domenica 30 dicembre 2012

Greil Marcus

Nel ricostruire un’identità credibile della musica folk americana attraverso i Basement Tapes di Bob Dylan, Greil Marcus traccia anche un ritratto avvincente di una nazione, quella repubblica invisibile che soltanto le canzoni, i songwriter e gli storyteller sanno raccontare. O come meglio spiega lo stesso Greil Marcus all’inizio di La repubblica invisibile: “un’America aperta alla domanda di chi e che cosa gli americani sarebbero potuti diventare e non da chi e che cosa provenivano. I meccanismi del tempo, nella musica, non sono consolanti. In quella cantina il passato è vivo nella misura in cui il futuro è aperto, e ciò accade solo quando si è portati a credere che il paese sia incompleto o addirittura ancora da fare: quando il futuro è precluso, il passato è morto. Ancora più misterioso è il modo in cui il futuro dipende dal passato”. Non è soltanto l'ambito di un disco fondamentale per il rock'n'roll, The Basement Tapes, quello che scandaglia Greil Marcus, ma tutto il background culturale ed umano che gli sta dietro, davanti, sopra e sotto. E’ l’America stessa, o quello che scorre nelle sue vene, per dirla con William Carlos Williams, la protagonista in La repubblica invisibile, un mondo che solo Bob Dylan poteva portare alla luce con The Basement Tapes e che forse soltanto Greil Marcus poteva cogliere così bene. In uno degli anni più caotici che la recente storia dell'umanità ricordi, il 1967, Bob Dylan e cioè il cantante, il profeta, il simbolo di un’intera generazione, e poi di molte altre negli anni a venire, la voce della protesta, il poeta per eccellenza e così via, si ritira tra i boschi di Woodstock e con gli Hawks (che poi diventeranno la Band) passa le giornate a suonare in cantina. Atmosfera surreale, felliniana, caotica e scelta in gran parte incomprensibile, ma con una sua logica, come scrive Greil Marcus nell’epilogo di La repubblica invisibile: “Quando Dylan, Robbie Robertson, Garth Hudson, Richard Manuel, Rick Danko e Levon Helm sparirono dalla faccia del pianeta pop, divenne ancora una volta chiaro come, a volte, è solo la maschera della distanza, dello scomparire, che ti consente di parlare, che di dà la libertà di dire ciò che pensi senza dover immediatamente mettere in gioco la tua vita a ogni tua parola”. In quel luogo e in quello spazio temporale, Bob Dylan e la Band suonarono ogni sorta di canzone: l’enorme bagaglio della musica popolare americana venne rivisitato in un sorta di caotico laboratorio, con Bob Dylan in versione di catalizzatore. Attraverso i Basement Tapes, Greil Marcus ha tracciato una mappa di quella repubblica invisibile che è l’America cantata. Un lavoro che offre uno spettro minuzioso, quasi ossessivo, ad un campo di indagine di proporzioni immani: tutte le radici della musica popolare americana, i suoi caratteri, le sue storie, i suoi personaggi vengono ricostruiti sotto la lente di ingrandimento di Greil Marcus che riesce nello scopo di rendere avvincente un frammento di storia limitato nel tempo (cioè i Basement Tapes) ma esteso all’infinito (o quasi) nella memoria. 

sabato 29 dicembre 2012

Jack Kerouac

Jack Kerouac è un nome che, dal punto di vista letterario, rimanda sempre a lunghe, infinite e ipersensibili frasi, buttate giù ispirandosi agli ormai famosi fraseggi di Charlie Parker o Sonny Rollins. L’immagine, nota per i suoi romanzi, è quella prosaica di uno scrittore che non riesce a staccarsi dalla pagina e dalle sue parole. Visione ormai un po’ consunta di Jack Kerouac che non era solo un documentarista esistenziale e autobiografo, ma un autore completo, capace di destreggiarsi attraverso prosa e poesia e, soprattutto, all’interno di un bagaglio culturale onnivoro e apparentemente confusionario, ma cosmopolita e magnetico. Aiuta a vederlo in questa prospettiva Il libro dei blues, raccolta di poesia in forma di appunti (o viceversa): non tutto il materiale è inedito perché parecchie delle liriche derivano da pubblicazioni datate e dai reading che si possono ascoltare, dal vivo, attraverso The Beat Generation (un bellissimo cofanetto discografico che raccoglie il meglio della produzione beat e dintorni: oltre a Kerouac, tra gli altri ci sono Allen Ginsberg, Lenny Bruce e Tom Waits), ma tutte le poesie valgono per il lavoro che Jack Kerouac ha compiuto sulla forma e sul linguaggio, diametralmente opposto rispetto a quello utilizzato per i lavori in prosa. Le liriche raccolte in Il libro dei blues mostrano un Jack Kerouac convinto, contento, spumeggiante e out of control, a suo agio nella dimensione poetica e musicale che si adatta su misura alle sue visioni non meno che al suo istinto. Si tratta di blues nell’accezione più generica del termine perché in realtà Il libro dei blues è composto da haiku, frammenti di sogni e di immagini raccolte dall’osservazione e dalla sensibilità di Jack Kerouac, come spiega lui stesso nella scarna e illuminante introduzione: “Nel mio sistema, la forma del chorus del blues è limitata dalla misura delle pagine del notes da taschino su cui li ho scritti, perciò a volte il senso delle parole può, o no, proseguire da un chorus all'altro, proprio come il senso della frase musicale nel jazz può, o no, estendersi armonicamente da un chorus all'altro”. E allora Jack Kerouac si deve limitare a lasciarsi impressionare da quello che vede e sente, prendendo appunti su appunti e limando, tagliando, cucendo sfodera versi a tratti deliranti, a tratti geniali, sempre e comunque ispirati ad una vita senza vincoli e con un briciolo di pazzia in più a renderla saporita. Sono parecchi i gioielli sparsi, ma ce n’è uno che vale la pena di riportare per intero, un po’ per esempio e un po’ per rendere onore al suo autore. Si tratta del 40° Chorus di San Francisco Blues: “E quando la testa mi comincia a girare, e ridono tutti gli amici, e il denaro mi casca dalla tasca, e oro dalle mie orecchie, e argento esce volando e esplodono rubini, salto su & mangio, e canto un’altra canzone, e caccerò altro vino nella pancia, perché sapete, che ha detto Omar Khayyam, è meglio stare allegri, con l’uva allegra, che avere musi lunghi, guaendo tutta la notte, cercando un senso, che non esiste”. 

venerdì 28 dicembre 2012

Francis Scott Fitzgerald

Dopo aver vissuto per anni, tutta l’età del jazz, ben al di là delle proprie possibilità economiche creative ed emotive, Francis Scott Fitzgerald si trova a fronteggiare la battaglia finale con conti lasciati in sospeso per troppo tempo. La bolla alimentata con una vena di romantico abbandono si espande e si gonfia increspando la superficie, una scintillante evanescenza destinata a esplodere come ogni bolla che si rispetti. Francis Scott Fitzgerald mette un’ipoteca pesante sulla speranza di una seconda chance, e all’alba del 1936, le sue condizioni sono così descritte da Kyra Stromberg in Zelda e Francis Scott Fitzgerald: “Non ancora trentanovenne, è un uomo stanco, malato, sfinito. Scrivere racconti diventa una costrizione insopportabile. Si impone di lavorare, aiutato dalla sua mano felice. Gli argomenti dei suoi testi divengono artificiosi o casuali, addirittura anacronistici, la scrittura è affrettata. Per la prima volta gli vengono riproverate imprecisioni stilistiche, anche se Dorothy Parker gli riconosce che potrebbe anche scrivere cose brutte, ma queste non sarebbero mai scritte male”. Tutto quello che riesce a mettere insieme, con somma fatica, è la descrizione del suo fallimento. Non ha altri colpi da sparare e allora rende spettacolare e infinito, come un attore senza battute che non sa lasciare il palco, spiegando con Il crollo la forma dell’estremo limite umano, il confine finale visto che “l’impatto dell’ultimo colpo è stato più violento dei due precedenti, ma di natura identica: la sensazion di trovarsi al crepusclo in un poligono di tiro deserto, con un fucile scarico in pugno e i bersagli abbattuti. Nessun problema in vista: semplicemente un silenzio, e come unico rumore il mio respiro”. La micidiale convergenza di malattia, disillusione (“La condizione dell’adulto senziente è una condizione di infelicità circoscritta”), stanchezza e solitudine lo porta a paragonarsi a una stoviglia inutilizzabile, dato che “quello che aveva davanti non era il piatto ordinato per i suoi quarant’anni. In realtà, dato che lui e il piatto erano una cosa sola, si è descritto come un piatto crepato, di quelli che non sai se valga o no la pena conservare”. Il crollo non fa che certificare l’impossibilità di una via d’uscita: “attenzione, fragile” è la dicitura che, nel marzo 1936, inaugura la parte finale ed è un grido accorato, sentito, scomodo, lancinante, vero, e ossessivo. E’ la confessione di un fallimento a più strati che scalfisce anche la natura più intima dello scrittore che “non ha bisogno di certi ideali, a meno di non crearseli da solo, e il qui presente ha smesso”. Anche se sta lavorando a Gli ultimi fuochi, uscito ormai postumo, Il crollo sarà il suo epitaffio, accolto con costernazione anche dagli amici più vicini come Hemingway e John Dos Passos. Zelda, la Costa Azzurra, le canzoni di Cole Porter sono lontani ricordi ormai offuscati da “troppe lacrime, troppa rabbia” e per dirlo con Walt Whitman, Francis Scott Fitzgerald si trova in un angolo dove “il luogo è augusto, le circostanze avverse”. 

