lunedì 27 agosto 2012

William Faulkner

C’è qualcosa di acerbo e sensuale nelle Poesie del Mississippi del giovane William Faulkner, attratto dalle forme femminili non meno che dalle curve della natura e dalle possibilità ancora inesplorate della scrittura. Eccessivo, romantico, trascinante, criptico, il poeta William Faulkner si lascia incantare dalle parole e ricambia e condivide questa gioia con il lettore. Siamo nel campo dei pruriti giovanili, ma la classe è già chiarissima: è vero che a questo stadio le pulsioni e gli eccessi sono gli stessi per tutti, a quell’età, e la morte, e l’amore (e il sesso, soprattutto), ma per William Faulkner si nota già una ruvida precisione che è una certezza. E’ facile dirlo in prospettiva e dopo che la sua voce è diventata una delle tonalità più forti e intense (per non dire immortale) della letteratura americana. Per quanto ancora in embrione, ed espressione di quello che William Faulkner chiama “un desiderio brillante ed elevato”, il tratto è già nitido, pronto, sicuro e le sue Poesie del Mississippi sono un fulgido esempio, con tutti i loro limiti, di un talento chiarissimo e fertile e senza paura. I suoi versi sono imperiosi e floridi, intrisi di quelle colorite associazioni che saranno la fortuna di generazioni e generazioni di scrittori e songwriter. Basta uno dei versi di Marzo per cogliere lo spirito delle Poesie del Mississippi: “Nella notte d’inverno all’uomo può sembrare caldo perdono di vecchi peccati che commise, di incantare la nave del sangue coi feticci, dimentico che lui, essendo nato, ne è erede”. O ancora, un passaggio in Il poeta diventa cieco: “Dal mondo il vento mi soffia sulla guancia, formando colline non viste, e io dispero. Sei forte: odio c’è, e paura su cui fracassare il tuo potere! O lasciami occhi per cercare, per dotare il cuore d’ali attraverso aria cava d’oro”. I richiami agli elementi sono un altro filo che lega le Poesie del Mississippi perché le passioni viscerali di William Faulkner comprendono “l’amore per la natura che ci sta intorno, da scrutare e da trascrivere”. Poi, più in là, sembra quasi accorgersi che lo strumento non sia quello giusto e prima ammette che “ciò di cui credi di morire passa presto: lascia stare quel che non puoi ricucire” e poi sembra arrendersi: “Sia dunque questo il mio destino, se mi scordo che una primavera c’è e sa ancora rompere il mio sonno”. La poesia non concede margini, è un taglio chirurgico e musicale nello stesso tempo e William Faulkner confesserà, in seguito: “Sono dell’opinione che in principio ogni scrittore voglia essere poeta. Quando scopre di non saper scrivere poesia di prim’ordine, e la poesia deve essere di prim’ordine, di gradazioni non ne esistono, allora tenta con i racconti, che sono il secondo genere più arduo. Quando fallisce con i racconti, viene il momento del romanzo. Vale a dire che cerca di esprimere la tragedia e la passione dell’esperienza, della vita, con quattordici parole. Se non va, ci ritenta con duemila parole. Se fallisce di nuovo, gliene serviranno centomila”. Ecco cosa sono le Poesie del Mississippi: un bel fallimento, all’inizio di un grande carriera.

