Inagehi (che nella lingua parlata dai cherokee si
pronuncia in na ghe hii) significa una persona che vive da sola in un luogo
selvaggio. E’ la scelta di Harriette Chiamata dal Tuono, Amica dell’Albero che
“benché non ci pensasse, aveva trent’anni ed era tormentata da più misteri di
quanti ne poteva incontrare un detective in tutta la sua vita”. La giovane
cherokee sente, come un imperativo del destino, di dover scoprire, capire e far
propria la morte del padre, avvenuta per mano assassina in un passato ancora
prossimo. Il misterioso delitto è l’unica nota noir di questo splendido romanzo
di Jack Cady, volto da capitano Achab, un passato di camionista e boscaiolo e
una dozzina tra romanzi e raccolte di racconti, prima della sua scomparsa, nel
2004. E’ anche la scintilla che accende di un fuoco vivo, intenso Inagehi dove protagonisti assoluti sono la natura
selvaggia, le montagne, gli alberi, il passare delle stagioni, le variazioni
atmosferiche. Tutti considerati alla stregua di personaggi, persino di testimoni
e non in un'ottica misticheggiante come spesso vengono proposte le visioni
native. Jack Cady è abbastanza scafato e preparato quanto basta per non
lasciarsi trarre in inganno da false suggestioni e presenta il mondo di Inagehi, dei nativi con tutte le sue ombre. A prova di
smentita scrive: “La terra a occidente, la terra delle ombre, la terra della
morte. Quando moriva un cherokee, si diceva che era andato nella terra delle
ombre. Gli indiani d’America non erano stati capaci di affrontare la morte, non
più del sesso. Il sesso era circondato da tabù e battute sconce, la morte era
accompagnata dal terrore. Si sapeva che certi indiani abbandonavano i propri
morti, piangendo allo stesso tempo in preda a un dolore inconsolabile. I
cherokee non erano così pittoreschi; a volte, era vero, tenevano cerimonie di
sepoltura elaborate, ma in genere non parlavano facilmente della morte”. E’ per
questo che il prezzo che paga Harriette Chiamata dal Tuono, Amica dell’Albero
si diffonde, frase dopo frase, in Inagehi come le radici degli alberi nella montagna che custodisce i segreti
della morte del padre e della sua stessa vita. Inagehi è un libro prezioso non solo riporta perché al
centro dell’attenzione il rapporto con la natura e la wilderness nello
specifico, dove “vivendo in una radura nella foresta, dormendo un sonno dopo
l’altro, si scoprono cose comprensibili e cose incomprensibili; tutte profonde
come il sole”. E’ soprattutto un’ecologia dell’anima quella che insegue
Harriette Chiamata dal Tuono, Amica dell’Albero: non vuole né vendetta né giustizia, particolari troppo umani
e fragili in confronto al rispetto che trova nel silenzio della natura. Così,
dato che, scrive Jack Cady, “come tutte le tragedie, anche questa ha bisogno di
un coro” c’è solo l’imbarazzo della scelta: potete metterci i dischi di John
Trudell, Robbie Robertson, Jerry Alfred o Bill Miller. Non saranno della stessa
tribù di Harriette Chiamata dal Tuono, Amica dell’Albero, ma come colonna
sonora di Inagehi andranno
benissimo.
