venerdì 6 agosto 2010

Sam Shepard

E’ passato quasi mezzo secolo, ma leggendolo (e guardandolo) sembra che la Rolling Thunder Revue sia finita ieri. Tutto comincia quando Sam Shepard, all'epoca sceneggiatore emergente, trova un appunto accanto al telefono in cui c'è scritto che Bob Dylan ha chiamato e che è urgente richiamare. “Funziona così, giusto? Dylan ti chiama e tu molli tutto. Come il canto delle sirene, o una roba così. Tutti mollano la zappa a metà del solco e si precipitano da qualche parte del Nord-Est” scrive Sam Shepard all'inizio dell'avventura: il suo compito sarà quello di cercare di dare una forma compiuta (parlare di sceneggiatura è troppo) al film che deve documentare la Rolling Thunder Revue. Una tournée decisamente anomala, a prima vista: nell'autunno 1975 Bob Dylan si fa accompagnare da una nutrita e composita serie di musicisti e ospiti (si va dal grande chitarrista inglese Mick Ronson, a Joan Baez, da Allen Ginsberg a Roger McGuinn) per una serie di spettacoli in piccoli teatri del New England, il cuore della repubblica invisibile americana. Per quanto estemporanee siano le motivazioni e caotica l'organizzazione, la Rolling Thunder Revue incrocia e delimita tutta una galassia di suggestioni: sembra ricalcata su un medicine show (uno di quegli spettacoli itineranti che costituirono parte fondamentale della cultura popolare americana); ha lo stesso carattere informale dei bivacchi e delle canzoni attorno al fuoco (anche se il concerto finale sarà al Madison Square Garden, forse per far tornare i conti dicono gli scettici); ha un carattere comunitario perché musicisti, tecnici, giornalisti e scrittori al seguito (compreso Sam Shepard) vivono tutti insieme (Bob Dylan e relativo manager a parte); e, per finire, sembra sublimare, sulla tomba di Jack Kerouac, tutta l'epopea della Beat Generation. La guerra del Vietnam è finita drammaticamente da pochi mesi, “la caduta dell'America”, come direbbe Allen Ginsberg, è verticale e rovinosa e persino il nome stesso della tournée sembra una specie di “addio alle armi”: Rolling Thunder era infatti la sigla con cui erano identificate le operazioni di bombardamento sul Vietnam dal 1965  al 1968. Non è certo che sia stato l'unico modello di riferimento per trovare il nome al tour (anche se chiamare i camerini “Guam”, dal nome della base da cui partivano i B52, è un altro indizio piuttosto decisivo), ma la connessione è evidente. La Rolling Thunder Revue è stato l'ultimo valzer definitivo, un viaggio nei luoghi dei Basement Tapes,  l'inizio del Never Ending Tour, un commiato fragoroso e decadente perché “il passato è questo istante che fugge”, scrive Sam Shepard e il suo diario è un processo, per frammenti e tentativi, per cogliere l'attimo, lo spirito dei tempi, il colore delle chitarre, le gambe di Joan Baez e il volto di Joni Mitchell, David Blue e William Burroughs, Muhammad Ali alias Cassius Clay e Rubin Carter alias Hurricane e naturalmente Bob Dylan in action che proprio con la Rolling Thunder Revue sembra proiettato verso una dimensione sublime. Il coltissimo e lucido (nonostante la quantità di sostanze illecite che furono parte integrante della tournée) Sam Shepard gli trova una connotazione che va oltre il tambourine man, la rock'n'roll star, il portavoce di una generazione, il folksinger o uno dei tanti luoghi comuni che chiunque ha provato a stampargli addosso quando scrive che Bob Dylan e tutta l'aura che si è creato attorno hanno la forma del mito e “il mito è un mezzo potente perché parla alle emozioni e non alla testa. Ci spinge in una zona di mistero. Alcuni miti sono pericolosi da seguire mentre altri possono cambiare qualcosa dentro di noi, anche solo per un minuto o due”. Nessuno ha scritto di Bob Dylan come lui e l'originale Rolling Thunder Logbook è stato arricchito da una (sua) nuova prefazione (molto bella) e da una nota di T-Bone Burnett all'epoca imberbe chitarrista finito nella mischia. Per i più giovani, va segnalato che i dischi di riferimento sono Desire, Hard Rain e naturalmente il capitolo delle Bootleg Series del 1975 dove Larry Ratso Sloman, inviato da Rolling Stone al seguito, scrive che i bombardamenti chiamati Rolling Thunder vennero ordinati da Nixon negli ultimi anni della guerra del Vietnam. Il lapsus (peraltro relativo) rende però bene l'idea di come si volesse ancorare Bob Dylan ad un dato storico, a un presente evanescente, alla cronaca quotidiana mentre era già in partenza verso il passato o il futuro o tutti e due perché, come scrive T-Bone Burnett in conclusione alla sua presentazione, “da allora nessuno è stato più lo stesso”. Fondamentale.

