Nel luglio 1927, Bessie Smith affronta un manipolo di manigoldi del Ku Klux Klan che vogliono impedirle di cantare e, da sola, li mette in fuga. L’episodio in sé è singolare e curioso, ma questo è il carattere delle protagoniste scelte da Angela Davis per rappresentare Blues e femminismo nero: personalità che “sfidarono apertamente le politiche di genere sottese alle rappresentazioni culturali tradizionali del matrimonio e delle relazioni eterosessuali. Nel solco del tradizionale crudo realismo blues si rifiutarono di idealizzare le relazioni romantiche per mostrarne al contrario stereotipi e contraddizioni. In questo modo ridefinirono il posto delle donne. Hanno forgiato e fissato immagini di donne tenaci, resistenti e indipendenti che non avevano paura né della loro vulnerabilità né di difendere il loro diritto a essere rispettate come esseri umani autonomi”. L’elenco comprende Alberta Hunter, Ida Cox, Ethel Waters, Lucille Hegamin, Edith Wilson, Victoria Spivey, Rosa Henderson, Clara Smith, Trixie Smith, Sara Martin, Memphis Minnie, Ida Goodson fino Koko Taylor, donne eccezionali che “nella musica trovarono un modo per esprimere sé stesse in forme che si differenziavano dai principali standard di femminilità. Probabilmente possono anche aver versato lacrime ma trovarono il coraggio di alzare la testa e combattere, rivendicando il diritto di essere rispettate non come appendici o vittime degli uomini ma come esseri umani indipendenti e con fervidi desideri sessuali. Le cantanti blues rappresentarono degli esempi emblematici di indipendenza femminile nera”. Nello specifico, Angela Davis si concentra su Gertrude “Ma” Rainey (all’inizio di tutto), Bessie Smith e Billie Holiday, introdotte con questa sommaria descrizione: “Una che si colloca all’inizio della tradizione classica del blues; un’altra che spinge le forme del blues fino ai loro limiti e comincia a usare la canzone popolare come veicolo del blues; e un’altra ancora che, nonostante si allontani dal blues e faccia da fondamento alla vocalità jazz con un genio e un’originalità a oggi insuperate, rimane saldamente ancorata alla tradizione del blues. Ognuna delle loro interpretazioni fa luce sulle politiche di genere e della sessualità delle comunità working class nere”. Le analisi e le posizioni sono reiterate più e più volte, con convinzione, con una nutrita selezione di riferimenti letterari che vanno da Ralph Ellison a Langston Hughes e Zora Neale Hurston, e con un’erudita indagine delle vite delle interpreti e dei motivi delle canzoni, con particolare riguardo a Bessie Smith che “contribuì alla creazione di una nuova coscienza dell’identità afroamericana, una coscienza critica nei confronti delle esperienze di sfruttamento, alienazione, e per le donne di dominazione maschile, in quel nord che sin dai primi giorni della schiavitù era stato il centro delle speranze e dei sogni delle persone nere”. Angela Davis è convinta che “canzoni come Backwater Blues sono molto più della mera storia popolare a cui vengono spesso ridotte. Trasformando emozioni individuali in risposte collettive alle avversità trascendono le circostanze specifiche che le anno ispirate e diventano metafore dell’oppressione, mentre la distanza estetica raggiunta attraverso la musica forgia una coscienza capace di immaginare comunità tra le persone che condividono barlumi di speranza di superare finalmente questa oppressione”. Spicca la diversità di Billie Holiday che non è esplicitamente politica, come è evidente, ma rilevante per altri motivi, anche solo estetici e per “lo stretto legame tra amore, sessualità, individualità e libertà” delle sue espressioni. Alla fin fine, Angela Davis si abbandona al blues come linguaggio, forma espressiva, collante e fondamenta culturale a cui viene dedicata una continua e approfondita indagine del senso e del significato per esteso e al di là dei tema centrali del libro, come una risposta concreta al bisogno di affermazione e rivendicazione di un popolo e in particolare della sua componente femminile. Il blues è lo strumento vivo e pulsante, perché poi, come ricordava la poetessa Audre Lorde: “Rompere il silenzio è gettare un ponte fra alcune di quelle differenze fra di noi, perché non è la differenza a immobilizzarci, ma il silenzio. E ci sono così tanti silenzi da rompere”. Da leggere, rileggere e studiare.

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