giovedì 27 gennaio 2011

Kurt Vonnegut

Tutto ruota attorno a un bombardamento a tappeto visto da dentro, dall’interno di un mattatoio che è nello stesso tempo luogo e metafora, ventre malato e osservatorio privilegiato. L’obiettivo è Dresda, siamo negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, e della città non resterà nulla, a parte moncherini anneriti di edifici, brandelli di carne sulle strade e un’aria irrespirabile. Kurt Vonnegut, testimone involontario della tempesta di fuoco (e qui non in senso figurato: a causa delle turbolenze e degli spezzoni incendiari si sviluppò un vero e proprio vortice di fiamme che avvolse tutta la città) in quanto prigioniero di guerra, una volta sulla soglia del suo nascondiglio legge quell’apocalittica realtà con frasi di una precisione millimetrica: “Non fu prudente uscire dal rifugio fino a mezzogiorno dell’indomani. Quando gli americani e le loro guardie vennero fuori, il cielo era nero di fumo. Il sole era una capocchia di spillo. Dresda ormai era come la luna, nient’altro che minerali. I sassi scottavano. Nei dintorni erano tutti morti. Così va la vita”. Un romanzo dalla forza dirompente e di un capolavoro, qual è Mattatoio Numero Cinque non si può dire molto di più, se non che  il protagonista si chiama Billy Pilgrim ed è affetto da una curiosa patologia, ovvero ogni tanto scoppia in lacrime (forse perchè, tra l'altro, ha scoperto il segreto del tempo, e non so quanti vorrebbero saperlo). Kurt Vonnegut è uno scrittore che riesce a sintetizzare ironie, polemiche, storie e paesaggi con una verve visionaria, sapendo soprattutto che “non c’è alcun rapporto particolare tra i messaggi, se non che l’autore li ha scelti con cura in modo che, visti tutti insieme, producano un’immagine della vita che sia bella, sorprendente e profonda. Non c’è principio, parte di mezzo o fine, non c’è suspence, né morale, né cause ed effetti. Quella che amiamo nei nostri libri è la profondità di molti meravigliosi momenti visti tutti in una volta”. Attualissimo, ancora oggi, in modo straordinario, (basta rileggere le pagine che dedica al rapporto tra gli americani e la povertà) anche perché la storia si ricicla senza fantasia, le vite vengono travolte dalla guerra senza riuscire a capire come ci si è arrivati e perchè non finirà mai. Il coraggio e la bellezza in un narratore come Kurt Vonnegut stanno nel fatto che lui le grandi domande se le pone, magari con il sorriso sulle labbra e tra le righe, ma senza temere le polemiche o le critiche o entrambe. Senza fuggire in trame di circostanza e personaggi edulcorati, anche a costo di dire: “Ho fatto cattivo uso della fiction per diffondere le mie strampalate idee sugli Stati Uniti d'America, follie che sarebbero più consone  alla pagina degli editoriali di qualche giornaletto mal stampato dai fanatici delle france più estreme. Prima tra queste idee, quella che il morbo più diffuso tra i miei connazionali è la solitudine”. E’ vero, poi, come dice lo stesso Kurt Vonnegut che “nella vita ci sono più cose di quelle che si leggono nei libri”, ma i suoi romanzi sono una sorta di rimedio, un modo per sognare di versamente o per leggere più a fondo la realtà, senza aver paura di riderci sopra. 

