sabato 30 luglio 2011

Hunter S. Thompson

La sua biografia è concentrata in un verso di una canzone di Warren Zevon: mandate armi, soldi e avvocati. Si tratta naturalmente di Lawyers, Guns and Money da Excitable Boy, anche se all’elenco delle priorità da spedire andrebbero aggiunte dosi non modiche di alcol e stupefacenti assortiti, adatti a tenere Hunter S. Thompson sveglio e incollato alla macchina da scrivere, “un giocattolo fosforescente”, come l’ha chiamato Screwjack, che è diventato un’estensione della sua ipertrofica personalità. Scrittore a tutto tondo, prolifico e caotico, capace di raccontare il Super Bowl o il Watergate con la stessa caustica prosopopea, Hunter S. Thompson usa uno slang bruciante, schematico, sardonico, senza mezzi termini e molto rock’n’roll per fare a pezzi i luoghi comuni del sogno americano e dell’american way of life. In Paura e disgusto A Las Vegas la trama è costruita tutta attorno al mito americano del viaggio, anche se Hunter S. Thompson, con acida ironia, lo interpreta in almeno un paio di modi. Da una parte c'è l’effettivo road movie che lo vede protagonista, a bordo di una fiammeggiante decapottabile, delle avventure lungo le strade tra Los Angeles, Las Vegas e altre proiezioni terrestri degli incubi americani. Nei passaggi strettamente automobilistici, Paura e disgusto A Las Vegas è un formidabile resoconto della varia umanità che vive ai margini delle città e lungo i bordi delle strade. Paesaggi umani bucolici che ben si accordano, nelle descrizioni al vetriolo di Hunter S. Thompson, con i panorami selvaggi e desolati della Death Valley e delle deviazioni metropolitane di Los Angeles e di Las Vegas, città che, è bene ricordarlo, sono state costruite nel deserto. Naturalmente, poi c’è un altro viaggio che Hunter S. Thompson e il suo stralunato avvocato che lo accompagna compiono in Paura e disgusto A Las Vegas ed è quello psichedelico, allucinato e distorto che viene indotto dall’uso di sostanze psicotrope di vario tipo. Attenzione, però: Paura e disgusto A Las Vegas non è affatto un’elegia sull’uso della droga perché non c'é celebrazione, rituale o esaltazione, per quanto sia figlio degli stessi anni. E’ piuttosto uno strumento per vedere con assurda lucidità una realtà diventa sempre più deformata e alienante. Così, tra visioni e incubi, emerge in Paura e disgusto A Las Vegas tutto il greve sarcasmo di Hunter S. Thompson che ha parole di disgusto per la guerra in Vietnam, per le varie amministrazioni americane e per lo stesso modo di concepire vita e morte di una nazione, gli Stati Uniti che, a differenza dell’Italia e dell’Europa in generale, oltre ai drammi umani e sociali hanno saputo creare e rispettare uomini e scrittori come lui. Per questo Paura e disgusto A Las Vegas resta un libro attualissimo e importante anche a venticinque anni dalla sua prima uscita, anno di grazia 1971. Allora come oggi “lo zoo è a pieno regime” e, parola del Doc, “sfangarla è l’unica cosa che conta (a parte queste cicatrici orribili, ma questa è un’altra storia)”. Inimitabile.