martedì 25 dicembre 2012

Chuck Klosterman

Cosa può fare un ragazzo del North Dakota, dove la massima eccitazione quotidiana è la discussione sulla potenza del motore dei trattori, e l’inverno occupa tre delle quattro stagioni che dovrebbero susseguirsi nell’anno? Se poi è uscito di casa per la prima volta nel bel mezzo della guerra fredda cosa gli rimane? “Poteva succedere di tutto, e forse prima o poi sarebbe successo, ma non sarebbe cambiato nulla. Nessuno sembrava preoccuparsi troppo per il gran numero di testate nucleari che i sovietici ci puntavano addosso: per quanto ne sapevo io, eravamo sull’orlo della guerra ventiquattro ore su ventiquattro e sette giorni su sette, ma questo faceva parte dell’essere americani” ammette con un certo candore Chuck Klosterman nelle prime pagine di Fargo Rock City ed è chiaro che quando gli capita in mano un nastro con Huey Lewis da una parte e un colata incandescente di heavy metal dall’altra non c’è partita. Come capita sempre, come è capitato a tutti (conosciamo molto bene quella sensazione) all’improvviso Chuck Klosterman, comincia a sentirsi meno solo e meno alieno. Sa che le immagini dell’heavy metal e del rock’n’roll sono costruite dettaglio per dettaglio ma, per sua ammissione, è “troppo stupido per essere influenzato dalla follia del marketing” e si concede, così come concede a tutti noi, il beneficio di aver trovato qualcosa nella musica (e non solo nell’heavy metal) che “non aveva niente a che fare con le cose di cui si parlava, il suo significato era quello che tutti potevano dargli”. Fin qui, le fondamenta di Fargo Rock City sono solidissime e concrete soprattutto perché la traballante apologia dell’heavy metal più posticcio e banale, dei luoghi comuni più elementari e consunti e dell’idea che anche entità come Mötley Crüe o Guns N’ Roses possano assumere valenze che forse nemmeno i loro componenti riconoscerebbero, risulta immediata e simpatica. Quello che succede addentrandosi in Fargo Rock City è che Chuck Klosterman riempie il serbatoio fino all’orlo di heavy metal, poi parte per la tangente frullando senza tante esitazioni i suoi excursus autobiografici con le vicende dei Van Halen o degli AC/DC, con le logiche (piuttosto meccaniche) dell’industria discografica, con i riflessi sociologici dell’alienazione nella provincia americana e spruzzando tutta la miscela con un sarcasmo effervescente e senza inibizioni. Il colorito ibrido che alla fine si cela dentro Fargo Rock City si regge sulle gambe come il frontman di un gruppo heavy metal alla fine di un tour worldwide. Non cade, però Chuck Klosterman sente la necessità di precisare le sue intenzioni, neanche stesse firmano una resa: “Vi starete chiedendo perché adesso stia parlando di tutto questo, e la risposta è che lo ritengo un esempio perfetto per mostrare quanto sia importante la percezione delle cose, che poi è il punto di partenza da cui costruiamo il contesto delle nostre vite”. Lo stile va su e e giù a birra e tequila (e ci sta), ma Fargo Rock City è molto più saggio (e rock’n’roll) di quel che appare. 

venerdì 21 dicembre 2012

John Updike

Con uno sguardo a volo d’uccello, come se sfiorasse appena le storie che racconta, John Updike mette insieme una ventina di bozzetti di vita americana, lontano dai clamori metropolitani e televisivi, che mostrano un’umanità ben diversa da quella a cui ci hanno abituato le cronache quotidiane. Forse, se l’elegante scrittura di John Updike non inganna, persino migliore. Tutte concentrate nell’ambito famigliare (per quanto divorzi o separazioni tendano a ridurre gli spazi) le esistenze dei personaggi di Fratello Cicala sembrano leggermente spostate rispetto all’asse dei miti e dei luoghi comuni dell’America di oggi. C’è un calore umano, una ricerca del focolare casalingo (i racconti sono curiosamente popolati di camini in cui arde legna odorosa), un costante tentativo di riallacciare i rapporti con il passato, con un passato che sembra nascondere ancora soluzioni e alternative, forse anche perché “nessuno ci appartiene tranne che nel ricordo”. Il presente è relativo: i grandi drammi della nostra epoca, la complessiva e generale perdita di identità data dall’assuefazione al mezzo televisivo (e alla tecnologia in genere) restano sullo sfondo, vengono messi in sordina. Una scena particolarmente efficace descrive questa situazione in L’uomo che era diventato soprano, quando i membri dell’improvvisata orchestra di flauti dolci che è al centro dell’attenzione si ritrovano a suonare “anche se le notizie del giorno avevano annunciato qualche sciagura (un massacro a Beirut, l’esplosione del Challenger)” e persino “durante la settima partita dei Red Sox per le World Series, il cui andamento gli uomini avevano controllato ogni tanto sul televisore che chiacchierava con se stesso in cucina”. La scrittura di John Updike è questa: piccoli dettagli incastonati in storie semplici, legate indissolubilmente al quotidiano, sottili segnali che raccontano tutto. Un modo di interpretare la letteratura fuori dalle righe: affiora soltanto una fugace citazione da Henry James, ma il vero centro dell’attenzione, nelle short stories di Fratello Cicala, sono loro, i vari Billings, Maple, Jessup, Whittier, Weiss, Eggleston chiamati per cognome, come a sottolineare l’appartenenza ad una famiglia, o almeno a un’unità, i veri, assoluti protagonisti. Uomini e donne che hanno più da ricordare che da inventare, e che si ritrovano a combattere il dolore, a conoscere la morte e a guadare i travagli della vita cercando soluzioni con l'unico strumento che all’umanità è concesso in più rispetto al resto del mondo. E’ la parola, cerca di convincerci John Updike, la sola possibilità di redenzione, o di peccato, volendo, e non è difficile lasciarsi coinvolgere e dargli ragione, leggendo i racconti di Fratello Cicala. E non è tutto, perché in alcuni punti (a partire da Viaggio nel regno dei morti) il lirismo di John Updike raggiunge vertici in cui l’unica chance di comprensione è offerta dal territorio delle emozioni, una zona che viene sensibilmente messa alla prova da queste illuminate short stories. 

Jim Harrison

Questa trilogia di racconti di Jim Harrison che risale al 1994 comincia con un altro personaggio femminile che sembra nascere sulla scia di Dalva, quella Julip che offre anche il titolo alla raccolta. Bella, caparbia, pronta a tutto e con una missione impossibile: far uscire dalla galera il fratello che ha sparato ai suoi tre amanti. Deve essere un tipo impulsivo, “ma essendo un sentimentale lui aveva sempre cercato di arrivare al cuore di qualcosa che in genere un cuore non l’aveva”. Evidentemente, per guadagnarsi il titolo su una copertina di Jim Harrison serve questo e altro. Lo stesso discorso vale per il ritrovato Brown Dog (già protagonista dell’omonimo racconto in Società Tramonti) e per Philip Caulkins, l’anglista in disgrazia di Beige Dolorosa: un trio di caratteri sull’orlo di una crisi di nervi che si addice alla perfezione al gusto di Jim Harrison. Anche nel formato short stories, lo distingue l’usuale, notevole maestria nel raccontare e nell’interpretare la vita come se fosse vera, con un grande amore per i dettagli e per argomenti poco politically correct (anzi, pochissimo: il sesso, la caccia, il bere e il fumare, una cucina che non è proprio macrobiotica, l’individualismo disposto a tutto), un tono sempre ad un passo dall’ironia ma profondamente realistico e avvolgente. Jim Harrison si conferma un narratore di gran classe e se i tre racconti di Julip fanno evidentemente più sfoggio del suo mestiere che dell’ispirazione, nulla toglie alla qualità. Come già in passato, i racconti sembrano essere soltanto un tradizionale intermezzo, una valvola di sfogo e probabilmente un esercizio di stile tra un romanzo e l’altro e chi ha letto DalvaUn buon giorno per morire o Ritorno alla terra sa che si può attendere con pazienza che Jim Harrison finisca le sue pratiche e ci serva un’altra storia piena di strambe ricette, grandi spazi (“Ho la sensazione che non sia previsto che accadano cose di continuo, alla gente. Io, almeno, non sono portato per questo. Dovrebbero esserci più spazi aperti, fra un evento e l’altro. Ecco, è il mio pensiero ben chiaro per oggi” dice Brown Dog) e outsider che vivono in capanne nei boschi soltanto perché la pioggia sulla lamiera è il rumore più bello del mondo. Anche perché quella solitudine è uno strumento essenziale per non affogare nei problemi quotidiani che dipendono in gran parte dalle incomprensioni e dalle difficoltà di trovare un riscontro nei legami e nelle relazioni. Per Brown Dog è “come diceva sempre il nonno, non era nella natura della gente capirsi. Solo arrivare al lavoro in tempo, quella era la cosa essenziale”, e il più delle volte non basta. L’ingrediente comune a tutti e tre i racconti di Julip, per non dire all’intera narrativa di Jim Harrison, è l’urgenza della wilderness come modo per riallacciare i rapporti con se stessi e un’idea di spazio e di tempo. Non è soltanto un sfondo, con cui Jim Harrison ha un feeling particolare, è l’orizzonte che si apre ogni volta che muore un sogno. Molto americano, molto umano.

mercoledì 19 dicembre 2012

Alex Ross

Affacciato sul Danubio, Francesco Giuseppe I d’Austria, l’imperatore austroungarico si chiedeva: “La musica è una faccenda così seria? Ho sempre pensato che il suo scopo fosse di rallegrare la gente”. Il resto è rumore è il tentativo più avvincente e documentato di rispondere all’eco lontano di quella domanda, che risale a più di un secolo fa. I primi passi che fa Alex Ross, che per Il resto è rumore sembra liberarsi delle convenzioni di critico e di musicista per avvicinarsi a un saggio elaborato come un romanzo, è orchestrare una rete di connessioni. Collega le atmosfere fin de siècle del diciannovesimo e ventesimo secolo come come se in mezzo ci fosse stato un lunghissimo crepuscolo, dal punto di vista etico ed estetico. Aggancia  Europa e America, le differenze e i canali aperti attraverso e per la musica, lasciando a Jean Cocteau il compito di raccontare l’assorbimento di una cultura pseudoamericana: “Il Titanic, Nearer My God To Thee, ascensori, le sirene del Boulogne, cavi sottomarini, cavi acqua-terra, Brest, catrame, vernice, impianti del piroscafo, il New York Herald, dinamo, aeroplani, corto circuiti, cinema maestosi, la figlia dello sceriffo, Walt Whitman, il silenzio dei rodei, cowboy con gambali di cuoio o di pelle di capra, la telegrafista di Los Angeles che alla fine sposa il detective”. Del resto, Alex Ross accosta Bertolt Brecht a Louis Armstrong e a Bob Dylan e gli intrecci risultano immediati, persino naturali perché arrivati a quel punto il lettore è immerso in una salamoia musicale in cui certi cambi di accordo o di ritmo valgono più di mille epiche battaglie, anche perché “la musica potrà non essere inviolabile, ma è infinitamente cangiante, poiché acquista una nuova identità nella mente di ciascuno nuovo ascoltatore. E’ sempre nel mondo, mai colpevole o innocente, soggetta al paesaggio umano eternamente mutevole entro cui si muove”. Questo è il vero tema che si ripropone e attraversa Il resto è rumore fino al suo epilogo: la ricostruzione della storia della musica, in particolare quella del secolo breve, cercando di collocarla in una dimensione reale. Senza dubbio è vero, come scrive Alex Ross che “il suono è una vibrazione che attraversa l’aria, e riguarda il corpo come la mente” e che le “emozioni primitive” esplodono in libertà, ma proprio per questo diventa essenziale comprendere le vite e i tempi di Richard Strauss, Gustav Mahler, Pierre Boulez, Béla Bartók, Arnold Shoenberg, Kurt Weill, George Gershwin, Duke Ellington, John Cage e tutti gli altri compositori e/o musicisti le cui gesta affollano Il resto è rumore. Anche quella che viene chiamata l’odierna “musica d’uso”, dalle colonne sonore alle sonorizzazioni ambientali, risente delle trasformazioni politiche, sociali, tecnologiche ed è un processo storico irreversibile, con tutto un secolo di precedenti, a cui Alex Ross risponde con la complicità dell’ascolto finché la musica resti “una ricerca del senso all’interno di una struttura aperta: un microcosmo di vita spirituale”. Sì, è una faccenda molto importante. 

