Quella di Robert Lowell è una poesia che respira terra, mare, cielo, leggende, canzoni e storie. È un generoso flusso di richiami, risvolti, pedaggi e omaggi a luoghi, continenti e città. L’antologia scandaglia tutta la produzione lirica di Robert Lowell e così prende corpo un flusso ammaliante, che pare promuovere l’idea del poeta per cui “tutte le poesie che uno scrive sono in un certo senso una sola poesia”. Stratificato nelle fonti primarie e nelle influenze che si desumono nei riverberi che a vario titolo si fanno notare e nell’assidua ricerca di vocaboli, rime e assonanze, il linguaggio è florido e ricchissimo e Rolando Anzilotti, traduttore e amico del poeta, lo descriveva così nell’introdurre Poesie (1940-1070): “Lowell ha tentato, e il tentativo ci sembra riuscito, di ridare alla poesia un po’ di quello che la poesia ha ceduto alla prosa, abbandonando lo stile più elevato per lo stile più spontaneo, giornaliero e contemporaneo, che gli pareva meglio ricondursi alle origini della poesia stessa”. Il nobile intento segue coordinate geografiche spaziali, da Boston a Firenze, con una sensibile preferenza per il New England, territorio fertile per onorare Emerson e Thoreau (soprattutto in Concord), e sponda verso le vastità atlantiche. I paesaggi marini sono i preferiti da Lowell e i versi sono immagini fotografiche, pennellate, schizzi. Scrive in Ritorno: “Da lungo tempo a galla, frangendomi contro la risacca, toccando il fondo, sospinto dalla luce verde di quelle acque concitate, ho trovato la mia stanchezza, la luce del mondo” e l’oceano, affollato dai fantasmi di Moby Dick, diventa via via una celebrazione degli elementi che comprende, naturalmente, l’Acqua (“Ricordi? Ci sedevamo su una lastra di roccia. Di qua nel tempo, sembra il colore dell’iride, che marcisce e diventa viola, ma non era che la solita roccia grigia che diventava al solito verde quand’era bagnata dal mare”) e il fuoco di Quattro luglio nel Maine (“Guardiamo i ciocchi rotolare. Sparito il fuoco, siamo finiti: fuggiamo il sole, che sorge e tramonta, un tizzone rosso, finché non va in brace come l’anima. Gran cenere e sole di libertà, dacci oggi il calore per vivere, per star davanti al focolare. Giriamo la schiena e sentiamo il bruciore del whiskey”). L’osservazione è accurata e appassionata e nella trasposizione degli sguardi in parole Lowell si accorge, in Al di là delle Alpi, che mentre “la vita si mutava in paesaggio”, un’altra variabile, quella del tempo, incideva in modo proporzionale. Dice infatti in All’altare: “Il tempo scorre, il parabrezza corre con le stelle. Il passato è città viste dal treno, finché in ultimo i suoi blocchi svettanti con un nero di finestre indietreggiano di fronte a una chiesa gotica”. Le mutevoli forme vengono collocate tra Il bevitore (“L’uomo ammazza il tempo, non c’è altro”) e Madre Marie Therese (“Il buon tempo antico, oh sì! Ma è buono perché tutto è dimenticato”) fino all’incubo persistente della bomba, e siamo nell’Autunno 1961: “Tutto l’autunno, la stizza e lo stridio della guerra nucleare; s’è parlato nella nostra fine sino a morirne”. Va da sé che il patrimonio di Poesie (1940-1070) non si ferma qui e si estende a tutto lo spettro emotivo di Lowell il quale pare congedarsi, persino con umiltà in A casa dopo tre mesi d’assenza: “Non posseggo né posizione né rango. Guarito, sono arsiccio, stantio e insignificante”. Al contrario l’iperbole si riflette nella definizione di un altro grande poeta e suo ammiratore, Seamus Heaney che sosteneva: “Era e resterà un modello per ogni poeta in questo suo essere anfibio, questa capacità di tuffarsi e sparire nell’abissale groviglio rettilineo del sé individuale, eppure risalire con la conoscenza acquisita in quelle profondità sui duri scogli del presente storico, che egli poi comprendeva con rinnovata intuizione e intensità”. Se “noi facciamo ciò che siamo”, come diceva Lowell, dipende un po’ anche quello che leggiamo e una sua parziale collezione comprende Melville, l’Eneide, George Santayana, Mark Twain, Elizabeth Bishop, Mary McCarthy, un Epigramma per Hannah Arendt, Thomas Mann, John Milton, John Donne, George Gershwin, Joan Baez, e i tributi sono stati pagati tutti.

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