’oceano, diventa la sola possibilità per lasciarsi alle spalle la fame, la miseria, l’oppressione. Sulla rotta atlantica, un viaggio che non prevede ritorno, si dirama un albero genealogico le cui articolazioni femminili, Mary, Eileen, Deirdre, Esther stanno “ricomponendo, riaffermando una lunga storia già raccontata, ricordandola, richiamandola alla memoria”. Seguendo le voci di una saga orale tramandata di donna in donna, di madre in figlia, Jane Urquhart assembla una fittissima trama, farcita con l’assidua determinazione degli ambienti circostanti, l’evocazione di elementi fantastici, l’intercalare di canzoni, poesie, leggende e i contrasti religiosi e politici con una ricchezza spropositata volta a definire “il potere, la collusione, la potenzialità della tragedia”. L’aspro e densissimo racconto procede a ondate, anche se in effetti è piuttosto lineare, solo che intervengono molti fattori, spesso divergenti e incongruenti: il Canada è l’Altrove dell’Irlanda, ma non è esente dalle fratture e dalle divisioni, dai conflitti e dalle intemperanze così come dall’asprezza del clima e del territorio. L’universo creato dai pionieri, i nativi che sbucano dalle foreste, avventurieri e danzatori (“Un vero irlandese sa sempre quel che sta dicendo un ballerino”), uomini che scavano nella terra e che coltivano intrighi, si susseguono agli occhi di Mary prima e di Eileen poi, per rigenerarsi nei ricordi di Esther. I panorami acquatici, dal ruscello al lago, sono il cordone ombelicale con l’Irlanda che non si può tagliare e passo per passo, una ballata celtica dopo l’altra, Jane Urquhart celebra con estrema generosità l’Altrove femminile, che riesce a sopportare addii e abbandoni, fatiche e dolori, ambiguità e tradimenti. È una questione di sopravvivenza e un luogo nella memoria dove, pur sapendo che, anche lì e così ovunque nello spazio e nel tempo, “ogni angolo è un segreto e la tua storia è una menzogna”, sono conservati il calore di una scintilla, l’attimo di un respiro, il riflusso di un’ultima onda, e spesso non serve molto di più.
martedì 24 marzo 2026
lunedì 16 marzo 2026
Michael Farris Smith
Burdean e Keal vivono di espedienti e di incombenze che gli vengono affidate da voci distanti e anonime e che accolgono senza discussioni, perché non pare abbiano tante alternative. All’inizio di Lupi nella notte devono recuperare qualcosa, e ben presto scoprono che è una bambina nel bel mezzo di una carneficina. È chiaro fin da subito che non sono gli unici a occuparsene, e verranno assecondanti anche da Cara, una ragazza con un tot di problemi, ma non è la sola: ognuno è inseguito dai propri fantasmi, che affondano nell’infanzia e che si riflettono nei tentativi di proteggere la bambina. Il collegamento tra sogni e realtà e ricordi, o per dirla con Michael Farris Smith tra “il reale e l’immaginario, il sognato e il vissuto”, è costante e detta le condizioni estreme che i Lupi nella notte devono affrontare nei boschi del Mississippi. L’indicazione geografica è precisa ma relativa: potrebbe essere ovunque, perché la topografia di un romanzo denso e anomalo come Lupi nella notte è riferita a una periferia nelle profondità dell’anima. Tra premonizioni, fantasie ancestrali, insonnia e smarrimento sono tutti estranei, e rimangono legati soltanto dall’istinto di sopravvivenza in un paesaggio desolato. Si trovano spesso in una sorta di déjà vu e in “quella situazione, quando in un istante un luogo può cambiare per sempre. Il suono, l’atmosfera e la personalità di anni o persino decenni spazzati via con un soffo, potente e fatale”. Per lunghi momenti, dove le atmosfere ombrose dominano incontrastate, la missione di Burdean e Keal si trasforma in “un’immersione finale nelle tenebre più complete”. Le continue dissolvenze, rese alla perfezione dallo stile scabro ed essenziale di Michael Farris Smith, sono i contorni di un fragile equilibrio di sfumature crepuscolari, dove la notte domina come se non dovesse finire mai e l’alba è soltanto uno squarcio di luce provvisorio: “Emersero dalle strade di campagna prive di segnaletica e svoltarono in una statale. C’erano cassette postali sul ciglio della strada, alla fine di vialetti di ghiaia, e più indietro case addormentate che giacevano tranquille e silenziose nel buio. I cani sonnecchiavano nelle verande e alzavano la testa per osservare quel rumoroso oggetto che si muoveva nella notte, poi tornavano a dormire quando il ruggito del motore scompariva. Le luci del mondo apparivano nelle fluorescenze delle stazioni di servizio, nei semafori rossi lampeggianti, nel giallo dei lampioni, per poi scomparire nello specchietto retrovisore mentre l’auto seguiva la statale oltre la misera cittadina ed entrava in una nuova oscurità”. È tutto dimesso rovinato, abbandonato ed è in “quel mondo macilento” tratteggiato da