martedì 18 dicembre 2012

John Dos Passos

Ronzinante di nuovo in viaggio raccoglie una sparuta selezione di scritti giovanili di John Dos Passos, già reduce dalla prima guerra mondiale e viandante in terra spagnola. Gli appunti e le osservazioni, siamo a cavallo tra il 1919 e il 1920, e la Spagna non è ancora travolta dalla guerra civile, diventano articoli che poi raccolti formano una sorta di diario di viaggio. Ronzinante è di nuovo in viaggio è solo una selezione, peraltro puntuale, del viaggio di John Dos Passos attraverso la Spagna e in modo particolare è riferito ai suoi talking by the road in cui il protagonista è Telemaco, suo mitico alter ego, che in combutta con Lieo, altra figura presa in prestito dall’Olimpo, si ritrova sulle strade spagnoel con don Chisciotte della Mancia alias Alonso Quijano e Sancio Panza. L’incontro che immagina John Dos Passos è quello che sognamo tutti: comprendere perché ce ne andiamo sempre contro i mulini a vento da chi è costretto, da un capolavoro assoluto, ad andarci all’infinito e che lo ricorda persino con una punta di ironia: “Gentiluomini, è piuttosto ridicolo dirlo, ma ancora una volta siamo partiti con lancia ed elmo come cavalieri erranti per liberare lo schiavo, per riparare i torti dell’oppresso”. Sapere perché inseguiamo un’idea o l’illusione che la letteratura possa contenere un’idea (magari due o tre) che non deve essere per forza politica, come lo sarà per John Dos Passos (prima in una direzione, poi nell’altra) senza essere considerati dei pazzi che di solito è “la risposta dell’ignoranza davanti all’insolito”, sarebbe già uno stimolo sufficiente. Il fatto che John Dos Passos veda proprio nel cavallo (anzi, nel ronzino) il protagonista la dice lunga sulla prospettiva del suo sguardo giovanile. E’ un’idea di posizione, un riflesso persino geografico di quel viaggio in cui si ritrova Ronzinante, un nome che già contiene la semplicità e l’umiltà del confronto che John Dos Passos condensa così: “Avremmo disperatamente bisogno dell’abitudine a vegliare in questo distratto mondo moderno. Se più uomini di notte camminassero e pensassero, ci sarebbero meno miserie sotto il sole”. Vuoi per la natura evanescente dei personaggi, vuoi per la condizione precaria l’incontro è frammentario e tra le chiacchiere, l discussione filosofiche nonché l’amara constatazione che “l’organizzazione semplicemente sostituisce un torto con un altro” e per organizzazione si intende lo stato, il governo e le sue istituzioni, alla fine John Dos Passos concede uno sguardo al paesaggio umano, artistico e naturale restando ammaliato con “il tambureggiare di una chitarra, frullare veloce, secco, come locuste in una siepe un giorno d’estate. Pause che trattengono il sangue e lo gelano, improvvisa quiete come il frusciare di un ramo in un silenzioso bosco notturno”. Il talento è già chiarissimo e Ronzinante di nuovo in viaggio, riconoscendo che “c’è bisogno di ben poche sensazioni per condurre una vita umile e bella”, è breve e asprigno eppure genuino “come un riflesso di luce su un fiume nero”. 

venerdì 14 dicembre 2012

Allen Ginsberg

E’ naturale che la figura poetica e letteraria di Allen Ginsberg sarà soggetto a ripetute interpretazioni e riletture: la vastità della sua produzione nonché l’enorme quantità di materiale archiviato che ancora deve trovare una sua dimensione (bastano i cenni nella nota del curatore di Parigi Roma Tangeri, Gordon Ball, a rendersi conto della situazione) offrono stimoli sufficienti a considerare l’opzione di una collana a lui interamente dedicata. L’ordine rimane un’utopia e per infatti per arrivare alla forma più o meno definitiva nella ricomposizione dei diari di Allen Ginsberg i curatori sono dovuti ricorrere ad ardite forme di lettura e interpretazione. Di questa elaborazione, Parigi Roma Tangeri è parte significativa anche se rappresenta soltanto un terzo dei suoi Journals tra il 1954 e il 1958 e in particolare la parte finale. E’ di sicuro un tassello importante nel ricostruire gli archivi di Allen Ginsberg non solo perché contiene appunti e frammenti di opere destinate a diventare famose (su tutte, Kaddish). E’ anche l’espressione più genuina e grezza del suo work in progress tra il marzo 1957 e il luglio 1958 nel quale è convinto di appartenere a qualcosa di importante.  “Non ho mai smesso di pensare che eravamo coinvolti come comunità in un cambiamento storico della coscienza e in una specie di rivoluzione culturale” scriverà più di venticinque anni dopo e nel variegato panorama di possibilità di Parigi Roma Tangeri si sente l’urgenza di lasciare una traccia, di sfruttare la scrittura per fissare un tempo, un’idea, se non altro un paesaggio o un’emozione o una sensazione, almeno quella che è chiamata “la spensieratezza di lavorare a una poesia”. La necessità di dare forma immediata a una creatività impellente è spiegata ancora dallo stesso Allen Ginsberg, sollecito ad annotare tutto “perché, per certi versi, mi sembrava veramente che si trattasse di scegliere tra un passo ulteriore verso la liberazione e uno stato di polizia autoritario, alla 1984; tra uno stato di polizia strisciante e uno strisciante socialismo libertario”. Quanto illuminante fosse quella percezione possiamo dirlo con più convinzioni e con più motivazioni oggi, rileggendo Parigi Roma Tangeri. Resta il fatto che Allen Ginsberg è rimasto fedele ai suoi propositi anche mentre riempiva i giorni dei suoi diari: “Io volevo poesia realistica, fondata sulle emozioni ideali comuni dei cittadini di una democrazia, volevo fare profezia bardica e contribuire a terminare la guerra” scriveva nell’introduzione a Papà respiro addio e quella volontà corrisponde senza alcun margine di errore anche ai traslochi tra Parigi Roma Tangeri, città che non saranno mai abbastanza grandi per contenere idee & poesie. Sembra accorgersene lo stesso Allen Ginsberg: “Tutti noi accalappiati dal mondo, mentre cerchiamo di arraffare amore cibo gloria e poesia, la fredda poesia d’amore della gloria. E il mondo così piccolo, il trapasso così rapido, la pioggia grigia, la ruga intorno all’occhio della tomba”. Irraggiungibile. 

lunedì 10 dicembre 2012

Leonard Cohen

E’ incredibile come Leonard Cohen trasformi la poesia in un linguaggio per parlare con se stesso, per riempire il diario della sua vita perché “la poesia non è altro che informazione. E’ la costituzione della nazione interiore”. Morte di un casanova in particolare si nutre di una leggera anarchia dove la finzione suprema erutta in slang da bassifondi, in particolare quando guarda verso ragioni pratiche (e non è impossibile assecondarlo quando dice con Un proletario: “Gli esseri che si aggirano intorno a questo tavolo hanno già rovesciato il mondo e poi ve l’hanno nuovamente infilato su per il culo esattamente com’era prima”), anche se poi privilegia liriche elaborate e sensuali, il suo personale work in progress. La poesia raccolta in Morte di un casanova non è mai definitiva: si evolve in pagine di prosa, in canzoni (come è risaputo), in un flusso inarrestabile di emozioni convogliate, sillaba dopo sillaba in una forma instabile. Le poesie, a loro volta, diventano preghiere, invocazioni, avvisi ai naviganti, fogli di taccuino, rimasugli di sogni descritti una volta per essere dimenticati per sempre (“Lo spirito s’è fatto carico di un po’ del lavoro sporco” scrive in Il sogno) e quella che in Dopotutto l’innamorato chiama “la falsa voce dell’armistizio”, una specie di lingua che spiega come mai “l’amore contempla tutto”, peraltro azzerata dal titolo Sono contento di essere sbronzo. Eccessivo, contradittorio, spudorato come un’operazione a cuore aperto (lo ammette con L’altare: “Il cuore di un traduttore che ha cercato di rendere in un linguaggio corrente gli ordini superiori della pura energia, che non ha negato la propria inclinazione all’obbedienza”), Morte di un casanova, è il cahier de doléances di un “amico della neve” che usa le parole come un rabdomante per cercare qualcosa che ancora non gli appartiene. L’ambizione è tenace, la presenza è forte, i versi battono un ritmo serrato, dando spazio a toni dalle tinte forti: “Io sono la voce che tu hai messo da parte perché era troppo rabbiosa ma quello che ho o ho avuto da dire è tutto quello che avrai o avrai mai avuto”. Una confessione pura e semplice raccolta proprio in Morte di un casanova: “E così è andata la storia ma chi avrebbe detto mai che non ce ne frega niente che non ci riguarda più. Come fare un viaggio sulla luna o un pianeta sconosciuto: non ha proprio senso andarci se si deve andar così lontano”. Pur risalendo al 1978, Morte di un casanova sembra adattarsi in modo naturale e coerente alle recenti disavventure di Leonard Cohen dove, e non è un caso, nei suoi legami amorosi è finito di tutto, dalla sua percezione dell’arte al conto in banca. In prospettiva Il prezzo di questo libro anticipa e sublima : “Volevo finirla, ma non volevo finire: la mia vita nell’arte. Avevo impegnato la mia salute più profonda per riuscirci. Il lavoro andava ben al di là di questo libro. Adesso lo vedo. Mi vergogno di chiedervi dei soldi. Non che voi non abbiate pagato di più per ottenere ancora meno. E’ così. Continuate a farlo”. Continuiamo, eccome.