giovedì 28 luglio 2011

Sherwood Anderson

Il romanzo perduto di Sherwood Anderson è una raccolta spicciola di storie, saggi e frammenti inediti che vertono in particolare sul rapporto con l’arte e in particolare dell’arte con la vita a formare un piccolo ma ottimo assaggio dell’autore di Winesburg, Ohio. L’avviso, peraltro messo in evidenza degli Appunti sul realismo, dice con molta chiarezza: “Nessuno sembra mai rendersi conto del atto che l’arte è l’arte. Non è la vita. La vita dell’immaginazione resterà sempre divisa da quella della realtà. Si nutre della vita reale, è vero, ma non coincide con la vita stessa, non potrà mai”. Un’avvertenza che avrebbe dovuto seguire il protagonista del romanzo perduto che non è di Sherwood Anderson, ma quello di uno scrittore inglese protagonista dell’omonimo racconto. Come un antico alchimista si dedica al suo libro giocandosi il posto di lavoro,  i legami famigliari finché la scrittura lo travolge senza pietà. Succede perché, come scrive altrove Sherwood Anderson, “l’immaginazione deve nutrirsi continuamente perché la vita immaginativa possa continuare ad avere un significato”. Non è automatico che gli sforzi vengano ripagati e questo è senza dubbio una delle estremità a cui tende la letteratura, che Il romanzo perduto racconta con una punta di perfida e realistica ironia. Il suo autore prova un “dolce senso di soddisfazione per averlo fatto, quel qualcosa”, soltanto che rimane la sorpresa finale, messa lì in bella vista da Sherwood Anderson, non solo a siglare un racconto esemplare, ma anche a inaugurare la navigazione tra le onde della scrittura. Quasi a richiamare il fallimento, l’inconsistenza, la natura volubile, se non proprio volatile, della materia del romanzo perduto, con Noi, ragazzini delle arti e con Quando qualcosa ci sta a cuore Sherwood Anderson si addentra nei gangli più intimi della scrittura a partire dall’essenza primordiale dell’immaginazione: “L’equivoco nasce dal fatto che tutti, non solo gli artisti di mestiere, sono dotati di una certa fantasia. La sola differenza è che la gente comune ha paura di affidarsi alla propria immaginazione, mentre l’artista ci sguazza da mattina a sera”. La definizione è lungimirante perché la connessione tra talento e tempo è quasi una formula matematica, per quanto il risultato rappresenti sempre un’incognita. Ricorda Sherwood Anderson: “I nostri tentativi di scrivere e dipingere, il nostro sforzo, era solo parte di qualcosa che desideravamo: tutti noi eravamo convinti che i nostri sforzi sarebbero evaporati in niente”. La motivazione, che in fondo è anche il senso implicito di questa bella antologia, è tutta in quell’appello a scrittori e lettori che Sherwood Anderson chiama “una nuova responsabilità: perché non è forse il fatto stesso di prendersi a cuore la sorte di ciò che ci sta intorno a lasciarcene intuire la musica segreta? E così ogni volta che qualcosa ci sta davvero a cuore vibriamo noi stessi di bellezza e musica”. A corollario si trovano anche i suoi Appunti sul realismo e un Galateo per conversazioni con scrittori, ideale per affrontare un dialogo tanto improbabile quanto indispensabile. 

martedì 26 luglio 2011

Gertrude Stein

C’era una volta gli americani contiene più di un libro: oltre alle storie delle famiglie famiglie americane, i Dehning e gli Hersland, e alle logiche e conseguenti divagazioni sulla natura stessa dell’America, è un tessuto ricettivo su cui Gertrude Stein sperimenta una forma di romanzo coraggiosa, se non proprio rivoluzionaria, innestando elementi su elementi, materia dentro materia, strati dopo strati. Il suo è nello stesso tempo un “making of Americans” usando la scrittura e l’autocelebrazione di una voce  unica, singolare, poliedrica e ricchissima. L’assimilazione delle storie avviene con un processo circolare ed evoluto che parte da una comprensione filosofica del tempo (“E così visto che il nostro modo di pensare è questo e non possiamo farci niente, nelle nostre storie i nostri antenati saranno uomini e donne avanti con gli anni oppure bambini appena nati o ragazzini. E dentro di noi saremo sempre noi gli uomini e le donne nel fiore degli anni”) e arriva alla plateale considerazione che “sì, siamo bambini molto piccoli quando cominciamo a vederci come uomini e donne adulti”. L’alfa e l’omega di C’era una volta gli Americani stanno proprio nei tentativi di circoscrivere le storie da un punto di vista temporale, quasi a voler identificare uno standard, un classico che Gertrude Stein riassume in effetti così: “Più uno guarda la gente sia pure di sfuggita e più fondata ha la sensazione che verrà un giorno in cui avremo una storia che comprenderà tutti quanti e tutti i tipi esistenti di uomini e donne”. C’era una volta gli americani si avvicina moltissimo a quel libro, anche se in realtà è una fenomenale introduzione ai misteri gaudiosi della lettura e della scrittura, che parte proprio dalla confessione di Gertrude Stein: “Scrivo per me stessa e per quelli che non conosco. Nell’unico modo in cui sono capace. Per me c’è qualcosa di vero in tutti quanti e ognuno somiglia sempre a qualcun altro. Nessuno tra quelli che io conosco vuol sapere quello che ho da dire e perciò scrivo per me stessi e per quelli che non conosco”. Il margine è molto ampio e C’era una volta gli americani è un libro che non si finisce più di esplorare proprio perché la simbiosi tra Gertrude Stein, la sua scrittura e le storie che racconta è concreta, tanto che lei stessa si scopre lettrice e dice: “E’ poi una strana sensazione quella che una prova più avanti quando scopre che c’è del vero nelle storie raccontate nei libri, come noi che una volta amavamo i libri che raccontavano storie, ci piaceva leggerli anche se non abbiamo mai veramente creduto che ci fossero dentro delle verità, e più tardi quando dalla vita stessa si traggono nuove illusioni accompagnate da una sorta di saggezza e si torna a leggere quei libri, eccole lì le cose in cui nel frattempo abbiamo imparato a credere e abbiamo subito la certezza che l’uomo o la donna che hanno scritto quei libri le cose che noi abbiamo passato tutta la vita a corrergli dietro loro le sapevano”. E’ proprio l’effetto, grandioso, che fa C’era una volta gli americani. 