sabato 25 agosto 2012

Richard Matheson

Questa bella antologia copre uno spettro tra il 1950 e il 1971 e ha scopi più che altro introduttivi, vista la vastità della produzione di Richard Matheson. La qualità dei racconti è però tale che vale la pena di una rilettura o, nel caso, è utilissimo per scoprire uno scrittore unico e originale. Il fantastico è, senza dubbio, l’elemento narrativo in cui nuota Richard Matheson, ma gli effetti speciali sono ridotti al minimo, a parte un po’ di sangue che zampilla ogni tanto. Sono altre le dimensioni a cui Richard Matheson si applica perché i suoi temi vengono tutti, in modo diretto ed esplicito oppure in maniera più sfumata, dalla realtà, che è il vero film dell’orrore. E’ l’uomo, e le sue solitudini, a determinare la propria autodistruzione e non c’è esempio migliore di La casa impazzita dove uno scrittore votato al fallimento è trascinato in un abisso dalle sue ossessioni. Le stesse paranoie alimentano gran parte dell’antologia ed esplodono con Il nuovo vicino di casa, un racconto agghiacciante eppure avvinghiato alla realtà psicotica della vita nelle periferie suburbane o in quella “società degli altri”, come la chiama il signor Jasper in La legione dei cospiratori, che coltiva il suo giorno di “ordinaria follia” in modo maniacale. E’ un maestro, forse il migliore nel lasciare in sospeso, soprattutto nell’esiguo spazio delle short stories ed è vero, come ha detto Stephen King, che “non chiede pietà e non ne concede”, però lascia al lettore spazi infiniti e non perché ai suoi racconti manchi qualcosa, anzi. Sono essenziali, proprio perché vanno nel centro del bersaglio e coltivano la tensione con poche indicazioni e molta suggestione, circondando il lettore più che cercando di sconvolgerlo o di provocarlo. Con fare sornione e raffinato, Richard Matheson tiene nascoste le mostruosità, fino in fondo ai racconti, dove soltanto alcuni dettagli le possono rivelare e in questo senso La danza dei morti è un piccolo capolavoro, tanto che sembra l’estratto di un romanzo, dato la quantità di suggerimenti che rimane nell’aria. L’effetto finale, comunque, è lo stesso nel sottolineare la perversione della cosiddetta normalità e la salutare disgressione nella diversità. Come succede nell’ormai classico Duel, figlio di una metamorfosi dovuta all’elementare, al primordiale concetto ed esigenza di sopravvivenza (che ritorna anche con La preda) perché all’improvviso succede che “tutti gli anni di buon senso e di certezze vengono spazzati via e, all’improvviso, ti ritrovi davanti la giungla”. Il peggio, sembra dire Richard Matheson, deve ancora venire e non gli manca una vena di autorironia, forse involontaria, in L’uomo enciclopedico, dove aggiunge un pizzico di perfidia al delirio di un genio improvviso: “E così non c’era niente che potesse fare: nient’altro che sputare in continuazione parole incomprensibili e domandarsi ogni notte perché gli stesse succedendo quella cosa terribile”. Non è difficile leggerci il ritratto di uno scrittore inquieto, capace di seminare il virus del dubbio tra le apparenti certezze dei nostri modern times.

giovedì 23 agosto 2012

Derek Nikitas

Una constatazione di Greta Hurd, detective avvolta in una spirale di dubbi esistenziali, aiuta a comprendere dove cominciano a divampare I fuochi del nord: “I casi di omicidio non erano come le autopsie. Non se ne stavano lì sdraiati, fermi a farsi sezionare dal bisturi. Si contorcevano, scalciavano e urlavano fino a quando non riuscivi a seppellirli nella fossa”. L’assassinio di Oscar Moberg, stimato professore di letteratura, mite pescatore, padre di Luc alias Lucia, è la scintilla che contiene già tutta l’essenza e la forza della storia. Il nocciolo malefico si intuisce fin dall’inizio e il lettore appena appena esperto comprenderà subito che qualcosa non quadra, ma I fuochi del nord si svelano per gradi, uno strato dopo l’altro. In fondo, lo stesso Derek Nikitas non sembra preoccuparsi per aver lasciato ben visibili alcuni indizi rivelatori. Quei dettagli in superficie suggeriscono che gli interessi qualcosa in più della suspense e/o del mistero, anche se la tensione e il ritmo rimangono costanti fino alla fine. Grazie anche ad alcune scelte originali ed eccentriche: un lungo lavoro di preparazione dopo il botto iniziale, un plot articolato e orchestrato con grande cura e su sui si possono applicare più chiavi di lettura, molta azione che si trasforma in scene vivide e, come ha scritto, Joyce Carol Oates “coinvolgenti”, compresa la pirotecnica resa dei conti e, last but not least, un’ambientazione particolare, fiabesca, nella neve e nel freddo. Derek Nikitas gioca con la mitologia nordica come farebbe uno dei suoi punti di riferimento, citato tra le righe, Stephen King: la comunione tra l’elemento metafisico e quello naturale, sempre a stretto contatto nelle favole e nelle leggende, è uno dei tratti caratteristici di una trama intensa, densa e profonda. I mostri sono altri e, come in tutti i noir di un certo spessore, anche I fuochi del nord allinea alcune visioni concrete di realtà deformate e decadenti: l’alienazione nelle periferie suburbane, la deviazione antropologica delle gang, le violente alterazioni nei rapporti umani. Le pareti tra mondi diversi e in contrasto sono sempre più sottili, per non dire comunicanti, e le differenze tra i cosiddetti normali e i mostri stanno soprattutto nelle apparenze. Le associazioni (a delinquere) non avvengono mai per caso: piuttosto per assimilazione, per simbiosi, per osmosi, con la stessa naturalezza della wilderness che circonda I fuochi del nord. Ed è l’elemento femminile, altra sfumatura su cui Derek Nikitas non manca di insistere, a far scattare i cardini della storia: sono tutte donne quelle che, da varie angolazioni e in punti diversi, accendono I fuochi del nord e l’incendio divampa e viene infine spento solo grazie a loro. Proprio a cominciare da Greta Hurd, che non vuole credere a un omicidio dal profilo fin troppo ambiguo, per finire con l’esperienza di Luc che, grazie al padre, ha un canale privilegiato con il mondo fantastico che vive nella foresta, nei ricordi e nei sogni che sono sempre meglio anche perché i mostri sono ben altri, e ben più reali.

