C’è un filtro che definisce Tutti gli amici di George: può essere uno specchio, l’obiettivo di una macchina fotografica, l’interpretazione di un disegno, l’inquadratura di una videocamera, persino il contorno di una finestra che distingue quello che succede dentro e fuori. È una specie di distacco strumentale che Dennis Cooper utilizza per mettere in rilievo tutte le connessioni sviluppate da George. Il suo ritratto è un altalenante e complesso curriculum di un disordine esistenziale alimentato dalla noia, dall’incertezza non meno che dalla roba (“Vorrei tanto sapere cosa desidero. Sto ancora provando di tutto, e quando capiterà la cosa giusta continuerò a fare solo quella. Certe volte mi sembra che le droghe siano il meglio, però continuo a voler smettere. Sì, come no. Lasciamo stare”) e da una prospettiva degradante (“A George la distesa di erba secca e devastata pareva bellissima. Gli piacevano molto quando erano deserti gli spazi che di solito erano gremiti di gente. Le case disabitate, i parcheggi la domenica notte, gli ologrammi, le cabine telefoniche”) in una Los Angeles desertica e distorta, peraltro mai nominata in modo esplicito, come se fosse un buco nero. Le frequentazioni, parlare di amicizia pare eccessivo, sono votate al sesso, che è un’ossessione al pari degli additivi chimici e che sfocia senza soluzione di continuità nella pornografia con ampie e particolareggiate vivisezioni dell’anatomia (maschile). John, David, Cliff, Alex, Sally, Philippe e Tom contribuiscono, a diversi livelli di interazione, alla corsa nel vuoto di George che è in cerca della propria dissoluzione tra acidi, allucinazioni e contorsioni. Con la puntuale colonna alimentata dai suoni e dalle canzoni di Smiths, Swans, Sister of Mercy, Sonic Youth, Sparks, Jesus and Mary Chain e Cramps, Tutti gli amici di George gli strappano qualcosa e, mentre scivolano alla deriva, l’unica certezza su cui possono contare è che “la vita è una serie di dissolvenze graduali”. Qui ha un peso specifico il tono e la costruzione di Denis Cooper che alterna prima e terza persona e, anche addentrandosi in lidi sempre più scabrosi, (se non proprio splatter, a tratti) li registra con asettica partecipazione. Anche nei momenti più tragici e brutali (e non ne mancano) dove il dolore si manifesta senza preavviso, il racconto è limitato, compresso e impassibile, quasi a voler sottolineare le lacune e le distorsioni emotive dei suoi personaggi. L’unico ad avere facoltà di parola è proprio George che, nella sua stanza chiusa a doppia mandata, sviluppa una Disneyland al contrario. Si confessa a un diario (“Qui ci nascondo le mie emozioni. Chiuse qui dentro non danno fastidio a nessuno”) che è solo il manifesto della sua fragilità perché “è talmente complicato tenere il conto di tutte le bugie. Come rinascere ogni volta che si comincia una frase”. Fuori da quelle quattro pareti, solo in un raro momento George riesce a percepirsi per intero: “A volte, quando mi sento in faccia il sole pomeridiano, fingo che sia un riflettore puntato su di me. E per quei due o tre secondi d’estasi non mi importa più niente che qualcuno sia in grado di vedere oltre la mia maschera, o anche solo ci provi”. Non c’è compagnia che tenga ed è chiaro il refrain che lo distingue sull’orlo del baratro: “Sono sincero solo quando dimentico chi sono”. Non c’è molto di più e, parafrasando uno dei commenti più aderenti, una volta frequentati Tutti gli amici di George “rimane una sensazione indistinta, un po’ come passare nei dintorni della scena di un crimine ed essere colpiti da una pallottola vagante”. L’incubo finisce senza possibilità di appello, con una postilla laconica e fin troppo precisa: “È veramente buio, qui dentro”. Da usare con tutte le precauzioni possibili.

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