giovedì 29 ottobre 2026

Eric Bogosian

Acuto, sfrontato, irriverente, Eric Bogosian smonta una serie di luoghi comuni uno per uno, con uno slang da strada, da New York City, crudo e sporco, con un vocabolario ai limiti del turpiloquio. Le indicazioni per le scenografie dei monologhi raccolti in Sesso, droga, rock & roll sono già dirette e taglienti, con l’imperativo che “la musica, all’inizio dello spettacolo, deve essere molto alta”. Il decollo è perentorio: “Ciao a tutti, siete sintonizzati sulla WRXX, solo hard rock ventiquattr’ore su ventiquattro. Non so voi, ma io voglio divertirmi. Voglio far venire giù tutto, e dico sul serio (non so se mi spiego, ma spero di sì). Allora, allacciatevi le cinture, ficcatevi bene in testa il cappello, tirate su la lampo: pronti? Qui c’è rock per tutta la notte!”. C’è molto di più in questi monologhi che maltrattano una bella serie di stereotipi. Ognuno ha il suo, come Lo stallone che afferma: “Non ho bisogno di pubblicità, io, lo so quello che ho”. La dote naturale è insita nel nome e per lui non solo è sufficiente, ma è anche l’elemento insindacabile e la fonte unica della sua felicità: “A volte mi spiace per l’altra gente. A volte mi sento in colpa. È come se vivessi in un film a colori mentre tutti gli altri vivono in bianco e nero. Ma poi penso: per qualcuno i sogni si devono avverare. È destino che c’è chi ha tutto e chi niente. Mi pare di capire che io ho tutto”. Se c’è un tema che accomuna i diversi stadi di Sesso, droga, rock & roll è la ricerca di una possibile identità e il ritrovarsi ad accontentarsi di soluzioni minime, valga su tutti l’esempio di Recupero vuoti: “Non mi piace lamentarmi, non sono un lamentoso, sono una persona felice, la felicità è di casa dalle mie parti. Mai stato ammalato in vita mia. Neanche un giorno. Se non si contano le fratture, e io non le conto. Ma mi piace avere un atteggiamento positivo. Vedere il lato buono delle cose. Datemi un pacchetto di sigarette, un tramezzino con l’insalata russa, una tazza di caffè, un giornale e un posto dove sedermi, e sono felice. Sono felice”. Fin qui le invettive sono mascherate dal sarcasmo e da un’appariscente patina di teatralità, ma poi Eric Bogosian non concede nulla ed è esplicito, come succede in  Senza scampo, nel dichiarare: “Visto che si vive una volta sola, io voglio la merda migliore”. Le metafore escrementizie continuano in Camaleonte cane, un particolare autoritratto che recita così: “Lo so che sono negativo. Lo so che non sono un bravo ragazzo. Lo so che mi odiate tutti. Ma non me ne importa. Perché almeno io lo so di essere una merda, e questa verità, per quanto minima, fa sì che mi rispetti. Ecco perché non potrò mai essere normale. Perché bisogna essere ciechi per essere normali. Bisogna piacersi. E solo l’idea mi sembra così disgustosa, che è meglio, molto meglio stare da cani come sto io”. En passant, tra Beneficenza, la cronaca della giornata di una rock’n’roll star, e un caotico e lussurioso Addio al celibato, Eric Bogosian conta tutti i peccati e se proprio deve ammettere qualcosa a voce alta, lo fa in Grazia divina: “L’unica differenza tra voi e me è che a voi va bene e a me va male. Ma a parte questo siamo esattamente uguali. Siamo tutt’e due  esseri umani. Io sono un essere umano”. La rivendicazione ha un valore specifico perché “tutte queste macchine si parlano tra di loro, e nessuno capisce quello che dicono. È come se vivessimo in un paese occupato”. Lo esprime l’Artista nel soliloquio finale dove avverte inoltre che “il sistema ha un messaggio solo, vi dico, ed è paura. Ce lo ripetono tutto il giorno, paura. Perché siamo come cavie in gabbia, e facciamo girare la ruota più veloci che possiamo. Ci terrorizzano, così continuiamo a girare”. Era soltanto il 1990 e le trasmissioni della WRXX si concludevano evocando i Jefferson Airplane, gli Stones, gli Who, Janis e Jim Morrison “tutti i grandi di un tempo” che cantavano di pace, amore, anarchia, rivoluzione, libertà.

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