venerdì 7 dicembre 2012

Susan Sontag

Più che un saggio sul potere delle immagini, Davanti al dolore degli altri è un vademecum per vivere questi incredibili tempi moderni, in cui la realtà sembra essere sospesa in un limbo tra rappresentazione, finzione e una percezione distorta dall’information overload. Con estrema lucidità e una background coltissimo e rigoroso, Susan Sontag cerca di descrivere, di comprendere, di spiegare il senso di impotenza, di disperazione e di incredulità che viviamo nel trovarci di fronte a immagini atroci e senza senso. “Assistere da spettatori a calamità che avvengono in un altro paese è una caratteristica ed essenziale esperienza moderna, risultato complessivo delle opportunità che da oltre un secolo e mezzo ci offrono quei turisti di professione altamente specializzati noti come giornalisti. La guerra è ormai parte di ciò che vediamo e sentiamo in ogni casa” scrive Susan Sontag ed è proprio la guerra il disastro peggiore perché è anche il più attraente. Davanti al dolore degli altri si costruisce una solidissima credibilità proprio scavalcando i luoghi comuni e Susan Sontang ammette, senza paura di essere smentita, che “la guerra era, e continua a essere, la più irresistibile, e pittoresca, delle notizie. (Insieme a quei suoi preziosi sostituti che sono gli eventi sportivi internazionali)”. Già quest’associazione, visto cosa succede negli stadi, fa riflettere non poco, poi nel forbito e ricchissimo discorso di Susan Sontag appare un frammento di Henry James, centellinato con cura perché “in letteratura nulla è dovuto al caso o alla fortuna” che illumina la condizione di chi, davanti alla terribile scena di un massacro di Sarajevo, New York, Falluja, Madrid, Londra, Aleppo rimane ammutolito: “In mezzo a tutto questo, utilizzare le parole di cui disponiamo è ormai difficile quanto far fronte ai nostri stessi pensieri. La guerra ha logorato le parole; si sono indebolite, deteriorate”. Rimangono le immagini che scorrono senza poterle fermare e sono sempre oggettive e cambiano in continuazione prospettiva e ci fanno  sentire soli Davanti al dolore degli altri perché, come nota con una sensibilità non indifferente Susan Sontag “a mancarci è l’immaginazione, l’empatia: non siamo riusciti a fare nostra questa realtà”. Viene spontaneo chiedersi a chi serve, a chi giova proiettare senza sosta la ricostruzione (che poi, come ben analizza Susan Sontag, spesso confina nel falso e nel grottesco) di immagini crudeli e spietate e se “esiste un antidoto contro l’eterna seduzione esercitata dalla guerra”. Qualche suggerimento Susan Sontag ha ancora il coraggio di darlo, a partire dalle precondizioni in cui matura questa sensazione di aver sempre le spalle al muro, dato che “in una cultura radicalmente riorganizzata dai valori del mercato, la pretesa che le immagini siano stridenti, clamorose e rivelatrici appare più che altro un segno di elementare realismo e di fiuto per gli affari”. Cambierà tutto, non cambierà la guerra ed è per questo che Davanti al dolore degli altri dovrebbe essere adottato da ogni scuola. 

martedì 4 dicembre 2012

John Cheever

Leggi qualcuno che sembra conoscerti a fondo, ed è il suo diario, non il tuo: Una specie di solitudine è un libro che sanguina. Prendete il mio corpo e il mio spirito sembra dire John Cheever rivelando la grandezza di uno scrittore che si spoglia senza esitazioni davanti a uno specchio che in realtà è una finestra spalancata sul mondo. Angoscia, passione, gioie e tormenti: gli ups & downs di John Cheever si susseguono senza soluzione di continuità, con un’aderenza alla vita quasi morbosa e con una percezione che fluttua di giorno di giorno perché “sembra che spesso quello che scambiamo per dolore o dispiacere sia la nostra capacità di porci in un rapporto vitale con il mondo, con questo paradiso quasi perduto. Certe volte ci svegliamo e ci accorgiamo che la lente che ingrandisce l’eccellenza del mondo e della sua gente si è rotta”. Sempre molto acuto e tagliente nel definire i profili dei suoi personaggi, John Cheever riversa le stesse attenzioni a se stesso e trasforma i diari racconti in Una specie di solitudine in una sorta di romanzo crudo e drammatico. Una sofferenza enorme (in gran parte dovuta al gin e al whisky), i controversi rapporti con le dimensioni famigliari, l’assidua e il più delle volte infruttuosa ricerca di “una vita di impossibile semplicità” e la continua rivendicazione di quella che John Cheever chiama “la legittimità della diversità” e che non sembra riferirsi solo alla sfera sessuale, sono i temi che si intrecciano e si sovrappongono nello sviluppo di Una specie di solitudine. Dalle pagine, anche nei passaggi più duri, aspri e disperati, emana un’incredibile energia con con John Cheever alimenta la sua scrittura. Anche qui il rapporto è tutt’altro che lineare: avido lettore, ci sono giorni in cui teme il confronto con i colleghi e amici (Saul Bellow, Norman Mailer, John Updike e Vladimir Nabokov  i più citati) e che nutrono il dubbio del fallimento (“Lo stile della mia scrittura sarà sempre in certa misura prosaico”) e altri in cui la necessità e l’indispensabilità della scrittura gli è più chiara perché “scrivere è l’alleato di molte cose splendide, la fede, la curiosità e l’estasi, e di molte cose brutte, imbrogliare, disegnare immagini oscene sulle pareti dei bagni pubblici, assentarsi dalla partita di baseball per scaccolarsi il naso in solitudine”. Senza alcuna precauzione, senza alcun inutile pudore, John Cheever raschia la sottile pellicola che nello stesso tempo lega e separa l’uomo e lo scrittore e condivide le sue confessioni più sentite, intime e profonde tanto nei passaggi più significativi la prima persona singolare diventa plurale. A quel punto John Cheever ci è più vicino che mai e non è difficile riconoscersi nello stesso riflesso quando dice che “abbiamo quasi tutto quello che desideriamo e di cui abbiamo bisogno eppure il nostro sentire è saturato dal senso di disincanto, come un filamento elettrico che si riempie di luce. Forse è solo che intravediamo la possibilità del fallimento oppure che abbiamo bevuto troppo sabato sera”. Una specie di solitudine è un libro che puzza di vita, quella vera.

giovedì 29 novembre 2012

Elizabeth Bishop

Tenere pulita la spiaggia è il lavoro di Edwin Boomer. In realtà, e ci tiene a precisarlo, la spiaggia sarebbe in grado di mantenersi in ordine da sola, se non ci fosse l’intervento degli esseri umani. Allora deve passare la sua giornata a raccogliere la carta che vola sulla sabbia o macera nel bagnasciuga e fin qui l’impiego non ha nulla di straordinario, se non fosse che Edwin Boomer ha poi la premura di selezionare i ritrovamenti. In parte li fa sparire in un bidone, bruciandoli e in parte se li porta nella sua modestissima cabina dove li legge e li rilegge con passione. Di lui sappiamo ben poco: l’unica attività conosciuta, oltre alla pulizia marina e alla lettura è bere, che rimane comunque un dato molto vago. Quello che è certo in Edwin Boomer è la sua predilizione per la lettura come strumento di salvataggio, a cui fornisce tutta una sua personale raffinatezza visto che “data la sua estrema necessità di selezione, aveva finito per diventare un giudice eccellente”. La grazia con cui Elizabeth Bishop costituisce l’identità del lettore, anzi di un super lettore, in Il mare e la sua sponda è sorprendente: un racconto brevissimo, neanche una dozzina di pagine, che letto e riletto ogni volta svela una sfumatura in più. Funziona nello stesso modo anche l’episodio successivo, In prigione, non solo perché la costruzione è meticolosa, precisa, minuziosa. Le due storie hanno in comune l’elemento claustrofobico (la cabina nel primo, la cella nel secondo) che è “un rifugio, ma non per viverci, per pensare”. Poetessa raffinata (è consigliabile conoscerla anche attraverso Miracolo a colazione), personalità tormentata, Elizabeth Bishop pare trasmettere ai due personaggi di Il mare e la sua sponda e In prigione l’essenza di una vita trascorsa a scrivere, a leggere e a pensare, forse sentendosi un po’ come Edwin Boomer che cerca di salvare pagine dall’oblìo e un po’ come il prigioniero che cerca di comprendere e di rivelare le differenze filosofiche tra scelta e necessità. Forse sono le stesse che intercorrono tra lettura e scrittura: più ci si addentra in Il mare e la sua sponda e più, nonostante la brevità dei due racconti, si percepisce la distanza di Elizabeth Bishop dalla superficialità del mondo e della realtà. Potrebbe appartenere a lei quello che dice il protagonista di In prigione: “Credo di apprezzare l’umorismo come tutti, ma mi ha sempre molto amareggiato che al giorno d’oggi tante persone intelligenti pensino che qualsiasi cosa accada loro debba per forza essere divertente. Intanto questo atteggiamento mina la conversazione e la corrispondenza, rendendole monotone, e poi penetra in profondità, corrompe le nostre capacità di osservazione e di comprensione”. Sono parole scritte nel 1938, più vicini alla tragedia che alla farsa, chissà cosa avrebbe detto oggi. A quel punto è facile immaginarsi Edwin Boomer che in una notte di vento, insegue brandelli di carta che si librano nell’aria del mare. Vorremmo avere la sua esperienza nella cernita e un fuoco sempre accesso accanto.

