mercoledì 25 febbraio 2026

Colum McCann

Tre racconti aspri e sanguigni riportano ad angoli di un’Irlanda umile, spezzata e ferita che vive ogni giorno come una lunghissima incognita. Come ogni cosa in questo paese comincia con una cavalla intrappolata in un fiume, ingrossato dall’alluvione. Padre e figlia tentano di salvarla, e ormai stanno per lasciarla andare, quanto intervengono i soldati (inglesi, ma non ci sarebbe bisogno di precisarlo) che la riportano a riva. È già un segnale potente dell’equilibrio della narrativa di Colum McCann, che riesce comunque a connettere poli che stanno agli antipodi. Il contrasto è immediato, violento, drammatico: un racconto di una mezza dozzina di pagine che dice già tutto dell’Irlanda, dei Troubles, della fatica, del dolore e della sopportazione, dove anche un tazza di tè assume i connotati dell’ambiguità che divora un intero paese. Legno riprende gli stessi temi, ed è ancora protagonista la donna, la madre. C’è una progressione nei tre racconti della sua figura: non c’è nel primo (ma la sua assenza determina la direzione della storia), è incastrata nel difficile contesto famigliare di Legno ed è sola e indipendente in Sciopero della fame. Passaggi singolari, ma evidenti. La prospettiva, però, è per tutti e tre i racconti dal punto di vista del figlio, del bambino, del ragazzo che in Legno si districa nella vita rurale e nota un’Union Jack sul bavero di un cappotto, un simbolo molto ingombrante, che non può sfuggire. Si nota anche una continuità paesaggistica tra Legno (“Ho guardato le querce dietro la segheria. Stavano impazzendo nel vento. I tronchi erano alti, solidi e grossi, ma i rami si prendevano a schiaffi, l’un l’altro come le persone”) e Sciopero della fame (“Il ragazzo osservava dalla cima del promontorio sopra la città. Vide la vecchia coppia uscire dal cortile di casa con un kayak giallo. Se lo sistemarono a fatica sulle spalle, e di diressero al molo”). È uno scorcio di un’altra parte dell’Irlanda, sulla costa occidentale: “Dunque, era questa Galway, la città dove una volta sua madre trascorreva le estati: il sole, i campanili, le cassette postali verdi, l’aspro applauso dei gabbiani, le montagne che sfumavano in lontananza come un dono di naturale semplicità”. Siamo lontani da Belfast e dall’Ulster, ma non così distanti. Madre e figlio (Kevin) vivono in condizioni precarie, lei suona nel pub, e lui ascolta quelle che “erano per lo più canzoni d’amore, e notò che le piaceva molto usare la parola oceano”. Alla radio sentono David Bowie e gli Stones, ma le notizie che arrivano non sono buone. È il momento di Bobby Sands e ai detenuti in sciopero, grazie a sua maestà Margaret Thatcher, non è riservata alcuna pietà, “niente status politico”, nessuna concessione. A dirla tutta, per intero, come dice la madre, “nessuno sa nemmeno più cosa significhi diritto civile, e nel dirlo la voce le era scivolata nel falsetto, quasi il passato le fosse appena fuggito sorprendendola con la sua scomparsa”. L’amarissimo, brutale stillicidio della protesta e la sua cadenza mortale scorre in parallelo con la scoperta della vita da parte di Kevin che si trova a fantasticare un ruolo, uno spazio, un momento per ogni passo: “Era per strada. Era a un funerale. Aveva una molotov fra le mani. Era nella cella di una prigione”. In realtà è in riva all’oceano, con la marea che “si muoveva con insistenza” e la sua è quella percezione senza filtri, diretta, sulla pelle che si condensa nella scrittura di Colum McCann.