Chester Himes

Le prime pagine sono straordinariamente nere, nerissime e folgoranti: non solo perché tre dei quattro protagonisti iniziali sono afroamericani, non solo perché l'aria (cupa e pesante) è quella dei grandi noir (la New York City di Chester Himes sembra la Los Angeles di Raymond Chandler) e non solo perché tutto comincia in una notte di follia e di paura, ma soprattutto perché ben presto si sprofonda e in un'oscura selva dell'anima i cui profili razzisti e xenofobi contribuiscono a rendere ancora più inquietante. Un detective del NYPD, la polizia di New York, completamente sbronzo e, si scoprirà, parecchio psicopatico, uccide, a sangue freddo e senza alcun motivo, due inservienti di una tavola calda e tenta di ammazzarne un terzo, giusto per non lasciare testimoni. New York City, “una città pulita e pacifica, che si stava consumando poco alla volta”, viene disegnata nelle geometrie ombrose di Chester Himes come un grande palcoscenico in cui, per dirla con le sue parole, va in scena "un mondo di orrore sempre più nero". Volendo, potrebbero bastare i personaggi, a partire da Matt Walker (il detective con un debole per la bottiglia e per il  grilletto) fino alla classica femme fatale, Linda Lou Collins, una cantante che crede di condurre i giochi (che hanno tutta una loro perversione psicologica tra vittime e carnefici) e invece è soltanto una particella in un meccanismo infernale. Invece, Corri uomo corri è un grande romanzo perché spesso, senza preavviso, i ruoli s'invertono, dubbi e perplessità morali non esistono e neanche tante distinzioni tra bianco e nero o tra uomo e donna: la storia travolge tutto e tutti, a partire dai protagonisti per finire con il lettore. Per cui capita, per esempio, che la vittima designata, Jimmy Johnson, l'unico scampato al massacro iniziale, ad un certo punto decida di ribaltare tutto quanto e in una discussione con Linda Lou Collins dice: “Possiamo restarcene qui tutta la notte, a discutere di cosa è giusto e cosa è sbagliato. Tu hai la tua opinione, e io ho la mia. Non riuscirai a convincermi, e io non posso convincere te. Saranno mille anni che la gente discute di giusto e sbagliato. Io ne ho abbastanza. Ho tutte le intenzioni di uccidere quel farabutto schizofrenico e continuare a vivere la mia vita”. E’ una lotta per la sopravvivenza senza esclusione di colpi che Chester Himes tratteggia con un ritmo serrato, teso e sincopato, quella scrittura che ha fatto dire a James Sallis: “Non esiste altro scrittore americano che abbia saputo creare una tale quantità di scene memorabili, situazioni toste e durature come un'impronta lasciata nel cemento, e in più con una stupefacente economia di dialogo e linguaggio”. Tra le righe e lungo il profilo del romanzo, Corri uomo corri non nasconde la ben nota urgenza di Chester Himes per la condizione afroamericana anche se, almeno in questo caso, diventa l'occasione per un sguardo più complesso, quando infatti fa notare che “forse era successo appena la notte scorsa, oppure molto tempo fa. Ma, da qualche parte, all'ingranaggio dell'american way of life era saltato un dente; o magari era proprio una questione di cuore. Il cuore che aveva perduto un battito, senza più recuperarlo”. Un maestro del noir e un grandissimo scrittore.

