Proprio nell’intersezione di due secoli di vita americana, l’indirizzo dei Collyer sulla Fifth Avenue a New York diventa un varco su un’inestricabile propensione alla solitudine: alla porta di Homer & Langley bussano in tanti e la metamorfosi di una casa e di una nazione prende forma “come se il tempo fosse divenuto spazio, divenuto distanza” e fosse “rotolato sotto l’orizzonte terrestre”. Per Homer & Langley lo sfondo più prossimo è Central Park e sulla soglia della residenza dei Collyer si presenta un’intera gamma di mutazioni americane: gangster e poliziotti, esattori e mendicanti, hippie e teppisti, nonché emigranti da ogni angolo del mondo. I fratelli, unici discendenti da una famiglia benestante, ma falcidiata dalla febbre spagnola, sono uomini senza particolari qualità e la dissolvenza kafkiana che li trasforma in due eremiti metropolitani prende direzioni diverse. Reduce dalla prima guerra mondiale, avvelenato sul fronte europeo dall’iprite (e sofferente da disturbo da stress post-traumatico, allora non ancora diagnosticato), Langley matura una sottile e comprensibile avversione per l’autorità: “Vogliono che sfiliamo in parata, marciando a ranghi serrati, un battaglione dopo l’altro, come se la guerra fosse una cosa ordinata, come se ci fosse stata una vittoria. Io non sfilerò. È roba da idioti”. Diventa un accumulatore seriale (compresa un’intera Model T ospitata in soggiorno) e ha l’idea di riscrivere la storia attraverso le sue eccentriche collezioni, con l’unico risultato di addensare nell’aria “quella sensazione di vivere insieme a oggetti assertivamente inanimati ai quali bisognava sempre girare intorno”. Le velleità artistiche si riducono alla polemica, per quanto non del tutto insensata: “Se è vera arte, prima la giudicheranno offensiva, e poi la venereranno. Un giorno se ne invoca la distruzione, il giorno dopo comincia l’asta”. L’alienazione è totale, il distacco dalla realtà è compiuto e Doctorow, acuto e perfido osservatore, non gli risparmia nulla: la casa diventerà fredda, sporca e buia. Cieco fin da ragazzo, Homer coltiva la musica al pianoforte e un’appassionata propensione verso le figure femminili che si alternano, al suo fianco, ciascuna con una particolare grazia. Le relazioni con Julia, Mary Elizabeth Riordan, Lissy, Jacqueline Roux sono brevi, intense e spesso platoniche, ma Homer sa che “l’amore non sarà mai più così puro come quando non sappiamo ancora cosa sia”. Mentre le stanze si riempiono di rottami e rimasugli di un’intera città alla deriva, a Homer non resta altro che notare come “le persone escono dalla tua vita, e a te non rimane che il ricordo della loro umanità, una povera cosa discontinua senza alcun potere, proprio come la tua”. Siamo ormai giunti al 1969 e davanti al generale stupore per l’allunaggio dell’Apollo 11, il commiato di Langley è laconico e purtroppo sempre più attuale: “La più grande conquista tecnologica sarà fuggire dal disastro che abbiamo combinato”, e buona notte. Resta ancora Homer: la dissoluzione dovuta alla progressiva perdita dei sensi, prima la vista e poi l’udito, trasforma quello che pareva un rifugio in una trappola. Gli rimane la scrittura come ultima alternativa e come se fosse una proiezione (in Braille) dello stesso Doctorow quando dice: “Sono contento di avere questa macchina da scrivere, e le risme di carta accanto alla sedia, come se il mondo avesse lentamente chiuso le persiane, deciso a lasciarmi solo con la mia coscienza”. Labirintico.

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