lunedì 4 febbraio 2013
sabato 2 febbraio 2013
Neil Young
Uno
degli aspetti più curiosi e interessanti della vita di Neil Young è che trova
un nome per tutto. Non c’è automobile, caravan, chitarra, garage o abitazione a
cui non abbia dato un appellativo neanche fossero esseri umani. Si capisce che
è un uomo dalle mille passioni, tutte vissute in modo viscerale ed emotivo, con
un’idea tutta sua della disciplina (ammesso che con Neil Young possa essere
usato questo termine) o del lavoro. La sua storia, più che la sua
autobiografia, è un’altalenante e irriverente carrellata di colpi di testa e
sbalzi di umore dedicati di volta in volta alle chitarre, al modellismo
ferroviario, alle automobili, al confronto con le rivoluzioni digitali, alle
sue rock’n’roll band. La congiunzione di questi punti sparsi in modo bizzarro danno
forma e fanno emergere il paradosso della sua coerenza e in fondo quello che Il
sogno di un hippie nella sua
essenza. Fedele alla sua natura di “cavallo pazzo”, Neil Young scrive con lo stesso istinto delle convulsioni
chitarristiche e, come si può immaginare con una certa facilità, la cavalcata è
accidentata e piena di imprevisti perché rimane un incallito e indomito
sognatore. Ingenuità ed eccentricità convivono da anni e contribuiscono a
delineare una personalità unica, e non lo scopriamo certo oggi. Quello che si
trova, anche soltanto sfogliando Il sogno di un hippie, è una collezione disordinata di anni in cui è
stato accumulato un po’ di tutto. Come dal rigattiere dove Neil Young e il suo
fedele art director comprarono il posteriore della Cadillac del 1959 poi
insabbiato nella copertina di On The Beach (la sua preferita) Il sogno di un hippie raduna e mette a disposizione la ricetta degli
spaghetti del papà (auguri), le contorsioni di un musicista che, dai Buffalo
Springfield a Daniel Lanois non si è fatto mancare niente, i ritratti (sempre
affettuosi) di compagne e compagni di viaggio, gli infiniti fotogrammi della
vita on the road, gli aneddoti e le polemiche. Memorabili, in questo senso, le
cinque pagine dedicate alla diatriba con la Geffen Records, parentesi
discografica in cui i soliti, solerti ed efficienti manager pretendevano di
sapere e di decidere chi o cosa fosse Neil Young. Lui rispose a modo suo,
incidendo e pubblicando album del tutto estemporanei, mutando pelle e costumi
senza preavviso. La battaglia, alimentata da “ego e incubi hollywoodiani”, andò
avanti per un bel po’ perché “loro volevano che avessi successo commerciale e
io volevo essere un artista che esprimeva se stesso: non sempre queste due
ambizioni sono compatibili”. La strategia di Neil Young, all’epoca
incomprensibile ai più, svela invece tutta la sua trama se ci si misura con Il
sogno di un hippie. E’ un segmento
elementare, una sequenza in cui diventa intelligibile il suo DNA: Neil Young ha
fatto del mimetismo un’arte sublime perché nascondendosi di volta in volta
dietro una maschera diversa è diventato ed è rimasto se stesso, che è poi Il
sogno di un hippie diventato
realtà (più o meno, perché con Neil Young non si è mai sicuri di niente).
giovedì 31 gennaio 2013
Breece D'J Pancake
I racconti di Trilobiti, dodici smorfie di dolore e di
presagio, sono frustate, nella
migliore delle letture, e affiorano da un mondo blue collar dove un lavoro più
o meno onesto è già tutto. Siamo nella Virginia occidentale, l’unico stato nato
dalla guerra di secessione (come dire: un caso a parte) e Ginny, Jim, Sally,
Buddy, Ellen, Skeevy, Corey (solo per citare l’inizio di una lunga teoria di
nomi) sono imprigionati in un terra dura, che li nutre con il carbone
incastonato tra arenaria e argilla, l’unica ricchezza, a parte la caccia e la
pesca, vissute ancora in modo primordiale. Scavano in miniera, vivono in carcasse di treni, abitano in
macchine sfondate, le case dove cercano rifugio sono baracche degne del più
infimo dei juke-joint e lo spettacolo più eccitante che gli può capitare è
andare a vedere un mangiatore di serpenti. Questo è il paesaggio e siamo anche
oltre il proletariato di Raymond Carver, in direzione ostinata verso il basso:
uno dei lavori più agognati è viaggiare sul fiume, dove è sempre dura perché
per rovinarsi basta che “qualcosa va storto, ci si aggrappa al cavo sbagliato,
si fa un movimento stupido alle chiuse del canale. Ma se niente va storto, per
un mese ci si ferma e se si è fortunati si può vivere in questo modo per il
resto dei propri giorni”. In queste condizioni, anche solo una vaga idea di
felicità rimane molto lontana e i rapporti sono sempre segnati da una violenza
strisciante che, non di rado, si manifesta in modo eloquente e spietato. La
scrittura di Breece Dexter John Pancake è intuitiva, aspra, intrisa di blues,
attenta al minuscolo del quotidiano, al particolare della frase e alla
formazione di frangenti che si stagliano nei racconti, passo dopo passo, con
tutta la fatica di arrivare a un’espressione compiuta: “Voglio parlare, ma le
immagini non diventano parole. Mi vedo disintegrato, ogni cellula a miglia di
distanza dalle altre. Le rimetto tutte insieme e mi inginocchio sull’erba
scura. Mi sdraio a faccia in su e guardo a lungo nel vuoto prima chiudere gli
occhi”. Trilobiti
alimenta i fantasmi e al saldo delle celebrazioni di Kurt Vonnegut, Tom Waits,
Joyce Carol Oates, Andre Dubus, mostra un talento chiarissimo, senza dubbio,
anche se la tormentata storia di
Breece D’J Pancake risuona indissolubile e in tutto il suo peso dagli unici
racconti che ha lasciato. E’ il limite di frammenti collezionati per sempre,
che sappiamo meravigliosi e nello stesso tempo brutali e disperati perché né
lui né la sua scrittura avranno modo di crescere. Il fatto che si sia sparato
(in modo voluto o accidentale, non fa molta differenza) lo rende tale e quale
uno dei disperati protagonisti di Trilobiti e il processo di identificazione
passa persino attraverso attraverso la percezione che le sue paure possano
allontanarsi “in cerchi concentrici attraverso il tempo, per un milione di anni”.