martedì 27 novembre 2012

Kent Harrington

Il Guatemala non è soltanto lo sfondo su cui si proietta l’ombra sfuggente del giaguaro rosso. E’ un paese condannato dalla storia, attraversato da scosse telluriche così come da ondate di violenza inaudita, un luogo dove la povertà alimenta un’infinita precarietà e dove la vita, che ha millenni di tradizioni alle spalle, sembra frutto di un destino del tutto occasionale. Per descrivere il Guatemala che c’è in Il giaguaro rosso, così come quello della realtà valgono le parole, riferite a chissà quale angolo del mondo, ma adattissime allo scopo, che scriveva Graham Greene: “Qui nessuno avrebbe mai potuto parlare di un paradiso in terra: il cielo rimaneva rigidamente al proprio posto al di là della morte, e al di qua prosperavano le ingiustizie, le crudeltà, le grettezze che altrove la gente riusciva abilmente a mascherare”. La citazione non è casuale perché il protagonista, Russell Cruz Price, sembra Il nostro agente all’Avana trapiantato in Guatemala. Nel suo passato, dove si scontato i riflessi autobiografici di Kent Harrington, c’è l’essenza che lo porterà a cercare Il giaguaro rosso. Russell Cruz Price discende da una stirpe di proprietari delle piantagioni di caffè (la prima risorsa nazionale), ha studiato nelle accademie militari americane ed è un giornalista del Financial Times. Crede convinto negli effetti moltiplicatori e autoindulgenti del capitalismo ed è sicuro che non c’è alternativa al libero mercato, anche in Guatemala. E’ per questo che accetta di condividere la caccia al giaguaro rosso che gli propone Gustav Mahler, un archeologo tedesco di illustre discendenza, convinto di aver trovato la pista giusta per arrivare a una delle leggende delle leggende precolombiane. Il giaguaro rosso è un feticcio di giada che pesa svariati quintali, dal valore inestimabile e l’idea di Russell Cruz Price è venderlo per conquistare la femme fatale di cui si è innamorato, Beatrice. Lei è sposata con Carlos Selva, generale dell’esercito e sanguinario responsabile dei servizi d’informazione, ma non è l’unico ostacolo (femminile) a cui deve far fronte Russell Cruz Price perché “quando tutto sembra tranquillo, allora è il momento in cui ti può succedere qualcosa”. C’è il ricordo della madre, Isabella, c’è Olga, che l’ha visto bambino, e c’è Katherine, la volontaria idealista che si innamora dell’uomo sbagliato (lui). Kent Harrington con i colpi di scena non ci va leggero, anche a discapito di qualche elemento di coerenza e di alcuni dettagli (archeologici, strategici, militari): nella prima parte Il giaguaro rosso è denso e affascinante, mentre nella seconda, dove gli eventi precipitano uno dopo l’altro, diventa rutilante e avvincente. Detto questo, Kent Harrington sparge la suspense a piene mani, dalle improbabili love story alle folli missioni geopolitiche (con l’onnipresente invadenza degli interessi americani), soltanto per ricostruire il clima irrespirabile del Guatemala, un posto nel mondo in cui “solo i bastardi possono resistere, ragazzo, perché a loro non gliene frega niente del paradiso”.

giovedì 22 novembre 2012

Cormac McCarthy

“Rottami. Qualche osso. Le parole dei morti. Com’è possibile costruire un mondo da tutto questo?” è la domanda che arriva quando il viaggio Oltre il confine sta ormai sfumando. Billy e Boyd Parham lo stanno attraversando per riportare una lupa tra le rocce messicane. Il padre dei due fratelli la vorrebbe vedere morta, come il bestiame che ha cacciato:  cambiando il destino dell’animale, Billy e Boyd oltre a sfidare l’aspro paesaggio della frontiera, s’inerpicano lungo crinali inesplorati della vita cita perché, come scrive Cormac McCarthy “Le conseguenze di un atto sono spesso molto diverse da quanto si potrebbe immaginare. Devi essere certo che le intenzioni che hai nel cuore siano abbastanza ampie da far posto anche agli sviluppi negativi, alle delusioni. Capisci? Non tutto vale così tanto”. Il centro della Border Trilogy è il romanzo più lirico, per non dire poetico, di Cormac McCarthy. La connessione tra l’elemento naturale, le meravigliose descrizioni delle rocce, del vento, del deserto e degli animali, e poi la minuziosa attenzione alle intangibili forme del mondo umano, quel mondo “fatto solo di respiro” rendono il percorso dei fratelli Parham qualcosa in più di un’iniziazione, di una scoperta, di un’avventura verso l’incognito. Tra gli aridi sentieri di Oltre il confine spunta una rara, intensa sensibilità nel comprendere che “non vi sono viaggi isolati perché non vi sono viandanti isolati. Tutti gli uomini sono uno e non vi è un’altra storia da raccontare”. Questa è la vera linea attraversata, la meta che lo stesso Cormac McCarthy intravede Oltre il confine: “Se la gente conoscesse la storia della propria vita, quanti sceglierebbero di viverla? La gente si preoccupa del futuro. Ma non c’è futuro. Ogni giorno è fatto dei giorni che l’hanno preceduto. Anche il mondo deve essere sorpreso per come ogni giorno si mettono le cose”. E’ la forza del racconto che definisce il tempo, l’esistenza stessa che è “tutto è racconto” ed è la risposta con cui Cormac McCarthy definisce l’esigenza, primaria e irrinunciabile della narrazione: “Perché questo mondo che ci pare una cosa fatta di pietra, vegetazione e sangue non è affatto una cosa ma è semplicemente una storia. E tutto ciò che esso contiene è una storia e ciascuna storia è la somma di tutte le storie minori, eppure queste sono la medesima storia e contengono in esse tutto il resto. Quindi tutto è necessario. Ogni minimo particolare. E’ questa in fondo la lezione. Non si può fare a meno di nulla. Nulla può venire disprezzato. Perché, vedi, non sappiamo dove stanno i fili. I collegamenti. Il modo in cui è fatto il mondo. Non abbiamo modo di sapere quali sono le cose di cui si può fare a meno. Ciò che può venire omesso. Non abbiamo modo di sapere che cosa può stare in piedi e che può cadere. E qui fili che ci sono ignoti fanno naturalmente parte anch’essi della storia e la storia non ha dimora né luogo d’essere se non nel racconto, è lì che vive e dimora e quindi possiamo mai aver finito di raccontare. Non c’è mai fine al raccontare”. Straordinario.

martedì 20 novembre 2012

Tom Franklin

Un colpo di pistola e una ragazza scomparsa danno il via alle danze degli avvoltoi e spalancano una finestra nella vita di Chabot, Mississippi. E’ un’area rurale e povera dove la vita a piedi nudi e ai margini del bosco e delle paludi, ha reso le crepe del razzismo più sfumate, ma non per questo meno ambigue. Larry Ott, ricoverato per un proiettile passato vicino al cuore, è stato amico di 32 alias Silas Jones, “l’unico rappresentante delle forze dell’ordine di Chabot, Mississippi, circa circa cinquecento abitanti”. Larry Ott, bianco, è stato coinvolto nella scomparsa di un’altra ragazza, Cindy Walker, avvenuta anni prima e da allora vive circondato dal sospetto ed emarginato, gestendo l’officina del padre, ormai senza clienti, accudendo la madre e le sue galline. Dopo che qualcuno gli ha sparato, 32, nero, vaga per la contea guidato da un rimasuglio di coscienza, da un’intuizione o dalla concidenza tra il ferimento di Larry Ott e la scomparsa Tina Rutheford, figlia del padrone dell’unica fabbrica della contea. Non è un detective, la sua mansione principale dovrebbe essere dirigere il traffico e i luoghi in cui passa sono sempre gli stessi: una tavola calda, una casa di riposo, un’officina, le strade consumate dalle abitudini, un pollaio e del resto a Chabot non sembra esserci molto altro a parte quel passato che non passa mai, come direbbe William Faulkner. 32 viaggia per triangolazioni da un luogo all’altro in cerca di risposte, ma il municipio ha un budget ridotto persino per gli sceriffi, figurarsi se può permettersi di divorare risorse che non ha per indagare ancora su indizi del passato. Solo che il processo su cui volteggia L’avvoltoio non concede scampo: “Il tempo ammassa anni nuovi su quelli vecchi, senza però che quelli vecchi scompaiano, come gli anelli centrali di un albero, i primi e i più stretti, i più nascosti, racchiusi nell’oscurità e protetti dalle intemperie. Ma poi giunge l’urlo di una sega e l’albero cade e i cerchi sono inondati dai raggi del sole e la linfa scintilla e il ceppo viene esposto al mondo intero”. E’ proprio quello che succede nel corso del romanzo di Tom Franklin, già notato con le short stories di Alabama Blues: la suspense (bisognerà scoprire chi ha fatto sparire Cindy Walker e poi Tina Rutheford e perché hanno sparato a Larry Ott) su cui è imperniato tutto L’avvoltoio è strumentale e destinata ad accogliere il lettore in un segmento di spazio e di tempo, dove tutto funziona al rallentatore e si svela passo per passo, pagina dopo pagina. Sono il contesto, l’insieme e il mood generale che Tom Franklin sa rendere come un grande narratore: dai menù della tavola calda ai serpenti mocassini, dai ripetuti omaggi a Stephen King ai film del drive-in, dal kudzu (un rampicante selvatico si avvolge agli alberi e alle rovine) alle impronte nel fango, ogni dettaglio concorre a definire l’atmosfera in cui promesse e tradimenti, verità e pregiudizi definiscono il destino dei protagonisti, neri o bianchi che essi siano, lasciando al tempo il compito dell’unica giustizia possibile. Molto più di un semplice thriller.