sabato 18 agosto 2012

Dale Maharidge

Gli scenari americani evocati da Homeland riportano alla repubblica di Weimar o all’anticamera di una seconda guerra civile americana. Corsi e ricorsi storici, coincidenze e cicli in effetti contribuiscono a somiglianze e paragoni per chi ha sempre bisogno di punti di riferimento. La realtà americana (e non solo) dopo l’11 settembre è, sì, frutto di storia e precedenti assortiti, ma è anche nuova, imprevedibile, inarrestabile. Le reazioni dello stato e del governo, la paura, una violenza endemica, i controlli orwelliani in nome della patria, l’atmosfera da Fahrenheit 451 dovuta alle incursioni nelle biblioteche), le censure radiofoniche di canzoni innocue, l’integralismo religioso sono tutti elementi (prevedibili) emersi in risposta all’11 settembre. Tutti contenevano, e contengono ancora, una dimensione che andava oltre lo scopo principale di trovare altri terroristi o impedire altre azioni distruttive. Erano volte a mantenere lo status quo, ad alimentare guerre non dichiarate e mai finite. Dale Maharidge non si lascia andare a facili giudizi politici e morali (anche se è molto chiaro da che parte sta): la sua ricostruzione è più legata ai fatti, a dati concreti, reali, ottenuti parlando con uomini e donne in locali da quattro soldi a notte fonda, quando hanno finito i turni dei loro doppi e tripli lavori. Una delle testimonianze raccolte da Dale Maharidge è essenziale ed esplicativa nella sua sintesi: “Non penso che sia giusto quello che è successo l’11 settembre. Ma guarda che cosa sta capitando a noi ora”. Nei loro discorsi (e nei volti fotografati da Michael Williamson) emerge la paura di non farcela a pagare i conti, a mantenere i figli, a tirare avanti, piuttosto che la paura del terrorismo o di un altro 11 settembre. Le due angosce non sono poi così diverse, anzi. La relazione è complessa e opinabile (finché si vuole) ma è anche una riflessione ineluttabile se si vuole comprendere l’America del ventunesimo secolo, dove sembra che la sospensione dei diritti costituzionali e, di fatto, uno stato d’emergenza e di guerra perenne stiano determinando la vita quotidiana e compromettendo il futuro in modo irreversibile. Il ricorso al patriottismo, a partire da un uso smodato e ossessivo del termine, dal Patriot Act all’idea stessa di Homeland cioè di patria, è volto a giustificare scelte ambigue e a nascondere la corruzione sistematica di un sistema di tutele e di convivenze civile. E’ lecito quindi confidare nella distinzione di Mark Twain, citato a proposito da Dale Maharidge, quando diceva che “il patriottismo significa essere sempre fedeli al proprio paese ed essere fedeli al proprio governo quando lo merita”. Quando i cittadini rimangono senza tutele e vengono reclutati per guerre lontane, di cui si è persa persino la cognizione dell’origine, la definizione di Homeland, di patria e di nazione, è tutta in una frase del padre di Dale Maharidge, a sua volta un veterano della seconda guerra mondiale: “Non ci sono eroi. Solo superstiti”. in mezzo a una valanga di bugie e dietrologie assortite, un salutare e concreto tuffo nella realtà.