lunedì 4 novembre 2019

Paul Auster

Frutto dell’incontro con l’accademica I. B. Siegumfeldt, Una vita in parole ripercorre tutto il lavoro di Paul Auster e, come è successo spesso nella sua carriera, alterna e confonde l’autobiografia con il racconto, con la sua interlocutrice rincara la dose passando al setaccio entrambe le fasi. Il confronto è cordiale, serrato e continuo, ma tende anche a una certa meccanicità. Il dialogo tra Paul Auster e I. B. Siegumfeldt può diventare lezioso e infilarsi in vicoli ciechi dove l’interpretazione si sovrappone alla rilettura e l’esegesi del testo si infila in spirali di valutazioni e ricostruzioni, sapendo che in fondo “mettiamo delle parole sulla pagina per creare delle immagini nella mente del lettore”. La conversazione segue la cronologia delle pubblicazioni di Paul Auster che si rivela sempre molto attento quando deve spiegare il mestiere di scrivere, che nel suo caso “incomincia nel corpo, è la musica del corpo, e anche se le parole hanno significato, possono a volte avere significato, è nella musica delle parole che i significati hanno inizio”. È prodigo di spiegazioni che toccano i lati più intimi della narrativa (“Tutti abbiamo dentro un racconto continuo, ininterrotto, su chi siamo, e andiamo a raccontarcelo ogni giorno della nostra vita”), i limiti naturali (“Credo sia impossibile cogliere appieno una persona. Ci si prova, ma, come dicevamo prima, non si riesce mai a penetrare il mistero di un essere umano. In un certo senso, tutta la scrittura è un fallimento”), le necessità strutturali (“Scrivere in sostanza è riscrivere”), il peso di particolari fattori  (“L’inconscio ha un ruolo molto ampio nella creazione di una storia”) e persino un suo senso ultimo quando Paul Auster si espone ad affermare che scrivere è “trovare la propria umanità e il proprio legame con altri esseri umani”. Nella discussione trovano posto anche il rapporto con il cinema, i ricordi d’infanzia e gli aneddoti famigliari, gli incontri e i personaggi veri o fittizi che siano (“Io credo che ogni essere umano sia uno spettro. Gran parte della nostra vita la viviamo al centro, ma ci sono momenti in cui fluttuiamo verso gli estremi, e passiamo da una sfumatura di colore all’altra in momenti diversi, a seconda dell’umore, dell’età e della situazione”). Ai margini dei commenti a Follie di Brooklyn, c’è un’immagine di New York prima dell’11 settembre, dove Paul Auster ricorda “com’eravamo fortunati con i nostri piccoli problemi, i nostri piccoli dolori, le piccole sofferenze, le cose che ci rendono umani”, che s’incastra alla perfezione all’idea per cui “tendiamo, solo per istinto di sopravvivenza, a omettere il peggio” e che, comunque, nonostante tutti gli sforzi possibili legati alla scrittura “gli esseri umani sono imponderabili, raramente si possono catturare a parole. Se ci si apre a tutti i diversi aspetti di una persona, di solito si resta storditi”. Guidato con insistenza da I. B. Siegumfeldt (che, per inciso, gli ha dedicato gran parte dei suoi studi), Paul Auster procede per tentativi sapendo che “stiamo parlando della materia dei sogni” ed è sincero quando dice di essere “affascinato dalla porosità fra ciò che è inventato e ciò che è reale; l’intersezione delle diverse sfere immaginarie” e, ancora di più, quando, infine, si lascia andare ammettendo che “siamo tutti sparpagliati, tutti frammentari”. Preso così, a sprazzi e a frammenti, Una vita in parole ha una sua utilità, per il resto pare dedicato proprio ai fans di stretta osservanza, che non mancheranno.

