martedì 29 gennaio 2019

Allen Ginsberg

La domanda era: “Se la verità fosse esplosa?”, e la risposta andarono a cercarla, più che nel vento, tra le note di Charlie Parker, Thelonious Monk, Dexter Gordon, Dizzy Gillespie, Lester Young, Lester Young, Wardell Gray, Lennie Tristano, Ornette Coleman e  Don Cherry che risuonavano nella notte. Questo è l’inizio di una “nuova visione”, emanata dalla purissima invenzione americana del jazz, quella “luce senza stelle”, come la definiva Gregory Corso, che spinse un manipolo di vagabondi a definire “l’opposizione alla civiltà delle macchine militari-industriali”, che non è mai abbastanza. Prima di arrivare a coltivare utopie profetiche e sacrosante, erano “sulla strada” e, come ricorda Allen Ginsberg, “stavamo facendo autostop e dovevamo ammazzare il tempo, quindi componevamo frasi per stupirci a vicenda”. Improvvisando, proprio come gli ammiratissimi jazzisti, capirono che “dimenticare il mondo e divertirsi con le parole” li portava lontano e, di sicuro, regalava “una certa dose di libertà”. Le Lezioni sulla Beat Generation di Allen Ginsberg cominciano proprio dalla sua definizione, ricordando il ruolo di Herbert Huncke nelle fasi embrionali (“Si può dire che Herbert Huncke sia stato il primo fautore della nozione di Beat Generation o della nozione dell’ethos del Beat e dei concetti di Beat e schiettezza”) e arrivando a delimitarne i confini, sulla coda dello sviluppo della discussione tra John Clellon Holmes e Jack Kerouac: “La Beat Generation è innanzitutto un movimento spirituale e quindi quello che ho raccolto sono campioni di risvegli spirituali, di esperienze rivelatrici, esperienze di illuminazioni, alterazioni della coscienza o intuizioni psichedeliche articolate da persone che c’erano fin dall’inizio come parte del gruppo originale”. Questi i presupposti, poi ampliati, un capitolo dopo l’altro, attraverso l’analisi e il dialogo con i protagonisti: Kerouac (“Era più uno scrittore che una persona. Il suo argomento era l’America e la promessa dell’America. L’America come poesia”), Burroughs (con la sua predisposizione a “esplorare le idee fino all’estremo”), Corso, Neal Cassady, e naturalmente lo stesso Ginsberg, trovano un posto di riguardo come “esseri umani che si confrontano l’un l’altro, a cuore totalmente aperto”. In apparenza, le lezioni sono tortuose, ma seguono un modello ben preciso: Allen Ginsberg è un divulgatore assiduo e innamorato, molto attento alle forme, ma anche alle biografie e persino a singolari aneddoti, ci cui è farcita la storia della Beat Generation. Episodi ben noti e ribaditi più volte e momenti più oscuri, sono collocati uno accanto all’altro e collezionati con cura, sempre a testimonianza del fatto che “chiunque fosse coinvolto letterariamente (nella Beat Generation) ha provato qualche tipo di rottura con l’ordinaria natura della coscienza e ha sperimentato, ha assaggiato una coscienza più espansa o una sorta di satori. C’è sempre stato, come elemento centrale d’indagine, quello della natura stessa della coscienza e di quelle che si potrebbero chiamare visioni o esperienze visionarie”. D’altra parte, le digressioni letterarie sono brillanti, puntigliose, molto attraenti, costantemente volte a ribadire “la letteratura come un nobile mezzo di indagine delle nostre menti”. Ginsberg procede illustrando le influenze e le letture: le più frequenti che si notano sono Thomas Wolfe (da non confondere con Tom Wolfe, come avrebbe puntualizzato la Pivano), Melville, Kafka, William Carlos Williams ed Edgard Allan Poe per non dire il richiamo continuo all’Idiota di Dostoevskij e a Il tramonto dell’occidente di Oswald Spengler. Quelle di Allen Ginsberg sono lezioni sui generis, certo né didattiche né accademiche. Il suo è un flusso continuo che riunisce ricordi e interpretazioni in un approccio che è, in sostanza, una testimonianza diretta. È un insegnante molto efficace perché genera entusiasmo, passione, interesse, procedendo senza schemi. Non poteva essere diversamente dato che “l’intera questione era raggiungere una relazione originale con la mente, la compassione e l’empatia, raggiungere una consapevolezza immediata piuttosto che farlo perché viene detto qui in un libro o nella società. Metà delle regole della società sono in ogni caso regole di guerra, prive di compassione”. Le uniche istruzioni sono contenute nell’appendice di Dottrina e tecnica della prosa moderna ovvero il decalogo che compone il metodo di scrittura di Jack Kerouac, e per estensione l’intero suo pensiero, ben riassunto dal comma che dice: “Componi in modo selvaggio, indisciplinato, puro, procedendo dal basso, più è folle meglio è”. Ginsberg non solo gli è molto vicino (“Se siete solidi, non dovete rispettare le regole di nessuno, non dovete neanche produrre senso, non dovete nemmeno scrivere una storia”), ma è come se, nelle Lezioni sulla Beat Generation, si fosse fatto carico di enunciare il valore di flusso che non si è mai fermato. Le convergenze sono lampanti. Dove Kerouac diceva che “perfino nel momento di maggiore piacere o soddisfazione, c’è un preciso centro vuoto di cui ci si accorge, che lo induce a pensare che il mondo fosse troppo carico di sofferenza perché qualcuno abbia avuto il tempo sufficiente per comprendere la difficoltà di fondo e l’insoddisfazione dell’esistenza”, Ginsberg ribadisce, nell’assemblare la sua versione della Beat Generation, che “tutto è poesia nel senso che lo abbiamo immaginato, lo abbiamo compreso e lo abbiamo fatto”. Tutto quello che c’è da sapere è qui dentro oppure in un cielo stellato, nella suite di un sassofono impazzito o nel sogno di una strada aperta, e di un mondo senza armi, e senza frontiere.

