martedì 15 febbraio 2011

Gay Talese

Gay Talese racconti i gatti di New York come se fossero “rain dogs”  e potrebbe sembrare l’argomento dell’ennesimo, bizzarro storyteller, invece è uno scrittore capace di dare un senso specifico al suo ruolo e alla sua scrittura, fiction o non fiction che sia perché, come dice lui stesso nella conclusione di Frank Sinatra ha il raffreddore, “ho sempre creduto, e ho sperato di dimostrarlo con i miei sforzi, che bisognerebbe prestare attenzione alla gente comune anche nella letteratura che non è di finzione, e che, senza cambiare i nomi e falsificare i fatti, gli scrittori dovrebbero produrre quella che qui chiamo letteratura della realtà”. Il gusto per il dettaglio, sia che si tratti del il piccolo particolare che rende credibile ogni racconto, sia che si tratti di scelte definitive nell’impostazione della scrittura trasforma il suo modo di vivere il giornalismo che è punto di partenza nonché destinazione finale. Le fondamenta, su cui sarebbe utile riflettere ogni tanto, sono quelle di un’attenzione non comune ai soggetti, agli incontri e ai ritratti che Gay Talese spiega così: “Non ho mai scritto di nessuno per cui non nutrissi un minimo rispetto, e questo rispetto è evidente nello sforzo che esprimo nella scrittura e nell’impegno per cercare di comprendere ed esprimere i punti di vista dei soggetti della storia e delle forze sociali e storiche che hanno contribuito a formare il loro carattere, o la loro mancanza di carattere”. Per descrivere un mancato appuntamento, quello con Frank Sinatra, che non volle rivorgergli la parola, come un incontro epico, e senza inventarsi nulla, ci vuole tutta “l’arte del praticare”, la capacità di attraversare e leggere attraverso New York, “una città di cose che passano inosservate” e una visione che è “ispirata alla curiosità, è sostenuta dall’essenza delle persone e dei posti che mi sono lasciato alle spalle, la gente trascurata, quella che non fa notizia”. La sua narrazione del minimo quotidiano con il massimo dell’arte dello scrivere mette in simbiosi il giornalismo e la narrativa in un modo più unico che raro, anche se Gay Talese non nasconde particolari segreti, anzi si confessa in modo piuttosto genuino: “Venivo da un piccola città, e le mie percezioni erano alquanto provinciali. Provavo un senso di meraviglia per tutto ciò che gli altri trovavano normale. Pensavo valesse la pena di scrivere del consueto, degli avvenimenti quotidiani che facevano parte della routine di un individuo medio”. La dedizione al common man, anche quando si chiama Frank Sinatra o Joe Di Maggio, è il suo elemento primordiale e la spinta, l’ispirazione “l’unica qualità essenziale è la curiosità, e la forza di evadere e di conoscere il mondo e le persone che conducono vite straordinarie o che occupano posti oscuri”. Qualcosa che vale come una vocazione che Gay Talese dispensa con entusiamo perché “ci sono storie dappertutto, sotto i nostri occhi, alla nostra portata”. Basta liberarle dalla realtà: il bello, e il difficile, deve essere proprio quello. 