mercoledì 26 gennaio 2011

Tom Kromer

Quando sei sulla strada ti serve “cervello e immaginazione” che funzionino in modo rapido e preciso perché un nuovo giorno non è mai garantito e dipende tutto dalle risposte alla fame e al freddo. Cercare un posto caldo dove dormire o un pasto appena appena decente, fuggire ai balordi e alle guardie, salire e scendere da un treno in corsa, camminare nella polvere e nel gelo, rannicchiarsi nel sonno malato tra gemiti e spazzatura: una vita da cui non c’è niente da aspettarsi è raccontata da Tom Kromer in modo plateale, caustico, diretto. Il tono della sua scrittura, le voci dei suoi personaggi non sono levigati da alcuna necessità letteraria: Vagabondi nella notte è una lunga e aspra ballata senza mediazioni, uno sguardo fisso sulla ferita aperta in una nazione travolta dalla crisi economica. Lo sguardo è disincantato, livido, duro, sempre punteggiato da uno schizzo di indignazione. Ecco l’inquadratura in attesa del pasto quotidiano: “Aspetto e, cristo, il tempo non passa mai. Me ne sto qui, in questa fila per la minestra. Davanti e dietro c’è un sacco di gente, centinaia di persone. Mi rannicchio nel mezzo della fila. Sono qui da due ore. E’ notte, e mancano ancora dieci minuti alla distribuzione della minestra. Il vento sibila da dietro l’angolo e mi taglia come un coltello. Sono qui solo da due ore. Alcuni di questi vagabondi sono qui da quattro. Dall’altra parte della strada, la gente si ferma sul marciapiede. Ci guarda. Siamo un bello spettacolo, per loro. Una fila la minestra lunga due isolati è qualcosa da non perdersi. Non sono in fila, quelli lì che si fermano sul marciapiede. Dev’essere comodo non avere nulla di cui preoccuparsi”. Il bianco e nero è quello delle fotografie di Walker Evans, l’accento stridulo è lo stesso delle tempeste di parole di Woody Guthrie, gli umani soggetti (da una parte e dall’altra della strada) sono sempre quelli dei reportage di James Agee: i volti scavati, gli abiti sdruciti, le scarpe sfondate, gli occhi che chiedono perché senza mai ottenere risposta. Qualcosa di feroce, invisibile e malefico nascosto nella crisi economica (allora come oggi, le differenze sono relative) ha spazzato le loro vite, lasciandoli nella miseria attoniti, disperati, abbandonati e, più di tutto, soli. A differenza di altri testimoni, per quanto validi, Tom Kromer è uno di loro, così dentro e vicino da poter cogliere i dettagli più crudeli: “E’ notte, e siamo in questa giungla. E’ la nostra casa per stanotte. La nostra casa è una discarica d’immondizia. Tutt’intorno ci sono mucchi di scatole di latta e di bottiglie rotte. Tra i mucchi, dei fuochi. Alla nostra destra, un uomo e una donna sono rannicchiati intorno al fuoco. Un bimbo piccolo rantola tra le braccia della donna: ha la difterite. Tossisce tanto che gli si illividisce il faccino. La donna è terrorizzata. Gli dà dei colpetti sulla schiena. Per un po’, quello torna a respirare, poi da capo smette. Non riesci a curare un bimbo malato di difterite a forza di colpetti sulla schiena”. E’ la pura e semplice verità.

Anne Michaels


Forse le immagini nelle prime pagine di In fuga nascondono qualche significato metaforico: un bambino emerge dal fango di un’antica città polacca, ma l’archeologia non c’entra niente. Il bambino si è nascosto nella terra per sfuggire alla furia della persecuzione nazista, che ha sterminato l’intera sua famiglia. C’è già tutto quello che bisogna sapere in questi primi passi: è come se fosse una seconda nascita, certo non una resurrezione, ma proprio un tentativo di venire al mondo di nuovo, ancora innocente. Il problema è che non si può dimenticare che “l’ombra del passato è formata da tutto quello che non è mai successo. Invisibile, squaglia il presente come la pioggia con il calcare. Una biografia di desiderio e della nostalgia. Ci guida come un campo magnetico, una forza che torce lo spirito”. Il bambino si chiama Jakob Beer e diventerà poeta e traduttore grazie all’assistenza di Athos Roussos, geologo e filosofo che lo condurrà con sé prima in Grecia e poi in Canada. E’ il “maestro migliore”, come scrive Anne Michaels, “quello che insegna la dedizione del cuore, e non della mente”. Il suo sforzo per educare il piccolo salvato dal fango e dall’odio nazista sarà quello di restituirgli l’amore per la vita, e nello stesso tempo di aiutarlo a non dimenticare perché “la memoria umana è codificata nelle correnti d’aria e in ciò che sedimenta sul fondo dei fiumi. I fiocchi di cenere attendono di essere raccolti, le vite di essere ricostruite”. Non è tutto qui, perché Jakob Beer lascerà tracce fortissime della sua esistenza e altri le seguiranno, cercando di non lasciarsi inghiottire dal “pozzo avvelenato” della storia, “l’istante graduale” che fornisce soltanto un lungo elenco di defunti, “il libro dei morti, tenuto dagli amministratori dei campi”. Costretto dall’esilio a ricostruire i suoi ricordi, a viverli all’infinito e a cantare “vecchie canzoni”, Jakob Beer vede in modo nitido, scolpita nelle frasi, l’abissale differenza tra storia e memoria e, quasi come un monito, si accorge che “non è il passato sconosciuto che siamo condannati a ripetere, ma quello che conosciamo. Ogni evento registrato è un mattone di potenziale, di precedente, scagliato contro il futuro. Alla fine l’idea colpisce qualcuno alla nuca”. La memoria, dunque, “sono i Memorbucher, i nomi di quelli che bisogna piangere, letti a voce alta nella sinagoga”, l’unico modo per restare uniti, almeno nel suono di parole condivise. La fuga di Jakob Beer non ha fine, anche perché “il tempo è una guida cieca” ma la storia, la sua storia, va vista, ovvero letta per intero: Ann Michaels ha il privilegio di una scrittura florida e insieme misuratissima e lirica, che non lascia dubbi sul suo talento e sulle sue intenzioni. Un modo di narrare che costringe, con grazia, a riflettere, a cogliere tra le righe qualcosa in più di un bel romanzo: In fuga appartiene infatti a quella terra incognita dove poesia e testimonianza riescono a colmare il silenzio di chi potrebbe ancora perdonare, ma non può più parlare.