lunedì 28 gennaio 2019

Gregory Corso

Selezionate dallo stesso Gregory Corso le liriche raccolte in questa voluminosa antologia rappresentano, come meglio non si potrebbe, l’essenza della sua poesia che, senza alcun dubbio di sorta, coincide anche con la sua stralunata esistenza. Un risvolto autobiografico arriva nelle battute finali di Mindfield, quando il Poeta che parla a se stesso nello specchio si trova a fare un punto della situazione che recita così: “Salve, sono io. È diventata patentemente assurda questa caccia a me stesso, credendo che quando sarei stato stanato, avrei trovato non solo me ma tutto uno suolo, me passati, me futuri, l’intero armamentario, e tutti gli anni, dov’è che sono arrivato, in questo punto del tempo, questo non è lo stesso stesso specchio in cui mi sono contemplato anni fa. È lo specchio che cambia, non il povero Gregory”. Il percorso per arrivare lì in fondo è fatto di montagne russe che s’impennano e poi precipitano repentinamente, senza precauzioni, dato che l’unico segnale all’ingresso di Mindfield dice che è “inutile imbrattare il mondo con: pericolo, divieto d’accesso, teschio, è pericoloso sporgersi. La mia proprietà è il dolore! Qui non c’è ringhiera, non c’è avviso”. Il suo cut-up “naturale”, fatto di “trasformazione ed evasione” ha spinto Allen Gisnberg a sostenere che “Gregory Corso pensava, diciamo, per dissonanze”. La definizione è estrapolata da un’analisi molto più considerevole di un’estetica che “consisteva nella contraddizione, nel disaccordo delle idee e anche della musicalità, del suono del verso”. Secondo Ginsberg, Corso “era interessato a prendere gli effettivi elementi dei suoi pensieri, come il chiaro di luna, le prugne, le autopompe, il Natale, il padre, la madre, i piselli e poi capovolgerli perché si contraddicessero. E attraverso questi disaccordi, o autocontraddizioni, creare una divertente sorta di armonia o bellezza”. Concetti ribaditi anche nell’accorata prefazione di Mindfield che si conclude così: “Corso è un poeta dei poeti, il suo verso puro velluto, prossimo a John Keats per il nostro tempo, squisitamente addentro ai modi della musa. È stato e sarà sempre un poeta caro a molti, risvegliatore di giovani, indovinello e piacere per i più anziani e sofisticati bibliofili, immortale per quanto si può essere immortali, capitan poesia che incarna la rivoluzione dello spirito, la sua poesia come l’opposto dell’ipocrisia”. Non finisce qui perché gli appunti per un’altra presentazione, quella di William Burroughs, confermano che “Gregory Corso è un poeta. Ha la rara missione di un puro talento lirico. E non ha mai dubitato di questa missione”. Superati i tributi, gli omaggi, i riconoscimenti tutti giusti e dovuti e finalmente arrivati al poeta si capisce fin dalla dedica che il diluvio di Mindfield è destinato ai “conservatori di tutte le cose belle”, anche perché qui c’è il vero Gregory Corso, la sua voce, il suo ritmo, la sua musica, non l’immagine irruente, deviante, caotica che si portava dietro ai quattro angoli del mondo. Ed è una voce forte, senza esitazione, capace di omaggiare Charlie Parker (“Bird era più andato del suono, ruppe la barriera con un trillo del sassofono, Bird era più su della luna”) e Miles Davis e di fiutare nell’aria l’imminente apocalisse, ma anche di sentirsi parte di quei poeti battuti e beati, portatori sani di un’idea di America in lui e i suoi amici si ritrovarono “sradicati”, essendo diventati a loro volta delle “radici”, o meglio ancora, dei Semi in viaggio. Il confronto è continuo, serrato degno dell’esuberanza linguistica di Gregory Corso, un poeta che, evidentemente, conteneva moltitudini, come lui stesso ha ammesso ricordando anche “quelli, quelli senza nome, quelli che mi hanno messo al tappeto, ma io mi sono rialzato, io mi rialzo sempre, e giuro che quando andavo al tappeto, piuttosto spesso me ne sono stato; nulla muove una montagna, tranne se stessa. Quelli, è da molto che li chiamo me”. Se non bastassero le poesie (comprese porzioni di Benzina) e nell’insieme la dimostrazione di Elegiaci sentimenti americani nel “campo mentale” fioriscono anche i disegni, gli schizzi e una cronologia curata dallo stesso Gregory Corso, una serie di dettagli che lo rendono, così, una mappa ancora più fedele alla sua arte e alla sua vita. Nel bel mezzo c’è anche la Bomba, naturalmente, e un ultimo, puntuale ricordo di William Burroughs: “Il rozzo contestatore inglese che buttò una scarpa contro Gregory mentre leggeva Bomba non capirà mai la poesia e i poeti, poiché la realtà poetica non ha niente a che fare con la realtà politica o sociale. Gregory dispone di un altro raro dono. Ha una voce. Quando si pensa a Gregory, si sente la sua voce. Questo non è sempre un fatto positivo ma a Gregory giova, perché la sua è una buona voce. La voce di Gregory echeggia attraverso un precario futuro. La si sentirà finché ci sarà qualcuno in ascolto”. Il messaggio è sempre “on air”: esteso, multiforme, scoppiettante, e necessario.

