lunedì 13 luglio 2026

Jim Harrison

Con la scusa di cercare una valigia piena di poesie di Antonio Machado, persa durante la sua fuga dal regime franchista, Jim Harrison s’impegnava spesso in lunghi tour in Francia dove, per inciso, i suoi romanzi hanno avuto un successo stabile e continuato, più che in America. Scorpacciate di formaggi, ostriche, frattaglie e abbondanti degustazioni di vini l’hanno condotto a considerare che “in quanto scrittori dovete calibrare con attenzione gola e scrittura. Nonostante le vostre lamentele, avete molto tempo per farlo. Il buon cibo è molto più importante della scrittura mediocre che invade la terra”. Esagerato, spudorato, divertente, unico, Jim Harrison non concede tregua e, tra un bicchiere e l’altro, ne ha per tutti: dall’editoria alle politiche americane, dal fast food a Hollywood, i suoi strali si alternano a ricette singolari (come le “scaloppine d’anatra con ciliegie e grappa”, presa in prestito dallo chef Mario Batali, che firma l’introduzione) o alle celebrazioni poetiche di García Lorca e John Keats. Le avventure di un gourmand vagabondo che compongono questa raccolta di articoli sparsi in un ampio arco temporale, dal 1981 al 2015,  con il loro taglio autobiografico costituiscono a creare un ritratto singolare di Jim Harrison. La dedizione alla gastronomia e all’enologia che, a saldo delle intemperanze pantagrueliche, si risolve con la consapevolezza che “con le giuste cose da bere e da mangiare si può vivere bene. Sta a voi scoprire quali sono” è totale e incondizionata. In cima a tutto ci sono il culto dell’aglio (“Partiamo dalle basi: l’aglio. Se non c’è aglio, lasciate perdere”) e la religione del tabasco, poi la predilezione per la selvaggina e per la pesca. Le scelte culinarie sono ricercate e spontanee nello stesso tempo visto che Jim Harrison si considera “più un tipo da osteria” e sa apprezzare piatti rudimentali. In Un pranzo da re trovano posto preparazioni tradizionali (non mancano parecchi menù italiani) con associazioni curiose, come capita con “riso e fagioli” che Jim Harrison presenta così: “Sono cibi vigorosi. Lo capisci già entrando nei bar messicani o nei bar cubani che ci sono in Florida, oppure ascoltando il mio attuale gruppo rock preferito, i Los Lobos. Quella è musica da riso e fagioli. È l’incredibile musica di strada”. Quando ascolta Leonard Cohen, Robert Johnson o Aretha Franklin non tocca né pietanze né bevande, perché quelle emozioni vengono da una riserva speciale e meritano tutta l’attenzione possibile. D’altro canto “uno scrittore è il cartografo di un paese immaginario in cui, volente o nolente, vive e costruisce un paesaggio. La sua anima è una miniera in cui scava continuamente. La sua incontinenza mentale trabocca senza argini” e la joie de vivre che pervade Un pranzo da re è eccessiva, senza limiti e con regole tutte sue. Proprio per questo, Jim Harrison, nonostante tutto, è rimasto un outsider che ha saputo riconoscere “l’innaturalità dell’atto di scrivere, che non condividiamo con nessun’altra specie” perché “scrivere è sospetto quanto collezionare buchi di ciambelle o usare i cellulari”. Le iperboli sfumano nelle sequenze finali che raccontano il dolore e il prezzo da pagare per una vita di abbondanti libagioni e lì Un pranzo da re lascia affiorare la parte più intima e malinconica del carattere di Jim Harrison che riconosce come se sue parole siano “solo impacchi caldi per lenire una realtà inaccettabile” e che, un brindisi dopo l’altro, “il banale vino dell’illusione consiste nell’aggrapparsi saldamente a tutte le risonanze di ciò che vediamo nello specchio, dentro e fuori”. Gli sbalzi d’animo sono fisiologici nell’imperfetto stile di vita che pervade Un pranzo da re e Jim Harrison conclude raccontando che il suo umore “si raddrizzava sempre quando trovavo un tronco di quercia su cui sedermi per poi fissare intensamente il paesaggio. Se lo guardi sufficientemente a lungo entrerà nei tuoi sogni”. Ce lo immaginiamo ancora ad Arles, in un bistrot sulle rive del Rodano, ad aspettare la sua andouillette, con l’immancabile bottiglia di Bandol di Domaine Tempier, l’eterna sigaretta (i vizi non bastano mai) a ricordarci che “se Adamo ed Eva avessero mangiato il serpente invece della mela il mondo sarebbe un posto migliore”. Avrebbero dovuto cucinarlo con un bel prosecco a portata di mano, che è sempre utile: sfogliate Un pranzo da re e capirete perché.

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