lunedì 23 febbraio 2026

Joy Williams

La strana ecologia del deserto “il suo continuo, inarrestabile conflitto con sé stesso” non è soltanto il paesaggio che domina su I vivi e i morti. Come scriveva Jean Baudrillard, è dove “si rovesciano i termini del desiderio, ogni giorno, e la notte li annienta”. Per Alice, Corvus e Annabel, le adolescenti in cerca di futuro di Joy Williams “lì fuori ogni cosa era così luminosa, così violenta. Non c’era traccia di delicatezza, nemmeno nella luce”. L’ordine, apparente e instabile, è tutto nella “semplice giustizia delle cose” e per le ragazze resta un enigma: hanno caratteristiche diverse, ma condividono l’assenza dei genitori. Ad Annabel è rimasto il padre, Carter ma è coinvolto in una complicata disputa con Ginger, lo spettro della moglie (e madre), una trama parallela che via via diventa più ingombrante. I fantasmi appaiono ai confini del realtà, portano i loro strambi messaggi (avendo una visione ben diversa, tutto sommato) e sono presenze irriverenti che vengono alimentate dai vivi, in un legame dove il ricordo, la leggenda, persino il mito si attorcigliano e si sommano, in un’intricata ragnatela per cui persino Joy Williams è costretta ad “ammettere le difficoltà di tenere il passo con la morte”. Lo sviluppo del romanzo, per quanto intessuto da indiscutibili capacità narrative, non è chiaro. L’intreccio, in fondo, è frutto di conversazioni che fluttuano nell’aria. Le  frequenti digressioni e le pur brillanti deviazioni (“Il motivo per cui una pianta sana respinge i parassiti, dicevano, è che nelle molecole delle sue cellule ci sono vibrazioni intensissime. Maggiore è il grado di salute, maggiori sono le vibrazioni. Siccome le vibrazioni dei parassiti si collocano su un livello molto più basso, questi, a contatto con una pianta sana, ricevono uno shock”) vanno di pari passo con le apparizioni repentine di nuovi personaggi, come Emily Bliss Pickless o Kevin e Hickey, che passano il tempo sparando ai cactus, contribuiscono ad alimentare una dimensione multipla tra mondi paralleli dove i morti hanno facoltà di incidere sui “rituali vuoti” dei vivi, con conseguenze imprevedibili. La florida ricchezza della scrittura di Joy Williams, che non perde l’occasione per deviare, scartare ed elevarsi dalla corrente principale della storia, è affascinante, ma anche caotica. La scomposizione dei legami in un pulviscolo di storie e in frammenti che si perdono come tracce nella polvere, è coerente con la rappresentazione incombente del deserto e di una diffusa incomunicabilità che restano l’aspetto più convincente raggiunto da I vivi e i morti. D’altra parte, l’intercalare del dialogo ininterrotto tra Carter e Ginger, alcuni aspetti surreali e onirici, le contorsioni dei personaggi minori che vanno e vengono, qualche incongruenza e parti di discorso che prendono vita in forma autonoma, rendono il racconto farraginoso e labirintico, per quanto non privo di un suo particolareggiato fascino. Ne risulta una lettura bella e difficile che richiede un surplus di attenzione, con poche concessioni al lettore, se non il miraggio di un ambiente impervio, estremo e spietato che ancora delimita i confini americani. Così Joy Williams deve confessare che “scrivere, però, rende tutto al tempo stesso più chiaro e peggiore, sempre che non faccia apparire tutto peggiore senza renderlo più chiaro. Ecco qual è il problema dello scrivere”, ed è proprio quello il paradosso che distingue I vivi e i morti.