Michael Farris Smith nei minimi particolari che il destino di Keal e Burdean si avvinghia a quello della bambina. Si scoprirà come gli oscuri appetiti siano stati scatenati dal fatto che è portatrice sana del dono prezioso di decidere il tempo e la pioggia e il vento. Un bel mistero. Sono inseguiti da un killer, Wayman, che non si fa molti scrupoli: si lascia dietro una scia di cadaveri, pare indistruttibile e non appena si presenta piovono fiamme e proiettili in continuazione. Tornano alla casa di Cara perché non sanno dove andare, ma è una trappola e tra Burdean e Keal si insinuano il sospetto e il dubbio e un’intera palude esistenziale che sembra nutrirsi degli stessi umori dell’ambiente circostante. Detto questo, anche nel corso delle azioni più violente, Lupi nella notte è pervaso dalla dimensione dei sogni e di una realtà ambigua, tra le foreste, i motel e le strade senza nome dove “le stesse cose nascono e le stesse cose muoiono e lo stesso fiume scorre e lo stesso fuoco brucia. Gli stessi cuori si spezzano e gli stessi pazzi crescono”. Insolito, magnetico e visionario, Lupi nella notte è un romanzo che brucia, lasciando nell’aria la sensazione di aver scoperto qualcosa di potente, ma difficile da decifrare.
venerdì 13 marzo 2026
Nick Tosches
Dentro la trama a incastri vertiginosi, che corre con la velocità propria di un thriller, Le triadi ha una costruzione complessa perché segue il flusso economico e l’intreccio (non relativo) tra il traffico di stupefacenti, le movimentazioni finanziarie e le forniture belliche, in quadro di allucinante corruzione che comprende istituzioni internazionali e interi governi. Fin qui nessuna novità, rispetto alle notizie di cronaca, anche se Le triadi ha modo e spazio per approfondire le triangolazioni storiche e geopolitiche visto che Nick Tosches padroneggia senza tentennamenti le differenti terminologie, a partire dalle annotazioni tecniche dovute all’associazione tra i narcotrafficanti e le speculazioni bancarie, con tutte le mostruose contabilità di riferimento, fino alle sfumature linguistiche, tra i dialetti italiani e le derivazioni cinesi, negli antichi rituali della mafia e delle triadi che si contrappongono al moderno vocabolario dell’economia globale. Un flusso frenetico e coinvolgente, a cui è impossibile resistere: si parte dalle strade di Brooklyn per finire alla deriva nel bel mezzo dell’oceano Pacifico e nella sterminata teoria di personaggi dispersi tra un emisfero e l’altro, si impone la figura di Johnny Di Pietro. È un processo che avviene per gradi, anche se è molto rapido nel suo sviluppo: all’inizio è soltanto un rappresentante della benemerita società all’interno del sindacato dei netturbini con un matrimonio ormai inaridito e un’esistenza che si trascina senza particolari scosse, il più delle volte restando ai margini e nell’ombra. L’anonimo tran tran viene ribaltato quando Johnny viene scelto dagli anziani della famiglia per gestire le novità del patto con le triadi, per il controllo mondiale della fornitura, della distribuzione e, in definitiva, del mercato degli oppiacei. Non è un affare qualsiasi, e questo, pur nel corso turbolento del romanzo, Nick Tosches lo spiega con estrema precisione, lasciando intravedere le connessioni storiche tra i principali paesi consumatori, quelli dove si è radicata la produzione, e i conflitti che li hanno coinvolti, dal Vietnam all’Afghanistan. Per Johnny è un’iniziazione continua e ininterrotta dominata dal tradimento come forma di possibilità riconosciuta e riconoscibile, dalla pseudocultura dell’omicidio e dei suoi derivati principali: paranoia e paura che imperano e determinano ogni singolo gesto pubblico o privato che sia. L’avidità è l’unico faro, la fiducia è considerata una fragilità inconfessabile anche se Johnny trova nell’amicizia con Louie Bones, un appiglio e un rinforzo per svolgere un incarico che non prevede alternative. Le incognite sono infinite, a partire dal dubbio intrinseco di essere soltanto un minuscolo ingranaggio in un meccanismo smisurato, occulto e spietato. Tra indicibili atrocità, astruse operazioni monetarie, pranzi e cene con menù impeccabili, Le triadi vede Johnny e Louie stare all’erta giorno e notte viaggiando senza sosta da New York a Hong Kong fino all’Italia. Se spiccano le cartoline da Milano e Palermo, è vero anche che, con un bicchiere in una mano e la pistola stretta nell’altra, si accorgono che “il mondo era un cavallo nero pullulante di malattie, e correva follemente verso l’inferno. Loro non stavano facendo altro che montare quel cavallo per un unico terribile momento. Solo un momento. Quel terribile momento”. Nick Tosches non ha bisogno di aggiungere altro: Le triadi non concede indugi e se l’unica certezza resta indefinita è perché arrivati alla fine, le parole non servono più.
