giovedì 25 giugno 2026

Larry McMurtry

Per comprendere a fondo l’emblematica figura di Custer bisogna cominciare dalla constatazione che era un giocatore e che lo stile di vita coincideva con l’azzardo, senza distinzioni tra carte, cavalli o manovre militari. È un punto di partenza necessario perché l’agile e brillante ricostruzione biografica di Larry McMurtry ne osserva a distanza ravvicinata il lato umano e privato, al di là della prosopopea ufficiale, che resta molto ambigua. Tiene in considerazione il ruolo della moglie, soprattutto dopo la disfatta di Little Bighorn, e i ripetuti tentativi di riabilitare la memoria del marito.  Attraverso le pieghe del matrimonio, definisce il carattere arrembante e un po’ vacuo di Custer, per niente incline alla disciplina, al punto che per lui “gli ordini non significavano nulla”, e propenso a lasciarsi travolgere dalle contraddizioni. All’epoca dell’espansione verso la frontiera, con tutto il drammatico retaggio della guerra di secessione alle spalle, Custer diceva: “Invadendo le loro terre sacre, manderemo gli indiani su tutte le furie e apriremo loro la strada per una terribile vendetta. Il costo supererebbe di gran lunga qualsiasi beneficio scientifico o politico che si potrebbe ottenere anche nelle circostanze più favorevoli”. Una dichiarazione paradossale per un condottiero che “non voleva fastidi” e “voleva solo ingaggiare battaglia” e, inserito alla perfezione nella macchina bellica, era pronto a seguire la predazione sistematica delle terre e la distruzione delle culture native. Tre date distinguono il contesto. Il 29 novembre 1964 l’esercito a massacrò più di duecento indiani nei pressi del Sand Creek, una ferita rimasta aperta nei secoli. Il 21 dicembre 1866 Cavallo Pazzo imperversa contro le truppe del capitano Fetterman in un episodio poi riportato da Michael Punke in Il crinale e preludio a quello che succederà dieci anni dopo, il 25 giugno 1876, con la débâcle di Little Bighorn e la morte di Custer. Larry McMurtry, che ha il dono della sintesi e nello stesso tempo la capacità di una visione molto più ampia e articolata riesce a vedere e a collocare in quel preciso istante, una svolta epocale: “Se si analizza la battaglia del Little Bighorn da un punto di vista letterario invece che storico, viene da pensare che rappresenti il momento conclusivo del racconto della colonizzazione americana”. Custer è stato soltanto un piccolo tassello di una lunga e sanguinosa transizione: l’ultima vittoria indiana è anche l’inizio della fine e arrivati a quel punto  “in un certo senso, si può vedere l’intero continente, da Point Barrow al Golden Gate, come un unico grande furto di terra”, e su questo non c’è alcun dubbio, compresa l’estinzione forzata dei bisonti e le brutali circostanze delle corse all’oro. Le apparenze che smaschera Larry McMurtry sono diverse: la sconfitta di Custer diventa una leggenda, una nuova epopea americana, grazie alla crescente società dello spettacolo, impersonata nel West da Buffalo Bill. Le informazioni cominciavano a correre più veloci attraverso la fotograia, il telegrafo e la ferrovia e Little Bighorn venne trasformata, con un processo alchemico affascinante, in un attimo di gloria perenne. Non sarà né la prima né l’ultima volta. L’America non ne ha mai abbastanza: sventola le bandiere, celebra gli eroi e resta a guardare, ma soltanto Larry McMurtry è riuscito a cogliere lo spirito dei tempi: “Per tre secoli gli indiani avevano contato qualcosa e avuto un posto centrale nella storia americana. Poi sparirono. Fu davvero strano. Qualcosa era finito, ma né i bianchi né gli indiani sapevano che cosa. Su tutti cadde una specie di lutto, anche se nessuno sapeva bene cosa si stesse piangendo”. Fine della partita: la cavalleria non tornerà a casa, le tribù scompariranno e sui resti delle battaglie ormai passeggiano i turisti, ignari e vincitori su tutto.

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