giovedì 10 febbraio 2011

Edward Bunker

Da un carcere all'altro, Edward Bunker, già noto con e con , si racconta. Lo fa con il tono crudo e spigliato che caratterizza il suo modo di scrivere. Raccontato in prima persona, Educazione di una canaglia ci porta dalle cupe atmosfere dei luoghi di carcerazione (scuole militari, riformatori, carceri e penitenziari veri e propri) ai luoghi del benessere di una Los Angeles sempre in bilico tra l’estrema opulenza (fu salvato, in più riprese dall'angelo di Hollywood, la “signora Wallis”, moglie di “un pezzo grosso del cinema”) e la delinquenza totale dei suoi bassifondi. Naturalmente, per un’innata attitudine (ammessa con il consueto candore: “Io non avevo nessuna idea di ciò che volevo, tranne che sentivo in me la rabbia di attraversare le esperienze della vita e un desiderio altrettanto potente e urgente di conoscenza), le maggiori frequentazioni di Ed Bunker sono di questi ultimi, nonostante gli sforzi del ricchissimo angelo. Educazione di una canaglia è più di una autobiografia e va oltre al romanzo: pur essendo sostenuto dalla storia della vita di un galeotto, ovviamente in un'atmosfera noir, potrebbe essere un saggio, sul genere che avrebbe potuto interessare Cesare Beccaria; infatti è il percorso di un uomo che ha passato metà della vita in carcere, per lo più da minore, al punto che si confondono i reati con le pene, le cause con gli effetti. Attenzione: Bunker non fa delle questioni sociologiche o psicologiche; semplicemente ci racconta un mondo che ha vissuto e, implicitamente, studiato, e che, sempre attraverso le lenti di una particolare sensibilità, ha cercato di tradurre nella sua scrittura. I suoi inizi, documentati proprio da Educazione di una canaglia sono empirici: “Per scrivere un libro bisognava essere un mago, o uno stregone, o un alchimista, per impadronirsi di un’esperienza, reale o immaginaria, e servirsi delle parole per ricrearla sulla pagina scritta”. Qualche cella più in là, un altro detenuto pesta i tasti della macchina da scrivere tutta la notte: è Caryl Chessman. Edward Bunker aveva capito già da lettore che “un libro era un libro, un varco possibile verso luoghi lontani e meravigliose avventure” e ascoltando il lavoro di uno scrittore che vive nelle sue stesse condizioni ha l’epifania decisiva. Dedicherà alla scrittura tutto il tempo che gli resterà davanti, raccontando la sua “educazione”, le sue prigioni e, insieme, tutto un mondo di emarginazione, di violenza, di paura, di sotterfugi, di dolore. Senza particolari mediazioni, se non quelle dell’esperienza. Alla tenera età di 65 anni, “pacificato ” come recitano le note di copertina, cercava ci comprendere dove l’aveva portato un’Educazione di una canaglia: “Avrei potuto giocare meglio le mie carte, senza dubbio, e ci sono cose di cui mi vergogno, ma quando mi guardo allo specchio, sono fiero di quello che sono. I tratti del mio carattere che mi hanno fatto combattere il mondo sono gli stessi che mi hanno permesso di farmi valere”. Un vero outsider, un perfetto fuorilegge, un grande scrittore.

lunedì 7 febbraio 2011

Charles Bukowski

La raccolta di racconti A sud di nessun nord, insieme alla ristampa Taccuino di un vecchio sporcaccione (che gli fruttò diecimila dollari di anticipo dalla City Lights) segnò una prima, importante svolta nella carriera di Charles Bukowski. L'outsider, incomprensibile e scorbutico, cominciava ad essere riconosciuto per uno stile, disordinato e iconoclasta finché si vuole, ma comunque unico. Nonostante tutto (le letture pubbliche sempre più affollate, gli assegni, le proposte editoriali) il Buk, come ribadirà spesso e volentieri, con una coerenza immacolata, insisteva nel posizionarsi ai margini della società, come scriveva in Un vero uomo, uno dei racconti più intensi e incisivi di A sud di nessun nord: “Come può dirvi chiunque, io non sono un brav'uomo. E' una parola che non conosco. Ho sempre ammirato il cattivo, il fuorilegge, il figlio di puttana. Non mi piacciono i bravi ragazzi coi capelli corti la cravatta e il buon posto. Mi piacciono gli uomini disperati, gli uomini con i dentri rotti e il cervello rotto, gli uomini che si sono rotti. Mi interessano. Sono pieni di sorprese e di esplosioni. Mi piacciono anche le donnacce, puttane ubriache con la bocca piena di bestemmie con le calze molli e la faccia stravolta dal mascara. Mi interessano di più i pervertiti che i santi. Con i barboni riesco a rilassarmi perché sono anch'io un barbone. Non mi piacciono le leggi, la morale, le religioni, le regole. Non mi piace farmi plasmare dalla società”. Come lui, tutta la progenie picaresca dei suoi personaggi colti in quelle zone crepuscolari dell'esistenza dove è difficile capire, per usare parole sue, dove è andata storta e dove è andata diritta. Sempre inchiodati ai marciapiedi o a lavori impossibili in cui “ci si stancava e veniva voglia di smettere e poi ci si stancava tanto che ci si dimenticava di smettere, e i minuti non finivano mai e si viveva in eterno dentro un minuto, senza speranza, senza via d’uscita, intrappolati, troppo stravolti per smettere e senza un posto dove andare se si smetteva”. Date queste coordinate, ogni racconto è un microcosmo a sé dove il caso e la storia si abbracciano in modo caotico nello sproloquio della scrittura di Charles Bukoswki che ammetteva, con il suo tipico e onesto candore di avere il “il cervello in tumulto contro la vita e il destino”. Il particolare e personalissimo flusso di coscienza dei racconti di A sud di nessun nord trova un’eccezione tragicomica con Storia di una bandiera viet cong dove l'ineffabile Buk, raccontando uno stupro, in un colpo solo mette alla gogna tutta la cultura hippie. Ricordando comunque che, come tutti, anche il loro destino era accettare e subire il volto di una nazione, detto con le parole del Buk, “cazzi acidi, come si suol dire, questa è l'America. Non volevamo molto ma non riuscivamo ad avere nemmeno il poco che volevamo. Cazzi acidi”. Senza cattiveria, e con il solito ghigno divertito stampato in faccia, A sud di nessun nord è l’apologia del fuorilegge e una bussola per tutti gli outsider. 