Isabel Wilkerson

Tre personaggi, tre famiglie, una miriade di diramazioni, due colori: le odissee di Ida Mae Gladney, George Starling e Robert Foster che lasciano il Mississippi, la Florida, la Louisiana per trovare un posto nelle vastità dell’America si annodano a una marea biblica che, nel corso del ventesimo secolo, trasformò il volto della nazione, perché “migliaia di aspirazioni frustrate e represse portarono gli individui dall’esasperazione estrema alla decisione di andarsene; quando furono milioni, diedero vita a un vero e proprio esodo di massa”. Seguendo le vicissitudini individuali al centro di un’imponente scelta collettiva, Al calore di soli lontani ricostruisce le migrazioni afroamericane mettendo l’accento sulle motivazioni che spinsero milioni di persone ad abbandonare la terra in cui vivevano e a partire. Più di tutto è stata determinante “la loro condizione nel sistema feudale in cui gli era toccato vivere, e la follia che poteva serpeggiare in qualsiasi momento”: lo sfruttamento (particolarmente odiosi i meccanismi della mezzadria), le cosiddette leggi Jim Crow, i linciaggi all’ordine del giorno, la segregazione e la sottomissione come frutti ormai marci della schiavitù, costituiscono gli elementi di pericolo, paura e tensione che diedero il via alla fuga e “quando le circostanze avverse li obbligarono ad andarsene, seguirono un flusso che durava da anni. La loro è la prova vivente che le emigrazioni innescate dall’animo umano non sono fenomeni misurabili con i numeri”. Servono le storie, e il lavoro di Isabel Wilkerson nel dipanare “il racconto epico della grande migrazione afroamericana” è impressionante ed enorme: racconta grandi privazioni, violenze e torture, ma anche l’evoluzione di una resistenza coraggiosa, di una forza straordinaria nella migrazione, dove i protagonisti “immaginavano un mondo diverso e libero: lo avevano visto nell’atteggiamento disinvolto, quasi superbo, nei vestiti e nei racconti di quelli del Nord. Per un breve istante avevano scorto un universo di possibilità al di là delle sbarre dell’esistenza quotidiana, e ora il mondo in cui si trovavano non aveva più un senso chiaro, era un enigma che lasciava strascichi sempre più marcati e inquietanti nella loro mente”. Le migrazioni si rivelano una sorta di esilio, che si sviluppa “non su uno sparpagliarsi caotico di anime perse, ma un vero e proprio reinsediamento, quantificabile e relativamente ordinato, lungo assi rappresentati dalle linee ferroviarie e degli autobus”. Anche al Nord, con la vita nelle metropoli e il proliferare dei ghetti, un’idea di stabilità e di dignità deve affrontare tutti i giorni lo spettro della miseria, la difficoltà ad avere una casa, un lavoro, un’istruzione, e quell’ombra persistente che cala tra il bianco e il nero. La conclusione di Isabel, in cima a seicento pagine di una ricerca fittissima, snocciolata come un romanzo, è eloquente, e priva di retorica: “Tutto sommato, si può dire che il denominatore comune degli emigranti fosse il desiderio di essere liberi come dice la dichiarazione di indipendenza, di potersi candidare a qualsiasi lavoro, di giocare a dama con chiunque, di occupare un posto qualunque sul tram, di vedere i propri figli andare a ritirare la laurea che a loro era stata negata. Se ne andarono per inseguire una versione della felicità, e poco importa se la ottennero o no. Fu qualcosa di apparentemente semplice, scontato per la maggior parte degli americani ma categoricamente proibito agli emigranti e ai loro progenitori, nella terra da cui partirono”. È il motivo per cui Al calore di soli lontani ci troverete Martin Luther King, Mahalia Jackson e James Baldwin, Ray Charles e Richard Wright e Langston Hughes, ma anche quell’anonimo che scriveva da Birmingham, Alabama: “Sono nel buio del Sud e faccio del mio meglio per uscire. Oh, per favore, aiutatemi a uscire da questa terra abbattuta. Conto come un cane, o poco più, aiuto, per favore, aiutatemi”. Una lettura importante, che delinea con chiarezza una prospettiva molto precisa sulla complessa natura della società americana.