giovedì 24 gennaio 2019

Wendell Berry

La filosofia di Wendell Berry è chiara, molto pragmatica, e per niente ideologica. C’è un mondo solo ed è destino viverci dentro, insieme, come un’unità, e “se vogliamo salvare la terra dobbiamo salvare le persone che appartengono alla terra. Se vogliamo salvare le persone dobbiamo salvare la terra a cui appartengono le persone”. Un’equazione ecologica ed economica che viene articolata attraverso i recenti saggi (dal 2010 al 2013) di L’unico mondo che abbiamo, nitide testimonianze della sua  distanza dai modelli di riferimento prevalenti. L’avversione di Wendell Berry per la meccanicità del pensiero è ribadita a lungo perché la frattura parte proprio da lì, dalla rimozione di alcune parole sostanziali (solidarietà, su tutte) e dalla ripetizione di leitmotiv frustranti e intoccabili. Wendell Berry è molto preciso nel sottolineare come la riduzione e la semplificazione del linguaggio sottintendono “un dissidio formale tra economia umana ed economia della natura, o tra economia ed ecologia”, al punto che “l’ipotesi dominante sembra essere che un’economia fiorente possa essere sostenuta solo dall’abuso: quello della terra e delle persone che la lavorano”. È da questa deformazione che discendono tutte le crepe insanabili nella connessione con la terra: come scriveva in Soluzioni agricole a problemi agricoli, ancora nel 1978, “è possibile che il cambiamento più drammatico e distruttivo dell’epoca moderna, in ultima analisi, sia stato un cambiamento di linguaggio: l’ascesa dell’immagine e della metafora della macchina”. Il processo di industrializzazione (comprese, non ultime, le sue propaggini belliche) obbliga “a sostituire la scienza alla cittadinanza, al senso di appartenenza alla comunità e alla buona gestione della terra”, ma “il vero problema è la politicizzazione della vita personale o privata”. È lì che “le certezze morali troppo semplificate, che richiedono sempre ostilità e sono sempre potenzialmente violente, ci isolano dalla clemenza, dalla pietà, dalla pace e dall’amore, per lasciarci soli e afflitti nella nostra miseria”. Mosso da una sincera preoccupazione per lo stato della terra (e dell’America in particolare), Wendell Berry denuncia senza paura, rilevando quanto siano pericolose e quanto costino, le idiosincrasie e la costruzione quotidiana dei luoghi comuni, ricordando che “quando la gente inizia a sostituire le storie della memoria locale con le storie degli schermi televisivi, un’altra parte essenziale della vita viene perduta. Io ho ancora memoria delle storie della mia piccola comunità rurale. Narrando e rinarrando queste storie, le persone raccontavano a loro stesse chi erano, dov’erano e che cosa avevano fatto. E così, nella conversazione ordinaria, mantenevano viva la loro stessa memoria”. Le sue valutazioni partono proprio dall’osservazione sul campo e dalle interazioni dell’uomo con la natura e consolidano l’urgenza di