giovedì 3 febbraio 2011

John Steinbeck

“C’era una volta una guerra, tanto tempo fa, poi vennero altre guerre e altri modi di fare la guerra, tali che coloro che ne furono travolti ne eludono il ricordo” ed è qui che John Steinbeck interviene in qualità di reporter a seguito dell’esercito americano nella seconda guerra mondiale. Il suo racconto è vivido, sferzante e “responsabile”, come ripete con una certa frequenza John Steinbeck. Del resto, l’argomento è complicato almeno quanto surreale e John Steinbeck non concede nulla alla classica intossicazione degli inviati di guerra: non lascia spazio né all’adrenalina né all’assuefazione, viaggia con i soldati o racconta i radi dei bombardieri con lo stesso tono neutro e un po’ malinconico dei piloti attorno alle loro birre o dei marinai sulla tolda delle navi. John Steinbeck è più votato a proteggere l’idea di trasmettere una visione della guerra che a “coprire” le gesta belliche. Il suo disincanto è totale, palpabile, inconfondibile: eroismi, valore, coraggio e altri elementi epici dei combattimenti sono mantenuti ai margini, fuori dalla fotografia. Il suo diario racconta di guerrieri sporchi, sudati, stanchi, annoiati e ormai incapaci di collegarsi al proprio tempo perché “gli uomini che stanno in battaglia a lungo non sono normali. In seguito sembrano reticenti, ma forse non ricordano molto bene”. D’altra parte “i corrispondenti erano gente strana, bizzarra ma responsabile. Gli eserciti, per loro natura, dimensioni, complicazione e comando indulgono agli errori, errori che possono essere spiegati oppure trasformati in resoconti ufficiali”. A John Steinbeck interessano molto di più le emozioni, le storie, le piccole magie e le tante superstizioni dei soldati che nella sua ricostruzione trovano persino una logica ben precisa dato che “se la follia disorganizzata di cui facevamo parte aveva un intoppo, non soltanto era previsto, ma faceva parte di una più vasta strategia dalla quale immancabilmente sarebbe scaturita la vittoria”. La cronaca della conquista, se così si può chiamare, di Ventotene è esemplare, da questo punto di vista: John Steinbeck la mostra attraverso gli occhi dei soldati e, da grande narratore, riesce a spiegare con grande chiarezza le dinamiche tra le catene di comando, i piani per l’attacco e per la difesa e poi la resa finale. Tutto in un’atmosfera ipnotica, che plasma con grande accuratezza l’idea di un oblìo necessario a sopravvivere, che John Steinbeck inquadra così: “Forse è giusto e perfino necessario dimenticare i disastri, e le guerre sono di sicuro disastri cui la nostra specie sembra incline. Se potessimo trarne un insegnamento, sarebbe utile tener vivi i ricordi, ma purtroppo non abbiamo questa capacità”. Lo si capisce fin dal titolo che servirebbe uno sforzo mnemonico, dato che “ogni guerra è sintomo del fallimento dell’uomo come animale pensante” e visto che “ora da molti anni respiriamo paura e ancora paura, e la paura non conduce a nulla di buono. I suoi figli sono la crudeltà e l’inganno e il sospetto che germogliano nelle nostre regioni oscure. E come stiamo avvelenando l’aria con gli esperimenti nucleari, così ci avveleniamo l’anima con la paura, uno stupido canceroso terrore senza volto”. E’ così: C’era una volta una guerra, e c’era una volta un grande scrittore che ha capito tutto.