Creature che attraversavano i muri e volano da un angolo all’altro, materia informe che spande parole su parole in dialoghi assurdi, spettri sui generis che varcano mondi paralleli venendo in aiuto alla luce del crepuscolo. Occupano tutta la Veglia, ma non è chiara la loro natura: sono spiriti, un po’ angeli, un po’ demoni, un po’ ombre un po’ miraggi, molto umani nelle loro bizze, difficili da comprendere al punto che la più appariscente, Jill “Doll” Blaine, si definisce così: “Una parte di me era eterna e possedeva quei poteri formidabili (la mia mente era vasta, senza limiti, sconfinata, rapida e agile), mentre l’altra, che desiderava tornare a vincere, mi rendeva: desiderosa, cocciuta, attiva, smaniosa di impicciarmi di tutto. Una combinazione letale”. Ironia della sorte, è stata vittima di una bomba molti anni prima e si ritrova nella sua nuova, eterea condizione ad accudire “il protetto”, K. J. Boone, negli suoi ultimi istanti sulla terra. Lui, il moribondo, si accorge che “stanotte i diavoli tutti capitati qui per sbaglio” sviluppano una febbricitante incontinenza verbale, ma non demorde. Il classico self made man non solo ha realizzato un impero multinazionale sui combustibili fossili, ma rivendica con convinzione tutta una subcultura predatoria, mascherata dalla ricerca dell’efficienza e del profitto a tutti i costi. È al capolinea, eppure K. J. Boone è fin troppo esplicito nel ribadire le certezze di sempre, e non c’è bisogno di aggiungere altro: “Porca puttana, avevi fatto del tuo meglio. Prendevi una certa posizione. Così funzionava la scienza. Si chiamava avere una teoria. Dopodiché, la difendevi. Tutto quello che ti faceva gioco era un bene, quello che ti smentiva un male. Si chiamava natura umana. Eri a capo di qualcosa e quindi facevi del tuo meglio per proteggere gli interessi di quella cosa. Si chiamava gestione responsabile dell’azienda”. Intanto, il mondo sta bruciando mentre Veglia, passando in rassegna ogni luogo comune americano, si colloca in quella twilight zone dove tutto è possibile, resta da capire quanto sia credibile. Il rimpianto non c’è, la voce è solo la pellicola attorno a un nucleo di disprezzo così duro e impenetrabile da risultare onesto nelle sue esternazioni valide per chiunque, qui o nell’aldilà: “Non conti un cazzo, ti capita un momento di gloria e riesci comunque a sputtanare tutto”. Lo slang è questo e K. J. Boone lo impone fino all’esalazione dell’ultimo respiro, una rivendicazione che è quasi un monito per un futuro che non c’è più: “Quando vinco, ballo. Quando perdo, ballo lo stesso. Faccio il ballo che si chiama: non mi avrete, coglioni”. Fine della Veglia, nessun tardivo ravvedimento, pentimento o assoluzione: attorno a lui resta il vortice di ectoplasmi irrequieti che entrano uno nella mente dell’altro, si fondono e si scompongono, migrano nei cieli e sprofondano nella terra, ognuno inseguendo il proprio dramma. Sono una particolare “specie”, libera dalla forza di gravità, che nella Veglia accumula senza risparmiarsi rimpianti, accuse, ricordi, segreti e contraddizioni. George Saunders è spietato, e forse è giusto così, ma il confine tra geniale e bizzarro si fa irrilevante: Veglia è contorto, anche coraggioso nell’imprimere alla forma del romanzo una struttura fluida, mercuriale e inafferrabile, costruita attorno a scorie di frasi, a dialoghi impossibili a repentini ribaltamenti da una parvenza di coscienza all’altra. Il contesto, non solo dei personaggi, ma anche della scrittura in sé, è impalpabile e la rappresentazione del caos, se questo voleva essere Veglia, è riuscita, anche troppo, perché il romanzo avrebbe bisogno comunque di una forma che qui, proprio come il turbinio di anime perdute che volteggiano senza sosta, è inafferrabile. Tra gli interventi di un enigmatico Francese o l’arrivo al capezzale della figlia e dei genitori, le singole storie si confondono e si sovrappongono in una sorta di orchestrata cacofonia, senza distinzione tra vivi e/o morti. Spicca l’assenza di empatia tra i protagonisti, ognuno perso nelle proprie manovre, e di riflesso anche verso il lettore coinvolto in questa vacuità, dove tutti possono sentire tutto, anche le voci allegre e un po’ ubriache di una festa di matrimonio a margine della Veglia, al punto di chiedersi: “Stasera, lì a Dallas, c’era per caso l’apocalisse? O era semplicemente un bella sera d’estate?”, ed è così che il dubbio rimane, insieme alle perplessità, che sono tante, e irreparabili.