giovedì 12 marzo 2026
Joan Didion
Il suo ultimo desiderio è un bel salto nel tempo, e nel buio, vista “la particolare scabrosità del 1984” che non riguarda gli aspetti orwelliani di quel fatidico anno, ma piuttosto le determinazioni della politica estera del governo americano. L’eufemismo serve a inquadrare per gradi le pesanti ingerenze, i crimini e i misfatti perpetrati dietro il simulacro dell’esportazione della democrazia, allora concentrata sull’America centrale e sul Nicaragua in particolare. Il substrato geopolitico è il collante velenoso di una trama composta da più livelli e strati, spesso in attrito, se non in aperta collisione: Elena McMahon, reporter che ha già vissuto ore drammatiche nel Salvador, si trova a confrontarsi con tutte le sue fragilità. Il matrimonio che sfuma senza colpo ferire, una figlia distante, la campagna presidenziale da seguire, Reagan che domina e imperversa, e gli ultimi giorni del padre sono soltanto le componenti di un elaborato prologo. È proprio al capezzale del genitore che Elena compie un passo fatale: Il suo ultimo desiderio è la richiesta di un’ultima missione, come se l’ambito famigliare fosse rimasto l’unico spazio in cui manifestare una parvenza di fiducia. Essendo “un’epoca in cui nessuna informazione era priva di importanza. Ciascun momento poteva essere visto come connesso a ogni altro, ogni azione come portatrice di logiche seppur ignote conseguenze, un ininterrotto intreccio di ribollente complessità”, Elena si ritrova coinvolta in un turbinio furioso e opprimente di messaggi, segnali, indicazioni, sotterfugi e collegamenti che sottolineano gli strani risvolti delle apparenze e delle contorsioni degli interessi degli Stati Uniti da Miami in giù. La tensione è ben resa da Joan Didion con le reiterazioni coltivate con lucida determinazione: impongono un ritmo serrato, a tratti impenetrabile, nell’elencare i movimenti di un manipolo di personaggi sfuggenti. Alex Brokaw, Bob Weir, Paul Schuster, Mark Berquist, Barry Sedlow, Gary Barnett e, più di tutti, Treat Morrison sono “tessitori di cospirazioni” che ricoprono ruoli differenti, intercambiabili e connessi tra da reti invisibili. Non è chiara la loro collocazione, non c’è alcun organigramma: si sa solo che lavorano per il governo e sono intermediari dei traffici in Guatemala, Costa Rica, Haiti e in tutti i Caraibi. Sono soltanto nomi che hanno un’utilità specifica e momentanea mentre stazionano lungo le piste degli aeroporti, in squallide camere di hotel, sui bordi delle piscine in attesa di “sistemare le cose”. La stessa Elena McMahon è costretta a diventare Elise Meyer e, da messaggera e sostituta del padre, diventa il capro espiatorio e/o comunque una pedina sacrificabile in un contesto ben più ampio e complicato dove le parti in causa si muovono nella più totale ambiguità. Sì, perché “quello era il periodo in cui tanta gente sembrava aver capito come poter sorvolare senza problemi anche le coste di altri paesi, cioè con il denaro contante, per garantirsi una sospensione temporanea dei controlli”, e questo è l’ultimo dei peccati veniali che Joan Didion puntualizza in un romanzo che è un fittissimo concentrato di frasi troncate, silenzi e segmenti che lasciano spazio a tutti i fantasmi dell’epoca, e così sia: “Se adesso ripenso agli avvenimenti di allora vedo soprattutto frammenti, lampi, una fantasmagoria momentanea in cui ognuno si concentrava su un aspetto differente e nessuno vedeva il quadro generale”. Non che sia cambiato molto, il cinismo e la brutalità sono gli stessi, ma almeno provavano a nascondersi nell’ombra dietro false identità, occhiali scuri e cocktail tropicali.
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