venerdì 13 febbraio 2026

Robbie Robertson

Quei bravi ragazzi amavano il cinema in bianco e nero, ma ne hanno fatte di tutti i colori: Insomnia, titolo quanto mai appropriato, è il resoconto dei giorni (e delle notti) del vino e delle rose condivisi da Martin Scorsese e Robbie Robertson che, in prima istanza, li ricordava così: “Nel periodo in cui io e Marty eravamo stati insieme, uscivamo, vivevamo, lavoravamo insieme, c’erano momenti in cui stavamo ascoltando qualcosa e ci guardavamo l’un l’altro con un pensiero: questo momento è molto speciale, proprio questo, adesso, ascoltando questa musica. Quella sensazione ti attraversava come un brivido. Lì, nel nostro hotel, ascoltando Tupelo Honey, quello era uno di quei momenti. Stavamo camminando, come dicono gli indiani, nel sentiero della bellezza”. Una pista affollata e movimentata. Metti tre uomini soli (attenti a quei due due, ma va aggiunto Steven Prince attore, assistente e premuroso pistolero) in una villa sulle colline di Los Angeles e stai a vedere cosa succede. Di tutto. Maratone cinematografiche interrotte solo per fare rifornimento. Francis Ford Coppola che manda un cuoco, e casse di cabernet. Un montaggio e una colonna sonora da finire, e stiamo parlando di The Last Waltz, un film che “dovrebbe essere ascoltato ad alto volume”. Incontri e rendez vous i con Andy Warhol (“Aveva quel talento unico: trasformare ogni esperienza in qualcosa di surreale”), Isabella Rossellini, Liza Minnelli, Gillo Pontecorvo, Sophia Loren, Harvey Keitel, Joe Pesci e Robert De Niro, il capo della gang. La complicità con cui si dedicano a sesso, droga e rock’n’roll, magari non proprio in quest’ordine, ma ci siamo capiti, è totale e senza censure, per fortuna. Insomnia più che una canzone della Band sembra un bordello degli Stones: i ritmi selvaggi, e non tanto innocenti, sono quelli, con il contorno di Hollywood e delle pressioni dello stardom system che Robbie Robertson aveva già conosciuto con Dylan. Per lui si tratta quasi di un rito di passaggio, ancora indefinito: “Mi sto solo guardando intorno. Mi muovo nel buio, a intuito. Nel frattempo sto cercando di restare aperto, libero, per non giocare a un gioco che devo vincere per forza. Mi sono liberato dall’obbligo di stare in quel gruppo, e ora sto semplicemente annusando l’aria. Per certi versi è un assoluto mistero, ma è anche il grande ignoto”. Il racconto è sciolto e onesto, anche se il punto di vista è univoco e sarebbe stato interessante allargare le testimonianze, soprattutto per quando riguarda le fratture all’interno della Band, ormai insanabili. C’è questo limite, ma è inutile chiedere nello specifico un punto di vista obiettivo anche perché la condizione era quella che era e non avrebbe superato i controlli antidoping. Insomnia procede per frammenti e con flash improvvisi, come non potrebbe essere diversamente ma mette a fuoco una congiuntura brillante e del tutto transitoria, anche se il legame con Martin Scorsese resterà inalterato, come ricorda Robbie Robertson: “In tutta quella follia, Marty e io sapevamo che stavamo facendo un buon lavoro. Ma le creature notturne si muovono rapidamente, silenziosamente, e alcune, di tanto in tanto, ululano alla luna”. Le notti non finiscono mai, i due viaggiano tra Roma e Parigi e New York presi da una specie di febbre, tra la realizzazione di Toro scatenato e Carny, e una specie di festa mobile che non finisce mai. Non c’è niente di politically correct in Insomnia, che va preso per quello che è rispetto ai tempi vissuti. È avvincente proprio perché mostra una totale libertà e anche un’incoscienza che oggi non sarebbe nemmeno tollerata, ma “la medicina è la medicina” e se c’è una certezza è che il conto presto o tardi te lo presenta. Quando Martin Scorsese collassa e il pericolo si manifesta senza preavviso diventa evidente il rischio che entrambi stavano correndo. A quel punto il segmento vissuto insieme da Robbie Robertson e di Martin Scorsese, che fin lì è stato una commedia divertente e caotica, vira verso il dramma  e viene il momento di rientrare nei ranghi. Ha comunque ragione Robbie Robertson quando dice che “a volte bisogna solo lasciarsi andare a ciò che si prova”, e questo vale fin dall’inizio di Insomnia, quando  si parte nelle strade di New Orleans, con gli Staple Singers e Allen Toussaint, e dove Robbie Robertson tornerà anni dopo per incidere il magico Storyville, ma quella è già un’altra vita.