Anche lui è partito: solo i Triboliti resteranno per sempre, proprio come fossili duri,
secchi e compatti che lasciano aperta la porta a un’infinità di domande.
mercoledì 30 gennaio 2013
Don DeLillo
Se l’omicidio è l’espressione del potere, il terrorismo
diventa la forma definitiva di arte e il complotto ordina tanto il matrimonio
di seimilacinquecento coppie del reverendo Moon quanto il funerale funerale di
massa di Khomeini: nei piani inclinati di Mao II, che portano da New York a
Beirut, “il futuro appartiene alle masse” e il destino è deciso altrove. Nello
spiraglio aperto sulla realtà del mondo moderno, Don DeLillo accetta, prima di
tutto, una sorta di subalternità del narratore nel tracciare ipotetiche
coordinate per comprendere le deviazioni e i fallimenti genere umano: “Anni fa
credevo ancora che fosse possibile per un romanziere alterare la vita interiore
della cultura. Adesso si sono impadroniti di quel territorio i fabbricanti di
bombe e i terroristi. Ormai fanno delle vere e proprie incursioni nella
coscienza umana. Era quanto solevano fare gli scrittori prima che fossimo tutti
incorporati”. Ciò non toglie che possa essere ancora un validissimo e quanto
mai ispirato testimone: Mao II ha visto il futuro con lucida visionarietà, una crepa nel
tempo dalle linee nette, profili precisi e senza una sbavatura, tagliente come
i bordi di un diamante (non a caso Thomas Pynchon ha detto che Mao II è un gioiello). Una percezione
molto avanzata nel tempo e in tutti i sensi che, isolando un tratto in
apparenza confuso e frenetico della storia occidentale, fugge dal tentativo di
vedere una trama complessiva, anche nel romanzo stesso, e collima il mirino con
un orizzonte molto lontano. Mao II è del 1991, nell’empty sky di New York del 2001 sarebbe
stato poco meno di una parabola e all’alba del 2011 è ancora pericolosamente
attuale, soprattutto dove Don De Lillo dice: “In società ridotte allo sperpero
e alla sovrabbondanza, il terrore è l’unica azione significativa. C’è troppo di
tutto, ci sono più cose e messaggi e significati di quanti ne possiamo usare in
diecimila vite. Inerzia e isteria. E’ possibile la storia? C’è qualche persona
seria? Chi dobbiamo prendere sul serio? Solo il credente letale, la persona che
uccide e muore per la fede. Tutto il resto viene assorbito. L’artista viene
assorbito. Il pazzo per strada viene assorbito, trasformato e incorporato. Gli
dai un dollaro, lo metti in uno spot televisivo. Solo il terrorista resta
fuori. La cultura non ha ancora trovato il modo di assimilarlo. E’ sconcertante
quando uccido l’innocente. Ma questo è precisamente il linguaggio per essere
notati, l’unico linguaggio che l’occidente comprenda. E poi il modo che hanno
di determinare l’idea che ci facciamo sul loro conto. Il modo che hanno di
dominare il flusso interminabile delle immagini”. Il ritmo che Don DeLillo
impone alle parole è l’unico in grado di competere con quello che raccontano,
ovvero l’impero dominante delle ultime notizie, il costante trasecolare di fronte
alle novità che appaiono, che deflagrano, che turbano e che s’impongono ed è
vero che “i libri non finiscono mai”, ma bisogna anche dire che Mao II è qualcosa in più di un romanzo,
bellissimo e complesso. E’ un incubo a occhi aperti. La realtà. Una premonizione.
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