martedì 25 gennaio 2011

Donna Gaines

Nel marzo del 1987, il New Jersey e l’intera America furono scosse dalla notizia del suicidio collettivo di quattro ragazzi di neanche vent’anni. Donna Gaines, rock’n’roller e sociologa, decise di andare sul luogo, una minuscola e arida smalltown, Bergenfield, per scoprire cosa c’era dietro quel desiderio che “porta alla terra di non ritorno”. Una scelta coraggiosa perché “le ragioni, le scuse, i silenzi coprono le delusioni. I sogni umani. Quello che la gente sperava di raggiungere, i loro desideri”. Quando è sul territorio, uno di quei posti di provincia che devono avere ispirato Paul Westerberg quando scrisse “anywhere is better than here”, Donna Gaines si accorge che non ha alcun strumento per confrontarsi con i genitori, o più in generale con gli adulti, fin troppo assorti nei loro problemi e poi incapaci, in modo palese, di affrontare la tragedia. Con i coetanei dei suicidi, non è molto differente: apatia e indifferenza sono due pareti dello stesso muro, la loro “terra desolata” coincide con quattro isolati delimitati dalle scuole e dalla ferrovia e il salto mortale dall’anonimato ai notiziari nazionali ha trasformato il dolore in rabbia. A volte svelata in risposte violente contro chiunque provi a superare invisibili linee di demarcazione; più spesso tradotta in minacciosi silenzi. Donna Gaines, forte delle esperienze vissute “nella strada” si avvicina con circospezione perché sa che non c’è modo di osservare asettico e scientifico e il dramma, più che sociologico e psicologico, è umano, troppo umano. Lei ha una piccola, grande chiave in più per poter aprirsi un varco e cercare di comprendere, se non proprio di condividere, il disagio di un’intera generazione. Il confronto con gli adolescenti, molti sopravvissuti a diversi tentati suicidi, diventa serrato, costante, aperto e utile perché parlando di musica (heavy metal, soprattutto), si lasciando andare a raccontare anche dell’inevitabile dramma del crescere e del trovarsi contro gli adulti, scoprendo le reali distanze tra sogni e delusioni, desideri e fallimenti. Ne esce un reportage vivido, che non fa sconti ed è capace di dare un nuova prospettiva (“Ecco cosa significa realmente cultura: redefinizione del passato nel presente”) nell’affrontare l’età, il tempo e un’America grigia e ammutolita che non sa parlare ai propri figli: “Da qualche tempo, i ragazzi trovano da soli le risposte e a modo loro interpretano le fratture dell’ordine sociale. Nonostante il degrado dei media e le disgrazie degli adolescenti, molti ragazzi americani hanno capito come sopravvivere. Hanno ricevuto meno delle generazioni precedenti, ma sono più forti e coraggiosi. Per questo meritano il nostro rispetto: se lo sono guadagnato giorno per giorno. Stiamo attraversando un periodo di declino ed è più difficile voler bene, essere forti, avere un’etica, tener fede agli ideali e restare a galla quando le cose vanno male”. Un libro forte e importante, per il suo coraggio e per la bellezza che riesce a scovare nelle pieghe della tragedia.