Bill Morris

Nella città delle catene di montaggio, gli opposti si compongono. Se per qualcuno il Detroit sound è solo Gibson e Marshall, per qualcun altro è soltanto Marvin Gaye. Due estremi di un mosaico complesso, perché nella Motor City raccontata da Bill Morris nell'omonimo romanzo, c'è veramente di tutto e di più. Ornette Coleman, Elvis Presley, Miles Davis, Smokey Robinson, Ike Eisenhower e la moglie, Vladimir Nabokov e Lolita, Jack Kerouac e Neal Casady: una valanga di personaggi che sono altrettanti clichés della cultura popolare americana s'incastrano in una trama che è un po' spy story e un po' romanzo storico. Il cuore è, come non poteva essere diversamente, nella General Motors, la città nella città: sullo sfondo degli anni Cinquanta un gruppo di disegnatori, il capo divisione, il suo addetto stampa nonché altri dirigenti prezzolati, sono impegnati a tamponare una fuga di progetti delle nuove automobili. E' solo una chiave di accesso per aprire le porte della Motor City: difficile, e poco utile, dipananare la trama e più facile lasciarsi andare seguendo i vari Will Lomax, Ted Mackey, Claire Hathaway, Norm Sleski, Harvey Pearl (e molti altri ancora). Manie, ambizioni, fortune, disastri, nostalgie si intersecano e si sommano come se la città fosse veramente un'enorme metafora della catena di montaggio e dell'industria automobilistica, che assorbe ogni pensiero e tutte le vite, così come la descrive uno dei personaggi di Motor City: “C'erano gli specialisti del coprimozzo, gli specialisti del cruscotto, gli specialisti del paraurti. E anche se, magari, ogni disegnatore aveva dato solo un piccolo contributo all'automobile finita, erano tutti personalmente molto fieri dei risultati che avevano raggiunto. Quella decorazione del cofano è mia, dicevano, oppure: Questa inclinazione del parabrezza è opera mia. Morey non ci aveva mai pensato prima di allora. Aveva sempre creduto che le automobili uscissero complete dalla mente di qualcuno, come un pulcino da un uovo. Invece, le automobili erano frutto del lavoro manuale di decine e decine di disegnatori di carrozzerie che lavoravano duramente per settimane, mesi, addirittura anni, sotto scadenze rigide e luci bianche violente. Morey aveva imparato da tempo che le due cose che uno di solito preferisce non vedere mentre le fanno sono i salumi e le leggi. In quel momento aggiunse alla lista le automobili”. La fabbrica diventa una città; la città si allarga fino a comprendere i sogni di una nazione; l'America, di questo stiamo parlando, diventa il mondo attraverso il rock'n'roll (e tutti gli altri suoni di Detroit), Miles Davis, Marylin Monroe e l'ultimo modello di automobile. E' la nuova Buick Century la vera protagonista di Motor City : un mito che diventa realtà a forza di giornate lavorative che durano sedici ore e finiscono regolarmente in birra e whiskey e in una solitudine complessiva di chi sacrifica la propria esistenza ad un sogno imposto dalle evenienze. Bill Morris, senza confondere il senso della storia con le sfumature storiche, inventa un romanzo che si consuma allegramente come uno spudorato rock'n'roll album, ma che contiene anche un chiaro quadro antropologico e politico della limitatezza delle basi culturali americane. Almeno quelle di chi sosteneva che quello che va bene alla General Motors, va bene all'America. Abbiamo scoperto che non è proprio così, e non solo nella Motor City di Bill Morris.