giovedì 12 febbraio 2026

Allan Gurganus

Raccontare la provincia è sempre una sfida e non sono pochi gli scrittori che hanno saputo trovare il registro giusto per allineare i limiti, il tran tran quotidiano, la definizione di luoghi dove la maggiore attrattiva è il tramonto, e il resto è relativo. Allan Gurganus, con la trilogia Local Souls, conclusa proprio con L’esca, è andato un po’ oltre, ridisegnando attorno all’ipotetica Falls, Carolina del Nord, tutta una grammatica delle relazioni, dell’ambiente, dello scorrere del tempo. Falls, che “conta più chiese che concessionarie d’auto, esattamente tredici in più, esige cittadini ottimisti ma anche stanziali”, è una solida certezza e ogni cambiamento riserva una piccola apocalisse. Quando il dottor Roper giunge alla meritata pensione i suoi pazienti si ritrovano disorientati, nonostante le premure della sostituta, la dottoressa Gita. Tra questi spiccano Red (padre) e Bill (figlio) Mabry che soffrono di una malattia cardiaca congenita e che, proprio per quello, avevano un legame speciale con Roper che però appartiene a un altro livello, come ricorda Bill: “Noi eravamo di canapa pesante, fatti per sopportare le temperature del granaio. Invece loro, che avevano vissuto sempre dentro casa, anzi, in quelle supercase, be’, loro erano di seta del 1820”. Gli sforzi dell’industrioso Red sono continui per superare quella linea, per avere una casa nel quartiere à la page di Riverside, per trovare un posto nel cuore delle istituzioni americane, il country club. Sa che “il biglietto per la classe media, una volta perforato, è irrevocabile. Se sai davvero apprezzare la differenza tra uno Chablis del supermercato e un autentico Malbec Réserve, allora vuol dire che hai gustato la mela, o almeno l’uva. Non puoi tornare indietro. In paradiso e all’inferno non accettano la stessa moneta”. Le cronache di questi sforzi sono l’apice narrativo che raggiunge L’esca e di conseguenza l’intera trilogia Local Souls perché Allan Gurganus usa un tono intelligente che è fornito di una leggerezza, ma anche di una sua profondità, e di un’ironia strisciante sapendo che “per sopravvivere a Falls bisogna saper stare allo scherzo. O almeno fare finta”. Si sente benissimo il particolare feeling con cui va focalizzando gli strati sociali, paesaggistici e umani, le convenzioni e le idiosincrasie enunciandole in modo molto scorrevole, a tratti persino divertente e raccogliendo il tragico e il comico di una cittadina americana, come se avesse una vita propria. Quando Doc Roper, ormai libero dagli impegni professionali, si dedica a intagliare e a dipingere anatre e altre creature ornitologiche, l’hobby diventa contagioso e tutti cominciano a immaginare cosa può succedere agli artisti “diventati famosi a New York”, che è su un altro pianeta. Lì, tra una grigliata prodigiosa e due cacatua, una collezione di auto d’epoca e un’abbondanza di cocktail, il destino è rimandato a data da destinarsi e così, come spiega Bill, “prima che le cose cambiassero, a Falls si respirava l’aria del rifugio sul fiume, lontano dai tumulti del mondo e dalla politica involgarita, ed era particolarmente piacevole per gente come noi che disponeva di una certa larghezza (e di un certo tipo) di beni”. Il turning point arriva proprio dal fiume Lithium che, già inquinato e velenoso, esonda. L’alluvione, che livella i residenti di Riverside e libera nella corrente le opere di Roper e i medicinali di Bill, è sintomatica perché “le catastrofi ti spingono a mettere in dubbio tutto quello che di buono e stabile c’è stato nella tua vita”. Nonostante la distruzione incombente, la popolazione di Falls si ritrova ancora capace di gestire la situazione e riesce ad affrontare la realtà, “diversamente dai tanti mentecatti incolti di recente divenuti presidenti”. La fenomenologia di Bill, che è il testimone più affidabile di Falls, arriva alla sua conclusione, peraltro già annunciata nell’incipit che potrebbe benissimo essere il finale: “Ora che sono descritto, posso rischiare tutto. Finalmente non sono più un uomo solo”. Brillante, acuto e originale.