giovedì 26 marzo 2026

Kurt Vonnegut

La vita è “uno spiraglio” dove domina il caos e non ci sono molte alternative, se non assecondarne le scosse, i capovolgimenti e le mutazioni. Basta un passo falso, nello specifico un colpo di fucile accidentale, per cambiare il corso degli eventi. Determinare un ordine, sembra suggerire Vonnegut, è impossibile, ma vale la pena provare a illustrarlo e qui lo scenario prescelto è quello di una cittadina di provincia americana, Midland City, Ohio, destinata a sua volta a subire una casuale sterzata del destino, quando viene colpita da una bomba a neutroni, e lo chiamano pure fuoco amico. Una delle prodezze della tecnologia bellica della guerra fredda, era un’arma destinata a eliminare in massa gli esseri viventi, ma a mantenere intatti gli edifici e i materiali compresi nell’area dell’esplosione. I presupposti erano tali giusto in teoria, ma tanto basta a delineare il quadro surreale in cui viene avvistato Il grande tiratore. I fuochi d’artificio, del resto, cominciato subito. Il protagonista nonché narratore, Rudy Waltz, è figlio di Otto, che in gioventù ha condiviso le sue velleità artistiche con tale Adolf Hitler, una situazione quanto mai imbarazzante che peserà (non poco) sulle gesta successive dei figli e dell’intera famiglia. Rudy, in particolare, è un freak “ammalato di vita”, si è capito e Vonnegut lo ripete spesso, in mezzo a una folla di outsider e impenitenti loser che a vario titolo si susseguono nella determinazione della trama che ha tutte le curve di una serie di punti interrogativi. Il grande tiratore è una calamita per i personaggi più disparati, una galleria picaresca di profili americani bizzarri e surreali che appaiono a raffica e che Kurt Vonnegut segue da vicino, un po’ divertendosi a sottolineare gli sbalzi d’umore e le vicende che si sovrappongono e si intersecano e un po’ aggiungendoci una digressione dopo l’altra, non ultime le esilaranti ricette culinarie che trovano spazio secondo uno schema più o meno regolare. Lo spirito chiassoso è Vonnegut al 100% che ammette, en passant, come Il grande tiratore sia l’estensione di una parodia dato che nei suoi trascorsi “ci furono tante di quelle ironie che, certo, sarebbero bastate ad affondare una corazzata”. Seguire le peripezie di Rudy Waltz e della vasta teoria di personaggi che attira nell’arco della seconda metà del ventesimo secolo richiede una congrua dose di pazienza, una bella dimestichezza con la geografia e un’elevata attenzione alle circostanze storiche. I passaggi sono frenetici, senza sosta ed eccentrici: alla ricerca di un’ipotetica Shangri-La si rimbalza da Haiti a Katmandu, da Vienna prima della seconda guerra mondiale a New York dopo, tra apparizioni di personaggi reali, compresa Eleanor Roosevelt, e il moltiplicarsi di figure che partono e ritornano, vanno e vengono sullo sfondo di Midland City, ormai svuotata dalla fatidica deflagrazione (“Un lampo squarciò l’aria, e amen”). Nel sistema entropico di Kurt Vonnegut, un caso vale l’altro, ma è evidente che la fatalità della detonazione nucleare coincide con il grilletto tirato per errore da Rudy Waltz. Tocca al marito della vittima (una donna incinta), George Metzger, spezzare il filo continuo dell’ossessione americana per le armi e per il loro assurdo potere, concludendo così la sua dichiarazione pubblicata sul principale giornale di Midland City (ancora intera): “Non possiamo eliminare i transeunti desideri malvagi dell’umanità. Possiamo bensì sbarazzarci delle macchine, degli ordigni che permettono loro di realizzarsi. Il mio accorato appello è: disarmare”. Una profezia del 1982, inascoltata, ma pur sempre validissima.

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