martedì 3 agosto 2010

Nick Tosches

Con me all’inferno mostra da quale palude sia emerso Jerry Lee Lewis e con lui quel misterioso linguaggio che corrispondere al rock’n’roll. Non è una storia semplice come bere un bicchiere d’acqua (d’altra parte nell’albero genealogico scorre tutto un altro genere di linfa) perché il genere biografico secondo Nick Tosches diventa storia e racconto e la sua narrazione servendosi di strumenti diversi e variopinti, stringesui tempi e sui dettagli per andare al sodo delle contraddizioni del personaggio e di tutto ciò che incarna la sua leggenda. Il resoconto di una vita bruciante, lancinante, animata da una personalità controversa e combattuta (“Non so perché, perché sono fatto a questo modo. E’ una cosa che mi sta consumando. Io non capisco, non so perché non sono abbastanza uomo da uscire da quella porta e fare quello che dovrei fare, perché se non lo faccio finirò all’inferno. Amico, io davvero non so cosa c’è di sbagliato in me. Che ci faccio qui, in un nightclub? Qui dentro io non posso mica richiamare la gente dall’altare. Non finirò in paradiso”) è costruito assemblando la visione di Nick Tosches, sempre attento al dettaglio più insignificante e comunque senza perdere l’attenzione del quadro generale, con altre forme di scrittura e lettura: spezzoni di interviste, ritagli di articoli, trascrizioni di registrazioni, comunicati. L’effetto è straniante e oltremodo efficace: la biografia dell’ultimo quarto del Million Dollar Quartet diventa una vera e propria leggenda “americana” perché Nick Tosches guarda nelle profondità di Jerry Lee Lewis come se fossero sue con un gusto epico nel raccontarne la solitudine: “Era Cleveland, o Toledo. In ogni caso, era buio e pioveva forte. Chiamò il servizio in camera per farsi portare una bottiglia, ma nessuno rispose. Accese la televisione, ma trovò soltanto le interferenze statiche del monoscopio. Quelle immagini confuse assunsero una nitidezza strana, irreale, e cominciò a vedere uno sciame di orribili insetti. Erano questi i demoni, liberati dal vaso di bronzo di re Salomone”. E’ l’America delle radici, del whiskey, delle credenze, della fede e del rock’n’roll, dei sogni e dei fallimenti. E’ l’America in tutte le sue contraddizioni e le storie parallele, e inseparabili, di Jerry Lee Lewis e di Jimmy Lee Swaggart si intrecciano anche se poi è naturale e logico che alla fine sia il  “Killer” il vero e unico protagonista perché, come scrive Nick Tosches, “era lui l’ultimo figlio selvaggio, e lo sapeva, proprio come sapeva cosa provassero gli uomini di quei racconti quando esplodeva il tuono senza che però cominciasse a piovere”. L’aria di tempesta spira in tutta la sua vita e per un Cadillac guadagnata con un milione di copie di Whole Lotta Shakin’ Goin’ On (“Trascino con me il pubblico all’inferno. Come faccio ad andare in paradiso con Whole Lotta Shakin’ Goin’ On? Non puoi servire due padroni, devi odiarne uno e amare l’altro”) si ritrova devastato da divorzi, ingiunzioni, arresti e due figli morti in modo tragico. Nick Tosches attinge senza patemi nella ferocia del dramma e nella furia di Jerry Lee Lewis e il suo ritratto è tanto fedele quanto perentorio: “Andassero tutti affanculo! Si fottano! Vadano tutti all’inferno, dal primo all’ultimo! E alla svelta, cazzo. Non si ammazzano alligatori, in Louisiana. E io ne ho sposati un paio”. Biblico.