lunedì 25 luglio 2011

William Carlos Williams

Mentore di un’infinità di poeti e narratori (non ultimi Allen Ginsberg, Jack Kerouac e compagnia beat & bella), William Carlos Williams è uno dei più profondi conoscitori del multiforme paesaggio storico e linguistico americano. Ne sono testimonianza il complesso percorso raccontato con Nelle vene dell’America e, in modo diverso ma altrettanto attraente, Il grande romanzo americano. Diciamo la verità: del romanzo, in senso stretto, ha poco o forse niente perché è uno straordinario assemblaggio di strumenti narrativi, saggistici e poetici. Difficile da sviscerare perché, come direbbe Walt Whitman, contiene moltitudini, e quindi molte contraddizioni. Vale a dire, l’America intera rivista come entità culturale e linguistica in tutta la sua complessità: William Carlos Williams cerca di comprendere perché “tutte le qualità che rendono la vita interessante, gioia, dolore, avventure, ambizione, esperienza,  a turno sembrano accentrarsi in questo luogo, irradiandosi da tutti gli angoli del mondo”. Lo fa agendo soprattutto sullo scorrere della narrazione del grande romanzo americano, senza prospettare particolari teorie, ma con quella sagacia, quell’entusiasmo e quella lucidità che hanno sempre distinto la sua scrittura. Essendo che “la letteratura è questione di parole”, William Carlos Williams inventa un romanzo che non è un romanzo, piuttosto un nuevo mundo, come dicono i suoi marinai dove la scrittura è libera di scegliere o non scegliere da che parte stare, assimilando e rigurgitando, senza schemi e con traiettorie irrisolte. E’ un tuffo pieno di incognite e di salti mortali perché “c’è il fuoco. Precipitati dentro. Che cos’è la letteratura a ogni modo se non la sofferenza registrata in mille sillabe palpitanti”. Finché William Carlos Williams quasi a convincere lui e noi che il suo è proprio Il grande romanzo americano arriva ad appropriarsi di una nuova definizione di romanzesco: “credere ciò che è incredibile. Questa è la fede: desiderare quel che non si potrà mai ottenere, volare come una rondine nel vento, in apparenza solo per il piacere di volare”. La progressione esponenziale: Il grande romanzo americano si nutre di parole e apre una finestra dopo l’altra su un mare che non è un mare, con un ultimo, dichiarato atto di fede: “L’immaginazione non verrà meno. Se non è una danza, una canzone, diventa un urlo, una protesta. Se non è spettacolare diventa deformità; se non è arte diventa delitto. Uomini e donne non possono accontentarsi dei semplici fatti di una vita monotona non più di quanto se ne accontentino i bambini, l’immaginazione deve adornare ed esagerare la vita, deve darle splendore e stravaganza, bellezza e profondità infinita. E la semplice accettazione di queste cose dall’esterno non è sufficiente, non è sufficiente dichiararsi d’accordo e confermare quando l’immaginazione esige l’energia creativa come soddisfazione. Lo spettacolare esprime la fede in quella energia, è un grido di gioia, una dichiarazione di ricchezza. E’ almeno l’inizio dell’arte”. Anche qualcosa in più.