martedì 20 ottobre 2026

Edward Hopper

“Io sono un realista e reagisco ai fenomeni naturali” dice Edward Hopper nel corso dell’intervista con Katherine Kuh. È un pensiero che ribadisce spesso nel definire quello sguardo sulla realtà alla ricerca di un’esperienza unica e irripetibile. È forse il motivo fondamentale per cui le sue opere sono maturate con “un lungo processo di gestazione mentale e insieme di un’emozione”, un modello che, nella raccolta di Scritti, interviste, testimonianze (a cura di Elena Pontiggia), viene rivisitato da Edward Hopper così: “L’originalità non è una questione di inventività o di tecnica, specialmente di tecniche alla moda. È qualcosa di molto più profondo: è l’essenza della personalità”. Le occasioni per puntualizzare la sua dimensione ideale non mancano. Intanto, il critico Brian O’Doherty identifica tra “la luce e l’ombra, e la demarcazione che le separa” il campo d’azione preferito da Edward Hopper, che si è distinto per i cieli limpidi e la formazione del bianco, gli oceani e le ferrovie, le geometrie urbane e i paesaggi rurali, interni ed esterni e comunque sempre alla ricerca della “maggior asciuttezza possibile”. Le tecniche, i processi creativi, lo studio in Washington Square, le dissertazioni su pittori affini ed elettivi come John Sloan e Charles Burchfield compongono un ricco corollario al riconoscimento di Edward Hopper che poi è molto chiaro ed esplicito nell’illustrare le sue intenzioni: “Il mio scopo in pittura è sempre quello di usare la natura come mezzo, per cercare di fissare sulla tela le mie reazioni più intime di fronte al soggetto, così come mi appare quando lo amo di più: quando il mio interesse e il mio modo di vedere riescono a dare unità alle cose”. Tra i contributi collezionati in Scritti, interviste, testimonianze, quello di un altro critico, Forbes Watson, prova a indicare una direzione ben precisa: “Ed è altrettanto vero che forma, colore e disegno non sono mai stati e non possono essere il suo unico scopo: sarebbe fuori strada chi non capisse che Hopper è molto più di un semplice occhio che guarda la situazione americana. A guidare il suo sguardo c’è un acuto pensiero critico”. Lo si avverte anche nei richiami dello stesso Hopper quando dice che “l’arte americana non deve essere americana, deve essere universale. Non deve dare importanza ai propri caratteri nazionali, locali o regionali. Tanto non puoi comunque prescindere da quei caratteri. Basta che tu sia te stesso, e mostri per forza la razza e la cultura a cui appartieni, con tutte le loro caratteristiche” e nel ricordare che, nei suoi quadri, “la questione della solitudine viene esagerata”. Il tratto comune che li distingue è piuttosto l’immaginazione di un intervallo specifico, non il racconto dell’azione, ma quello che la precede e/o la segue, che come dice lo stesso Hopper “è l’espressione esteriore della vita interiore dell’artista, che rivela questa vita interiore nella sua visione personale del mondo. Non c’è invenzione, per quanto abile, che possa sostituire la creazione di immagini, che è un elemento fondamentale”. Non è una prassi semplice: serve molta pazienza (“Come un suonatore di pianoforte deve sempre tenersi in esercizio, così ci vogliono anni di tirocinio tecnico per arrivare a dire quello che si ha da dire, ammesso che si abbia qualcosa da dire”), ci vuole l’istinto (“Non c’è nell’opera un distacco freddo. Una cosa è stata vista. Il tempo si è fermato. E noi riviviamo il brivido, trasposto mentalmente nel parallelo dell’arte”) ed è probabile che per comprendere meglio siano più utili le parole di Robert Frost, poeta amato da Edward Hopper, che diceva: “Per me voglio tenere solo la libertà del mio materiale: la capacità occasionale di corpo e mente di pescare convenientemente nel grande caos di tutto ciò che ho vissuto”. La sua risposta appare come un riflesso spontaneo: “Io porto con me le cose che mi piacciono” e che tutto quello che voleva fare “fare era dipingere la luce del sole sul lato di una casa”. Utilissimo.

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