Mark Bowden

La ricostruzione della cattura di Osama bin Laden è pratica, funzionale, schematica, come se Mark Bowden stesse facendo tutto il possibile per spianare le pieghe di un evento storico complesso e pieno di segreti. Tutte le coordinate vengono rese intellegibili anche a costo di ripetere e di ripetersi, usufruendo di uno stile a tratti elementare nella sua schematicità, fatto di frasi brevi, sintetiche, scandite in modo preciso. La cattura diventa così un interessante esperimento in cui un evento storico viene collocato in un contesto non lontano dalla fiction: pur inanellando tutta una serie di problematiche che vanno dalle personalità di Barack Obama e George Bush, dalle funzioni dei consiglieri di stato alle catene di comando dell’esercito degli Stati Uniti, il racconto di Mark Bowden è avvincente e scorrevole. La cattura comincia, come è inevitabile, nei giorni successivi all’11 settembre 2001 e termina dieci anni dopo quando Osama bin Laden, nome in codice Geronimo, viene dichiarato “enemy killed in action”, definizione ufficiale con cui si conclude una lunga caccia all’uomo, vivo o morto (come poi finirà). Prendendolo per quello che è, la sintesi e la semplificazione di una sequenza di momenti storici molto complessa, La cattura riesce senza alcun dubbio a mantenersi in equilibrio sul fragile filo sospeso tra l’intrattenimento e l’approfondimento, operazione abbastanza consueta ai nostri giorni. A differenza di tanti mestieranti che finiscono per confondere in modo irrimediabile i due aspetti, Mark Bowden lo fa con quel tanto di stile e di accuratezza, almeno per quanto riguarda la scrittura, da risultare adeguato e convincente. Quello che non convince sono alcuni passaggi fondamentali su cui si basa La cattura: Mark Bowden sorvola spesso su molte questioni, lasciandole in sospeso, irrisolte e nascoste negli angoli bui di misteri e segreti di stato. Sulla natura stessa di Al Qaeda, rifornita (se non proprio organizzata) dagli aiuti americani per combattere l’invasione sovietica dell’Afghanistan, spende poche parole. Sull’operato dell’amministrazione Bush, prima e dopo l’11 settembre 2001 vengono tralasciati molti punti oscuri e d’accordo che “Bush era nato in una famiglia abituata all’esercizio del potere e, all’epoca degli attentati, era del tutto pronto a giocare in questo ruolo”, ma a promuoverlo sul piano dell’intelligenza ormai è rimasto soltanto lui. Ci sono molti aspetti non chiariti su tutta l’operazione e parecchi punti critici che Mark Bowden appena sfiora. Quello che non dice sembra bilanciare molte rivelazioni, a partire dal fatto che la missione era cominciata con un altro incidente ovvero un elicottero in avaria che è andato a schiantarsi nel compound di Osama bin Laden. Lo spettro di Black Hawk Down e di altri fallimenti, come l’operazione Desert One (il tentativo di liberare gli ostaggi trattenuti in Iran di cui ha scritto in Teheran 1979) sono ancora vivissimi nell’immaginario americano e ricordarli rendono onesta La cattura e, en passant, anche i suoi evidenti limiti. 

lunedì 12 novembre 2012

Maya Angelou

L’infanzia vissuta nel cuore dell’America povera, bianca e nera, osservata da una dimensione particolare: attraverso gli occhi di Marguerite alias Maya e del fratello Bailey prende forma tutto un singolare universo che ha il suo centro di gravità nell’emporio della nonna, chiamata Momma e dello zio Willie. “Se crescere è dolore per una bambina nera del Sud, rendersi conto di essere fuori posto è la ruggine sul rasoio puntato alla gola. E’ un insulto superfluo” scrive Maya Angelou e la metafora rende chiare, senza difetto di sorta, le coordinate in cui si sviluppa Il canto del silenzio. I riferimenti geografici, le implicazioni della storia nei risvolti sudisti, l’evocazione di un blues mai sopito nei secoli sono i sapori amari e pungenti che dissemina Maya Angelou: Marguerite è costretta a crescere presto  in fretta dall’habitat e dagli eventi, compreso uno strupro a otto anni e una gravidanza a sedici anni, e nonostante tutto nella sua voce mantiene salde le posizioni della spontaneità e persino di una palpabile vena ironica. Maya Angelou, con una prosa ricca e invitante, riesce a mantenere una grande equibrio tra la memoria e la consapevolezza del presente, tra l’urgenza di sottolineare la forza dei suoi piccoli personaggi e la necessità di circoscrivere (perché spiegarlo è davvero difficile) le distanze tra loro e il resto del mondo: “Che cosa distingue un paese del Sud da un altro, piuttosto che da una cittadina, un villaggio o una metropoli del Nord? La risposta sta nell’esperienza condivisa dalla maggioranza inconsapevole (il paese) e la minoranza consapevole (tu)”. L’onda latente e/o manifesta del razzismo è una costante, spesso sotterranea, subdola e invisibile che Maya Angelou è straordinaria nel rendere evidente: “Stamps, Arkansas, era Frustalo-Per-Bene, Georgia; Mettigli-Una-Corda-Al-Collo, Alabama; Negro-Sparisci-Prima-Del-Tramonto, Mississippi; o qualsiasi altro nome altrettanto descrittivo. La gente di Stamps diceva che nel nostro paese i bianchi avevano così tanti pregiudizi che un nero non poteva neanche comperare un gelato alla crema. Eccetto il quattro di luglio. Gli altri giorni si dovevano accontentare del cioccolato”. E’ nell’elaborazione del ricordo, nello sforzo della memoria, nella rigenerazione di un tempo lontano che Il canto del silenzio trae la sua forza, senza concedere nulla alla nostalgia o al rimpianto. Ha qualcosa di speciale, e di indefinibile tanto che persino James Baldwin ha fatto fatica a trovare una descrizione coerente: “Il canto del silenzio libera il lettore perché Maya Angelou affronta la sua vita con toccante stupore e luminosa dignità. Non ho parole per quest’opera, ma una cosa è certa: è dai tempi della mia infanzia, quando la gente nei libri era più reale delal gente che si vedeva ogni giorno, che non mi commuovevo tanto”. E Marguerite ci fa partecipe anche di quel “genio” che sarebbe stato al suo servizio per sempre: “i libri”, quelle piccole pietre con cui cerchiamo di mettere insieme un guado in mezzo alla vita. 

giovedì 8 novembre 2012

John Steinbeck

Capita che un torpedone scalcinato s’inchiodi nel bel mezzo del paesaggio californiano con a bordo tutti i suoi passeggeri. La compagnia forma un quadro picaresco e colorito, molto rappresentativo di un’umanità variegata. C’è di tutto, sulla corriera stravagante di John Steinbeck e il casuale incidente, tutto sommato una solida metafora dell’imprevedibilità e della casualità vita, sembra scardinare le esistenze, le convenienze e le convenzioni bloccate on the road, con una sorta di sottile euforia generale, che spesso si traduce in una marcata sensualità. Non c’è dubbio che il John Steinbeck da riscoprire in La corriera stravagante non è certo quello biblico di Furore o Uomini e topi, il cantore della famiglia di Tom Joad, dei derelitti e dei disperati, dei perdenti e dei fuggitivi, degli outsider di un’America lontana e polverosa. Da un certo punto di vista La corriera stravagante è più vicino all’epica di Pian della Tortilla o, almeno, alle stesse visioni. Perché, in fondo, l’incidente, in senso lato, che ferma La corriera stravagante è anche l’occasione perché i viaggiatori scoprano e diano un nuovo senso alla propria vita, vedendo “davanti alla corriera, la strada cantava la sua canzone”, un inedito orizzonte di libertà. A partire dal buon autista, che nelle prime pagine del romanzo si confessa così: “Certe volte sono proprio stufo di guidare quell’accidente di corriera avanti e indietro, avanti e indietro. Certe volte mi viene la voglia di piantare tutto e prendere la strada delle colline. Ho letto di un tale, un capitano di vaporetto a New York, che un bel giorno, senza tante storie, se ne andò per mare e nessuno ne ha saputo più nulla. O è affogato, o ha trovato da sistemarsi in qualche isola. Io lo capisco, un tipo così”. Prendere e partire è un tema che, come è noto, sarà ripreso in continuazione e all’infinito nella narrativa e anche nel rock’n’roll, a partire da Chuck Berry fino ad oggi, con o senza le valenze sociali che John Steinbeck gli ha sempre attribuito. Eppure c’è qualcosa, nel paesaggio attraversato dalla corriera stravagante, che comincia a sgretolarsi sulla superficie della strada, e non solo in senso metaforico: “Una scarpata franava, una buca si apriva, una fessura si formava, che un po’ di ghiaccio nell’inverno allargava: ed ecco che il cemento, incapace di resistere all’azione delle gome, cedeva”. Anche La corriera stravagante, nel suo eccentrico viaggio, non perde di vista la concreta, solida visione di John Steinbeck: anche nel baillame dell’allegra comitiva persa nel deserto affiora quella capacità di evidenziare da distanza ravvicinata le piccole e grandi variazioni cromatiche dell’animo umano. Per questo per La corriera stravagante con ogni probabilità valgono ancora le parole con cui nel 1954 John Steinbeck dedicava La valle dell’Eden ad un amico italiano: “Ci sono dolore ed eccitazione, sentimenti buoni o cattivi e pensieri cattivi e pensieri buoni, il piacere di disegnare e un po’ di disperazione e l’indescrivibile gioia della creazione”. 