lunedì 28 ottobre 2019

Leonard Cohen

Il 16 dicembre 1932 Federico García Lorca introduceva una lettura di Poeta a New York all’Hotel Ritz di Barcellona dicendo: “Signore e signori, ogni volta che parlo di fronte a molte persone mi sembra di aver sbagliato porta. Mani amiche mi hanno spinto ed eccomi qui. Metà della gente va smarrita tra scenari dipinti e fontane di stagnola, e quando credono di aver trovato la loro stanza, o il tiepido cerchio di sole, si trovano a che fare con un caimano che se li inghiotte o... Con il pubblico, come me in questo momento. E oggi non ho darvi altro spettacolo che una poesia amara, ma viva, che credo potrà aprire i vostri occhi”. È una presentazione validissima per La fiamma, raccolta di “poesie e pagine scelte dai quaderni” che è un tuffo senza rete di sicurezza nel turbolento mare di Leonard Cohen. Mendicante di parole che si definisce “un tipo comune con problemi”, si accosta alla poesia con assiduità, forse anche con un metodo, come dice in Accade al cuore: “Lavoravo sempre con rigore, ma non la chiamavo arte”. La discrezione e l’umiltà (ammirevoli), davanti agli scarabocchi che poi germogliano in versi e canzoni per una voce inconfondibile (La fiamma contiene anche le liriche degli ultimi album di Leonard Cohen, Popular Problems, You Want It Darker, Old Ideas e quelle scritte per Blue Alert di Anjani Thomas) si comprendono solo con la consapevolezza che “la poesia giunge da un luogo che nessuno domina e che nessuno conquista”. L’esempio migliore di questa inafferrabilità è una delle schegge più antiche, Il mio avvocato, (1978): “Il mio avvocato mi dice di non darmi pensiero, dice che il ciarpame ha ucciso la rivoluzione. Mi porta alla finestra dell’attico, mi dice del suo piano per falsificare la luna”. Il complotto delle parole che ha ordito Leonard Cohen è ancora più fitto e si svela in un lavorio continuo, una sorta di work in progress senza uno schema preciso, ma con un senso molto ben definito, anche in ogni singolo frammento. La fiamma non è una banale raccolta postuma e posticcia, frutto di un lavoro di assemblaggio: c’è una costante, proprio nell’avanzare della poesia di Leonard Cohen che ripropone il tema ricorrente del desiderio e delle forme con cui si esprime, che spesso coincidono con le figure femminili abbracciate e lasciate, ammirate e travolte. Circondato da donne, viziato, assediato, tradito Leonard Cohen vorrebbe scendere a patti (come scrive in Un trattato: “Magari ci fosse un trattato tra il tuo amore e il mio”), ma nella scintilla che lo brucia c’è una distanza dall’amore, come se fosse imprendibile. È come se mancasse sempre un passo, o meno ancora, e pare infine sublimarlo in Vuoi che sia più buio: “C’è un innamorato nella storia, ma la storia è sempre la stessa”. E non solo, c’è una sensazione agrodolce quando Leonard Cohen constata: “Sono arrivato fin qui per la bellezza, e ho lasciato indietro così tanto”. Le metafore sfumano dall’intimo alla cronaca di tempi brutali e caotici che Leonard Cohen scruta con disincanto. In Sto guardando la bandiera è laconico quando dice: “Sto guardando la bandiera con la mano sul cuore. Se solo potessimo vincere (una di) queste guerre che ci piace cominciare”. È persino fatalista in Ciò che sta per accadere 16.2.2003 ammettendo che “Tutto quello che fai o ti astieni dal fare ci condurrà nello stesso posto, il posto che non conosciamo”. Difficile distinguere se l’attenzione è rivolta agli eventi bellici dell’epoca o a conflitti privati, che non sono mancati. È probabile che le dediche siano ambivalenti perché come scrive in Non importa “la storia è narrata con fatti e con bugie”, e poi, ancora, con maggiore precisione, “la storia è raccontata con fatti e con bugie, possedete voi il mondo, dunque non importa”. Un’ultima ombra di desiderio, la speranza che “torneranno il vino e le rose”, come invoca in Una strada, l’acuta osservazione in Gli specchi dell’ascensore (“L’intera impresa di viaggiare e alloggiare ha raggiunto punte da pericolosa avventura erotica”), il nome di Dylan che ricorre e appare e scompare,  un appassionato ritratto di Tom Waits e l’omaggio finale a Federico García Lorca contribuiscono a quella sensazione di entrare in una stanza dove è successo di tutto in nome della bellezza e qualcosa, in mezzo al disordine, ci dice di nuovo che ne valeva la pena.

