lunedì 12 ottobre 2026

Stephen Harrigan

Tutti convergono su Alamo, il tempo sta per scadere e l’assedio è soltanto il presagio di una sconfitta tramandata con i contorni di un’eroica vittoria, come se l’aura leggendaria e spettacolare potesse lenire, se non proprio cancellare, l’orrore di un massacro. L’avvertenza di Stephen Harrigan è quanto mai precisa nell’introdurre un tema che, ancora dopo due secoli, resta controverso: “La verità storica è sfuggente e soggettiva e non lo è mai stata quanto nella vicenda dell’Alamo, sepolta sotto così tanti strati di mito e contromito da risultare quasi irrecuperabile”. Alamo è diventato un simbolo, un caposaldo nel definire il carattere predatorio americano, nascosto dietro il paravento del “destino manifesto”. La colonizzazione del territorio, l’espansione delle frontiere, il peso della retorica e il culto delle personalità sono le componenti che costituiscono il concreto background delle vicende di Alamo e conoscendone già la fine nonché le numerose versioni, la sfida, a livello narrativo, era di un tutt’altra dimensione. Quello che permette il romanzo in sé va oltre la cronaca e la sua documentazione: l’esplorazione delle passioni e delle emozioni, dei singoli destini e dei paesaggi del border che incombono, aspri e bellissimi. Tutto comincia con i ricordi di un sopravvissuto, Terrell Mott, e una celebrazione che già indica il valore simbolico di Alamo, che Harrigan affronta con grande equilibrio, senza la pretesa di prendere posizione o di generare ulteriori polemiche. La ricchezza e la generosità del racconto ne fanno un romanzo epico: Alamo (nella traduzione di Nicola Manuppelli) condensa negli stessi spazi esseri viventi ed elementi, una configurazione che prende forma particolare dopo particolare. L’attenzione, a tratti maniacale, è tutta concentrata a illustrare gli habitat e le intersezioni nelle vite dei protagonisti, una rete di incontri, legami, promesse e salti nel buio che costituisce in sé la trama nel suo complesso. Il primo fattore ricorrente è l’aria, e per estensione il clima che va da un estremo all’altro, dall’aridità al gelo, ed è così che “gli uomini vivevano nelle case, altrimenti sarebbero impazziti contemplando l’immensità del cielo e delle praterie, l’infinita e intricata oscurità delle foreste. Poteva accadere di tutto. Qualunque pensiero spaventoso poteva prendere forma e diventare reale”. La terra e l’acqua, nelle molteplici conformazioni, dalle montagne alle praterie, dai fiumi al mare, uniscono e dividono, sono vie di comunicazione e obiettivi militari e nello stesso modo il fuoco nei focolari che via via si ingrandisce negli incendi degli scontri e poi nelle pire funerarie finali. Dentro questa movimentata topografia, senza trucchi o artifici, Stephen Harrigan dispiega moltitudini di uomini e donne, ma anche animali domestici e selvatici, tutta una vita che si estende in un ambiente ostile e resistendo alla politica e alle guerre, al punto che Mary Mott sostiene che “il Texas sarebbe un posto migliore se la gente smettesse di parlare di rivoluzione e cominciasse a pensare a come coltivare il grano”. Lei, forse il personaggio più appariscente di Alamo, è l’apice di una folta componente femminile che è sempre dedita a a ricucire gli strappi (degli abiti, della pelle, dei legami) degli uomini. La connotazione dei caratteri è fatta di tratti semplici, immediati e lineari e la distinzione delle voci è nitida, sia che si tratti di Davy Crockett, Jim Bowie e Santa Anna o ogni protagonista riscontrato negli annali, sia per quelli fittizi, che spiccano grazie a una libertà d’azione che gli altri non hanno. Sviluppato su solidissime fondamenta storiche, Alamo è un enorme romanzo concentrico, senza punti di riferimento perché è circondato dal deserto, e in cui è necessario perdersi, almeno per un po’. È anche un dramma corale, dove ogni momento, nella sua unicità, concorre a generare una visione complessiva, grazie a un concatenarsi di descrizioni che sono liriche, affascinanti e coinvolgenti, al punto che persino le pietre hanno facoltà di parola.

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