mercoledì 7 novembre 2012

Ry Cooder

Quella di Ry Cooder è una Los Angeles dove i musicisti prendono il tram e le femme fatale arrivano in Cadillac ed è punteggiata da una miriade di piccoli locali dove succede tutto perché sono proprio i poli magnetici che attirano un’umanità variopinta e disorientata. La vida es sueño diceva Pedro Calderón de La Barca, la cui filosofia Ry Cooder nasconde dietro una canzone tradizionale ed è proprio con il suono, la musica, i silenzi a raccontare quell’incanto che “è racchiuso nella magia dello straordinario”, quella specie di sogno a occhi aperti con cui ricostruisce racconto dopo racconto l’idea di una città popolata da milioni di luci e altrettanti fantasmi.  E’ l’effetto che fanno le Los Angeles Stories di Ry Cooder: arriva John Lee Hooker, si ascolta Glenn Miller, si corre su strade incise nel deserto e tutto contribuisce a formare il mood di una città e della sua ragnatela di vite e di morti. La sfumatura noir che amalgama le Los Angeles Stories dipende dal fatto che “una pistola cambia le cose” ed è soltanto uno degli strati che sovrappone con gusto artigianale, minuzioso e misurato Ry Cooder: nella scrittura ha trasmesso le medesime modalità della sua musica, puntando sull’atmosfera, sul dettaglio impressionistico, persino sulla nostalgia dove è il caso. Non è difficile immaginare che le radici di queste Los Angeles Stories vadano cercata in Chávez Ravine, disco particolarissimo e geniale che Ry Cooder ha dedicato a un singolo quartiere della città, quasi una particolare porzione con cui confrontarsi. Nella filigrana delle Los Angeles Stories si intravedono, come sottili strati che si sono sedimentati con il tempo, e che Ry Cooder ha ricomposto sotto una malinconica luce, i resti di quelle storie e di quelle tradizioni. Una parte della città che è scomparsa per far posto alle speculazioni del cemento e all’asfalto, come nel resto del’area di Los Angeles. “Nel mio quartiere, o vai forte o te ne vai a casa” dice uno dei personaggi delle Los Angeles Stories e Ry Cooder, anche qui assecondando un gusto minimale e appassionato, sembra temere certe accellerazioni verso un futuro che è sempre più un’incognita. Non bisogna essere urbanisti o sociologi per rendersi conto che con le macerie se va tutta un’identità, viene uccisa tutta una storia, una cultura, una vita. Se serve l’opinione di un illustre cittadino, quella di Ray Bradbury dovrebbe bastare: “La verità è che Los Angeles non esiste. Con un po’ di fortuna, non esisterà mai. Dovremmo pregare che queste ottanta città in cerca di un unico centro non lo trovino mai. Il tessuto connettivo che un tempo fondeva la composita Los Angeles, i grandi treni rossi della Pacific Electric, è sprofondato nella polvere delle autostrade. E le autostrade? Sono affollate di gente che si avventura nella pericolosa vita metropolitana, sedotta dalle sue lusinghe. Sono piene di immigranti a bordo di carrette a benzina che ogni giorno devono trovarsi un qualsiasi posto dove andare, e il più delle volte non vanno da nessuna parte”. 

lunedì 29 ottobre 2012

Kurt Vonnegut


"La tecnica del gatto oltre il muro”, un dettaglio del racconto da cui prende il titolo questa brillante raccolta, potrebbe essere benissimo la metafora del metodo che anima le prime e inedite short stories di Kurt Vonnegut. E’ l’imprevedibile e l’imponderabile, proprio quello che succede al felino sparato in aria (e a chi sta nella zona di atterraggio dall’altra parte), che determina i temi, le trame, i terremoti nelle vite dei personaggi di Guarda l’uccellino. In funzione di quella singolare variazione che spesso è un rebus e insieme la sua soluzione, Kurt Vonnegut mischia soluzioni, idee e stili, senza soluzione di continuità. E’ la forza della storia in sé che deve sostenersi da sola e questa è l’unica caratteristica comune a tutti i quattordici racconti di Guarda l’uccellino. Alcuni sono diamanti grezzi come Gridalo dai tetti o Il re e la regina dell’universo: partono da presupposti ingombranti che poi vengono tranciati da finali sorprendenti. In effetti potrebbero già contenere interi romanzi, e viene il dubbio che sia quella la loro origine. Altri sono perfetti, sia che giochino con il fantastico (come Il tagliacarte, un frammento che raduna tutto quello che può servire a confezionare un breve racconto) sia che rimangano incollati alla realtà come Parola d’onore o il toccante  Ciao Red. Gli estremi sono il primo e l’ultimo dei racconti di Guarda l’uccellino. Confido ruota attorno a “una scoperta più grande della televisione e della psicoanalisi messe insieme, che di soldi ne fanno a palate” ed è è geniale, se non proprio profetico, nel raccontare le deformazioni della vita dalla seconda metà del ventesimo secolo in poi, con un piccolo artificio dell’immaginazione. Una buona spiegazione svela invece cosa succede nei giardini segreti di un matrimonio, quando le parole che non sono state pronunciate pesano più di quelle dette. Confido e Una buona spiegazione racchiudono una popolazione di personaggi legati a vite anonime che vengono travolte da un mistero o da un segreto o dall’improvvisa apparizione di un’incognita. E’ quello che succede anche all’impiegato orwelliano di Fubar (termine che significa “a tal punto incasinato da essere irriconoscibile”). Relegato in un ufficio che più marginale non si può, condizionato dall’assistenza alla madre anziana e malata, il travet si sente “un padrone di casa alla festa più lunga e noiosa che si possa immaginare” fino a quando non gli presenta la nuova segretaria, una ragazza avvolta in “una scintillante costellazione di bigiotteria”. Tra i due scatta qualcosa che rimane sospeso in “quella sensazione complessiva di essere bloccati dalla nebbia che viene spesso scambiata per amore”, condizione che è piuttosto diffusa tra i personaggi di Kurt Vonnegut. Resta da dire proprio di Guarda l’uccellino un racconto di quattro-pagine-quattro che sublima i contorni noir di molte di queste storie. E’ un Vonnegut d’annata: pungente, incalzante più che mai, al lettore chiede pochissimo e lo lascia in compagnia di una selva di punti di domanda, che poi è quello che dovrebbe fare la letteratura.

sabato 27 ottobre 2012

Lawrence Ferlinghetti


Forse per i trascorsi legati all’attività di editore, o per la sua multiforme percezione dell’esperienza artistica, la poesia di Lawrence Ferlinghetti è sempre scivolata a un millimetro di distanza da quella di Allen Ginsberg, Gregory Corso o Jack Kerouac. L’occasione è sempre propizia per ripristinare la giusta dimensione, allineando Lawrence Ferlinghetti ai suoi amici e compagni d’avventura. Intanto, va ricordata una comune e condivisa attitudine alla poesia che proprio nell’epigrafe iniziale di A Coney Island of The Mind, Ferlinghetti riassume così: “Come poeta, a volte mi immagino ancora nei panni di un reporter onnisciente venuto dallo spazio, che invia i suoi dispacci a un caporedattore supremo convinto della necessità di rappresentare senza censure le tragicomiche pagliacciate di quelle creature bipedi note col nome di esseri umani”. La poesia di Ferlinghetti, che in A Coney Island of The Mind raggiunge una delle sue migliori espressioni, ha i tratti della pennellata precisa, senza esitazioni, convinta e istintiva ed è quella la sua bellezza estrema: parole schizzate a getto continuo e ispirate dalla gamma di colori, di immagini e di forme di Chagall, Bosch, Goya, Picasso e Brancusi. Vivide, intense, colorite, imprevedibili, naturali e spontanee, improvvisata seguendo coordinate jazzistiche, le liriche di Ferlinghetti si trasformano spesso in lunghe suite che hanno tutta la forma di intense odi, come è Io aspetto, forse lo snodo centrale A Coney Island of The Mind. Vitale nel suo essere attaccata alla vita quotidiana, nel ribaltare uno dopo l’altro tutti i luoghi comuni americani (“Siamo le stesse persone, ma ancora più lontane da casa, su autostrade a cinquanta corsie, su un continente di calcestruzzo, scandito da melliflui manifesti pubblicitari, che illustrano imbecilli illusioni di felicità. La scena mostra meno carri di condannati a morte, ma più cittadini scoppiati in auto dipinte, e hanno targhe strambe, e motori che divorano l’America”) la visione A Coney Island of The Mind è quella di tutte le altre voci della Beat Generation, “una specie di circo dell’anima” la cui connotazione ha i lineamenti della dissociazione, della ribellione, del dissenso e della profezia. Ferlinghetti la rende esplicita aggiungendo una nota di particolare chiarezza agli intenti del suo personale manifesto: “Un’altra alluvione sta per arrivare anche se non del tipo che ti aspetti. C’è ancora tempo per colare a picco e per pensare. Voglio regredire in questa società. Voglio essere come se fossi libero. Scendi a prendermi dolce cocchio. Non aspettiamo che le Cadillac ci portino in trionfo nell’interno facendo cenni di saluto agli indigeni come senatori romani nelle province portando l’alloro dei poeti sulla fronte illuminata”. Qui la strada è rischiarata da Dante e Kafka, René Char e Walt Whitman, Ezra Pound e Charles Dickens, Melville e Thoreau, e poi da Yeats, Keats e infine da Henry Miller che ha ispirato il titolo, ulteriore conferma che dietro una grande scrittore c’è sempre un insaziabile lettore. 

martedì 23 ottobre 2012

Trevianan


Nicolaj Hel, sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, ai servizi segreti americani, sovietici e cinesi coltiva l’idea dello shibumi in un castello basco, dedicandosi al suo giardino musicale, alla concubina, alla speleologia e ai picareschi amici che lo circondano. “Shibumi allude a una grande raffinatezza sotto apparenze comuni. E’ un’affermazione che non ha bisogno di essere ardita, così acuta che non dev’essere bella, così vera che non dev’essere reale. Shibumi è comprensione più che conoscenza. Silenzio eloquente”: questa è la definizione dello stato di grazia, per semplificare e abbreviare, che va cercando Nicolaj Hel. Dal suo punto di vista, ne ha avuto abbastanza e ha deciso di ritirarsi e si è convinto che “una volta isolato dal futuro, il passato diventa una parata insignificante di banali avvertimenti, non più organici, non più possenti o dolorosi”. Il suo karma e il suo codice d’onore invece gli dicono qualcosa di diverso, e che non gli piace, attraverso l’arrivo di Hannah Stern, sopravvissuta a un massacro all’aeroporto di Roma, peraltro sventagliato fin dall’incipit. Nicolaj Hel è la prima volta che vede la ragazza: impreparata, volitiva, più incosciente che coraggiosa, e ormai disperata. Conosce da anni lo zio, Asa Stern, con cui ha condiviso alleati e nemici e a cui è legato da un antico debito, quanto basta per accantonare senza particolari esitazioni la sua vocazione allo Shibumi e affrontare, insieme al suo passato, le ingerenze di un mondo avvinghiato a interessi economici, politici e militari di cui ormai non si non si percepisce più nemmeno il perverso disegno perché, parole sacrosante, “abbiamo a che fare con mentalità mercantili e militari, e la stupidità è il loro idioma intellettuale”. L’azione è colorita, rapida, spumeggiante (anche un po’ fumettistica, che non guasta) e anche le parti più riflessive sono accattivanti, con le proiezioni di Nicolaj Hel e il suo continuo inseguimento verso lo Shibumi. Il tono è giocoso senza essere superficiale, ironico quanto basta, leggero ed effervescente nella forma e comunque denso di piccoli e grandi riferimenti, distributi a ogni svincolo della trama  rendono la scrittura invitante, avvolgente e convincente. Trevianan alias Rodney William Whitaker non cerca particolari forme o evoluzioni stilistiche: ha il gusto per il dettaglio insolito, un’ironia strisciante, anche una spiccata vena polemica perché la trama è costruita per intrecci e sovrapposizioni, un concatenarsi di eventi personali e storici, su cui non manca mai una nota dissonante. Nel resto è accomodante e cordiale con il lettore come Nicolaj Hel con i suoi ospiti per poi riservare colpi di scene e sorprese a ripetizione. Shibumi è una spanna sopra l’intrattenimento, una spy story di gran classe, che si legge senza particolari sforzi e con soddisfazione tanto che, una volta chiusa l’ultima pagina, si sente la mancanza di Nicolaj Hel, della sua dieta (da cui sono esclusi gli ospiti), della sua filosofia, e anche delle sue contraddizioni (perché è molto umano, nel suo essere fin troppo speciale). 