mercoledì 23 ottobre 2019

Howard Fast

Bisogna partire dal presupposto che “è nella natura dell’uomo saper scrivere soltanto degli inferni che si è creato da sé”, per capire come Howard Fast alias Walter Ericson abbia saputo tradurre un romanzo storico in una lezione morale, già esplicita nella dedica ai figli, dove spiega che quella di Spartacus “è una storia di uomini e donne di coraggio che vissero molto tempo fa e i cui nomi non furono mai dimenticati. Gli eroi di questa storia sostennero la libertà e la dignità umana, e vissero nobilmente e bene”. Il confronto con Roma è implicito, diretto e inequivocabile: imperversando per quattro anni, le rivolte di Spartaco mettono a nudo la decadenza, l’ambiguità e la fragilità della repubblica. Le vittorie ottenute sul campo, una sorpresa vista la rinomata efficienza delle legioni romane, giungono perché gli schiavi non hanno nulla da perdere e lottano per un concetto elementare: gloria o morte (o forse è meglio dire: gloria e morte). Anche Spartaco ribadisce che “non combattiamo per noi stessi, combattiamo per il mondo intero” con la convinzione che “una volta almeno nella vita, nella storia e nelle leggende d’ogni popolo c’era stata l’età d’oro, quella vissuta dagli uomini senza peccato e senza rancori, insieme, in pace e in amore”. La differenza è che nella capitale restavano convinti che “la giustizia era lo strumento dei forti, da usarsi secondo il desiderio dei forti; la moralità, come gli dei, era l’illusione dei deboli” e, di conseguenza, che “la ragione è Roma e Roma è ragionevole”. La corruzione endemica, la decadenza che ha portato a divertimenti senza più gioie, l’opulenza cresciuta a dismisura sulla pelle (letteralmente) degli schiavi, fino all’estrema follia del pubblico massacro dei gladiatori, ovvero la spettacolarizzazione del conflitto, della battaglia e, in definitiva, della morte sono componenti che aleggiano in Spartacus in forma di contrasti e riflessi. Con una scrittura quasi da feuilleton, descrittiva e minuziosa, volta a portare il lettore direttamente nel 71 avanti Cristo, tutto preso dall’avvincente metamorfosi di Spartaco, da schiavo al limite della sopravvivenza a guida dei ribelli, Howard Fast ne racconta le gesta seguendo l’iter di una sequenza di flashback che partono dal viaggio da Roma verso Capua, con fondamentale tappa a Villa Salaria, di Caio Crasso, della sorella Elena e dell’amica Claudia Mario. Lungo la via Appia hanno modo di trovarsi a stretto contatto con i caduti inchiodati alle croci perché “Roma non scherza. La punizione è adeguata al delitto, e in questo consiste la giustizia di Roma”. Il monito, ultima coda di uno spargimento di sangue spropositato, è palese perché “un uomo sulla croce non è più un uomo” ed è sottinteso che convenga a tutti che rimanga sottomesso. A Villa Salaria, i giovani viaggiatori trovano, radunati per l’occasione da Howard Fast, tre personalità rappresentanti altrettanti forme del potere: Crasso, il generale vittorioso e ricchissimo che ha sconfitto Spartaco, Gracco, l’abile politicante teso a commerciare voti e prebende, e Cicerone. Ospiti ben allietati da sofisticati menù e dalle raffinate abitudini patrizie, che Howard Fast non manca di sottolineare dettaglio per dettaglio, come per ribadire che, se da una parte vengono serviti “filetti freddi anitra affumicata e arance candite”, dall’altra si soffrono la fame e la sete e ogni altra privazione di un inferno che “ha inizio là dove gli atti semplici e necessari della vita diventano mostruosi; e questa esperienza, attraverso tutte le età, fu condivisa da tutti coloro che provavano l’inferno creato dagli uomini sulla terra”. Nel lussurioso convivio tocca a Gracco rispondere alle sollecitazioni che le cronache hanno portato fino alle periferia di Roma: “Noi razionalizziamo l’irrazionale. Convinciamo il popolo che la più grande soddisfazione nella vita è di morire per i ricchi, e convinciamo i ricchi che devono rinunciare a parte delle loro ricchezze per mantenerne il resto. Siamo dei maghi. Creiamo un’illusione, e questa illusione è a tutta prova”. È grazie a questa architettura di mistificazioni e paradossi che la repubblica si regge, e quando la realtà resta “solo un’inizio” e la verità diventa impossibile “non perché non esistesse, ma perché non era giustificata dai tempi”, rimane la forza militare a imporre l’amministrazione e l’ordine di Roma. Il vero scotto da pagare lo rivela Varinia, la compagna di Spartaco, nel dialogo finale con Gracco, che l’ha voluta con sé a tutti i costi: “Non abbiamo messo a fuoco il mondo. Tutto quello che volevamo era la nostra libertà. Tutto quello che volevamo era di vivere in pace. Non so parlare come te, non sono stata educata, non so parlare bene nemmeno la tua lingua; quando parli mi confondi. Non mi confondevo quando ero con Spartaco. Sapevo quello che volevamo: volevamo essere liberi”. Le guerre servili restano un capitolo lancinante nella storia di Roma, un nervo scoperto nella traballante  natura della repubblica. Spartaco, come ripete Varinia, è convinto che “non c’è nulla di più importante che essere un uomo, un uomo semplice, comune e umano”, mentre Roma si regge sullo sfruttamento indiscriminato di uomini e donne. Detto questo le spire del romanzo sono avvolgenti: Howard Fast è convinto della scelta di Spartaco, sta dalla sua parte e non lascia alcun dubbio in merito e la storia si legge con scioltezza, nonostante la promiscuità, gli intrighi, le trame e i complotti che annodano le vicende personali alla sorte della repubblica. Su quello Howard Fast tende a calcare la mano, mettendo in risalto di volta in volta le contraddizioni di Cicerone, Gracco e (più di tutti) di Crasso che rimangono comunque angosciati, nonostante la vittoria, la terrificante repressione contro i ribelli e la damnatio memoriae perché Spartaco ha assunto lo status di leggenda che, ormai, per le condizioni in cui versa la repubblica, è qualcosa in più di un fantasma. È un segno del destino.