lunedì 22 ottobre 2012

Ray Bradbury

Questa raccolta di Saggi su passato, futuro e tutto ciò che sta nel mezzo, pur nella sua caotica essenza, costruita articolo dopo articolo, rubrica dopo rubrica, “procedendo alla cieca, correndo a perdifiato, buttando giù i pensieri così come arrivano”, e sono parole dello stesso Ray Bradbury, apre uno squarcio vitale sul mondo di uno scrittore e di un lettore unico. Anche se molte selezioni, trapiantate dal contesto originario, dove avevano un senso più specifico e (anche) un’altra vita, appaiono piuttosto distanti o estranee alle coordinate di Troppo lontani dalle stelle, Ray Bradbury è sempre entusiasta ed è questa la componente più rilevante: può essere un incontro (memorabili quelli con Walt Disney o Bertrand Russell e la moglie), uno spunto polemico (e ce ne sono parecchi) o un ricordo e qualche che sia il taglio dell’articolo, del saggio, della rubrica, la sua verve è sempre trascinante, spinta dalla passione, dal gusto, dalla curiosità. I temi sono tra i più disparati: dal trasporto con cui racconta l’essenza americana delle ferrovie in Ogni amante dei treni è mio amico alle descrizioni di Parigi e Los Angelese, “città di quarzo” che Ray Bradbury riassume, per François Truffaut in “quasi ottocento chilometri quadrati di illuminazione metropolitana, un’enorme distesa, un panorama oceanico di energia elettrica”, la prosa è sempre immaginifica, accattivante, immediata. E’ anche molto pungente quando dice che “noi siamo il prodotto finale di fallimenti su fallimenti sfociati in un prodotto finale che è la sopravvivenza dell’uomo” ed essendo Troppo lontani dalle stelle, ormai incapaci di inventare altri viaggi o nuove direzioni, “noi riempiamo il vuoto con la nostra attenzione. Noi vediamo, ascoltiamo, tocchiamo, sappiamo”. Sarà per quello che Ray Bradbury riscrive i finali dei film (il legame con il cinema è uno dei canali sotterranei che imperversa e annoda le singole parti di Troppo lontani dalle stelle) e combatte con una divorante attrazione per la letteratura: “Kipling, Dickens, Wilde, Shaw, Poe” sono i punti di riferimento e poi Moby Dick (forse più di tutti perché sembra coltivare una venerazione per Melville) e infine Jules Verne con la sua percezione del futuro. Ed è qui che l’americano Ray Bradbury sa essere ancora più eloquente che altrove. L’America, è inutile nasconderlo o cercare di negarlo, è sempre stata l’interprete principale del futuro, il modello proiettato in avanti, il profilo sfuggente e veloce, più veloce di tutti gli altri. Ray Bradbury sembra intuire, capire, conoscere la dimensione fallimentare di quel’avvenire, i retroscena e le parti in ombra, le imperfezioni maledette, le ferite profonde dentro i sogni di gloria. Una visione nitida, chiarissima e tagliente una vera e propria perla scintillante racchiusa nel guscio frastagliato di Troppo lontani dalle stelle. L’opulenza della disperazione: l’America attraverso lo specchio è un capolavoro, un cahier de doléances lucido, duro, preciso e incazzato. Per quello che dice, per come lo dice. 

mercoledì 17 ottobre 2012

Jon Krakauer

Come ricordava Henry David Thoreau, “siamo dei crociati miserabili” e deve essere stata anche la prima, intima considerazione che ha fatto Alexander Supertramp alias Christopher McCandless alias e fa capire anche perché ha scritto i suoi diari in terza persona come se, non solo si sentisse un estraneo davanti alla wilderness, ma fosse straniero anche a se stesso e ai ponti e ai legami che si è tranciato alle spalle. La sua storia (vera), raccolta non senza fatica da Jon Krakauer, è diventata Nelle terre estreme e a sua volta il libro si è trasformato in Into The Wild, il film di Sean Penn che, incuriosito dall’immagine e dagli strilli in copertina, l’ha preso e l’ha letto e riletto in una notte. La “disobbedienza civile” di Christopher McCandless in apparenza radicale e rivoluzionaria è frutto di una lunga e consolidata tradizione americana: le direzioni della partenza, verso ovest, verso nord dovrebbero essere indizi sufficienti per far collimare un’antica vocazione alla frontiera con altri orizzonti intravisti tra le righe dei libri di Jack London prima e Jack Kerouac poi. Proprio come un’ultima, incosciente scintilla di quell’esuberanza, e ormai diventato Alexander Supertramp, non si accontenta di un viaggio, dei suoi imprevisti, degli incontri, delle sorprese e di un ipotetico ritorno a casa. “Un uomo è beat ogni volta che rischia il tutto per tutto” diceva John Clellon Holmes e la svolta matura proprio “on the road”, rinunciando al denaro, all’automobile, al lavoro, in fondo persino alla propria identità, per diventare parte di un’utopia più grande, dove la libertà, o soltanto una speranza di sfiorarla, è legata in modo indissolubile alla vita (e alla morte) Nelle terre estreme. Anche nella forma rivista e corretta da Jon Krakauer, i grezzi diari di Alexander Supertramp sono la cronaca di chi si crea un destino, piuttosto che subirlo, e costi quel che costi. Quando ripete nei suoi ultimi messaggi la volontà di “entrare nella natura” è qualcosa in più e di diverso di un ritorno a casa, e va ricordato Simon Schama quando scriveva che “la wilderness, dopo tutto, non colloca se stessa in nessun luogo, non si assegna nessun nome”. Non c’è niente di esotico o di esoterico nel complesso viaggio di Nelle terre estreme e la conclusione, più che il finale, è quella giusta perché rimette ordine e ripristina un senso: mostra con lucidità che, non solo siamo parte della natura, ma che ne siamo anche la parte malata o, come diceva William Burroughs, siamo il virus che distruggerà ogni forma di vita sulla terra. Aggiungendoci la deformazione di chi ha il coraggio di sostenere che il clima è peggiorato, i ghiacciai si stanno sciogliendo, il mondo sta andando a puttane, come se fosse colpa delle montagne o dei fiumi o degli alberi. Quando poi, tutto quello che riesce a pensare il genere umano è di cambiare la macchina vecchia con quella nuova, anche se, come fa notare Christopher McCandless in un significativo passaggio all’inizio del suo viaggio, funziona ancora benissimo.

mercoledì 10 ottobre 2012

Philip Roth

Le Chiacchiere di bottega di Philip Roth con i suoi illustri colleghi e colleghe (Bernard Malamud, Isaac Bashevis Singer, Edna O’Brien, Primo Levi, Milan Kundera, Ivan Klíma, Mary McCarthy, Aharon Appelfeld, Saul Bellow) hanno una natura camaleontica e si mimetizzano in forme diverse in funzione della natura dell’incontro e dei legami che lo generano. Può essere un semplice scambio epistolare, come la corrispondenza con Mary McCarthy, dove i voli pindarici dei due scrittori si attorcigliano intorno ai dettagli della circoncisione, in una discussione esclusiva e un po’ cerebrale. Il più delle volte le Chiacchiere di bottega nascono da un’idea di intervista che di volta in volta assume profili unici e particolari. L’incontro con Primo Levi, nei meandri di una fabbrica torinese, si evolve in un colloquio analitico. Philip Roth, non c’è nemmeno bisogno di dirlo, è un interlocutore puntuale, scrupoloso e meticoloso, tanto è vero che a precisa domanda, Primo Levi introduce la sua risposta così: “Più che una domanda, è una diagnosi”. Altrove il confronto è più immediato e spontaneo: negli incontri con Ivan Klíma (“A volte dubito che sia ragionevole rimanere in questa miseria per il resto della nostra vita”) e Milan Kundera (“Un romanzo non afferma niente; un romanzo cerca e pone delle domande”) emergono affinità e divergenze e anche una sottile differenza dovuta alle opposte condizioni in cui gli scrittori si sono trovati a proporre e difendere il proprio lavoro. Dalla clandestinità all’esilio, Milan Kundera dice: “Io invento storie, le metto a confronto l’una con l’altra e in questo modo pongo delle domande. La stupidità della gente deriva dall’avere una risposta per tutto. La saggezza del romanzo deriva dall’avere una domanda per tutto”. Dall’altra parte Philip Roth sembra rispondergli con una reazione istintiva: “Credo però che anche in una cultura come la mia, in cui nulla viene censurato ma dove i mass media ci inondano di vacue falsificazioni delle questioni umane, la letteratura sia un salvagente, anche se la società non sembra rendersene molto conto”. Con l’ombra incombente di Kafka, il più citato e un punto di riferimento per tutti, le Chiacchiere di bottega si sviluppano nell’intenso ritratto di Bernard Malamud, nella conversazione di New York con Isaac Bashevis Singer a proposito di Bruno Schulz, nel confronto con Edna O’Brien e con Aharon Appelfeld che ha il pregio di sintetizzare un valore comune a tutti, Philip Roth compreso: “Descrivere le cose come sono accadute significa rendersi schiavi della memoria, che nel processo creativo è solo un elemento di secondaria importanza. Per me creare significa ordinare, scegliere e smistare le parole, e trovare il ritmo adatto all’opera”. Le uniche eccezioni sono il ritratto di Guston, pittore che dedicò alcune tavole a Il seno di Philip Roth e la parte conclusiva delle Chiacchiere di bottega  dedicata a Saul Bellow che, più di una rilettura, sembra essere un omaggio, quasi un inchino all’uscita di scena di un grande maestro.