tornare a un senso di appartenenza alla terra, il valore in sé di “un’autentica, antica, necessità umana di possedere e di appartenere a un pezzo di terra, per quanto piccolo o povero, con cui e per il quale vivere e di cui prendersi cura, un luogo in grado di offrire sostegno per sé e le proprie famiglie e, se necessario, ai propri vicini”. La collocazione di quel “paesaggio economico” parte dall’unità di misura che Wendell Berry definisce “occhi-per-acro”, cioè una dimensione la cui visibilità è parallela alla vivibilità e in cui “camminare” non è soltanto il mezzo di locomozione preferito (insieme ai cavalli) ma la pratica iniziale di una vocazione: “Dobbiamo pensare di nuovo a cose come reverenza, umiltà, affetto, familiarità, vicinato, cooperazione, frugalità, appropriatezza e fedeltà locale: ci riporteranno al meglio del nostro patrimonio. Ci riporteranno a casa”. Ed è naturale che nel suo afflato si manifesti la speranza di “una popolazione di custodi della terra connessa ai nostri paesaggi economici di legami di piacere, d’economia, di affetto e di lunga memoria, in possesso dei mezzi culturali e dei giusti imperativi per esercitare una buona cura”. Nella percezione di Wendell Berry, nell’unico mondo che abbiamo “un ecosistema, la rete di relazioni attraverso la quale un luogo e le sue creature si sostengono reciprocamente in vita è, in ultima analisi, misterioso come la vita stessa” e “ogni volta che compiamo una scelta decidiamo per il nostro futuro, e ogni scelta fatta ci coinvolge nel mistero e in una sorta di tragedia”. Gli esempi, partendo dalla realtà del Kentucky, uno stato devastato dallo sfruttamento minerario e dalle colture intensive, sono all’ordine del giorno e Wendell Berry pone l’accento sui costi pagati dalla terra e dagli uomini che l’abitano. Al contrario, se esiste un modo per salvare L’unico mondo che abbiamo è che “tutti i nostri usi del mondo naturale dovranno essere governati dalla volontà di imparare a conoscere la natura di ogni luogo, e di sottoporre lo sfruttamento di ogni luogo ai limiti e alle esigenze della natura”. Detto con maggior convinzione, “le possibilità di un reale miglioramento della nostra vita economica, ossia del nostro modo di vivere per mezzo della terra, giace non solo nello stabilizzare l’occupazione del nostro paese sulle basi di un intelligente attaccamento ai suoi luoghi, ma anche nella comprensione del valore economico di beni intangibili come conoscenza, memoria, familiarità, immaginazione, affetto, comprensione, vicinanza e così via”. Wendell Berry non si limita alla denuncia (doverosa): il suo senso pratico è troppo pronunciato per non sapere che comunque “la responsabilità di un’economia migliore, e di una vita migliore, appartiene a noi come individui e alle nostre comunità”. Sì, il messaggio è semplice: è L’unico mondo che abbiamo, sarebbe meglio considerarlo per quello che è.

martedì 22 gennaio 2019

John Sinclair

Un “guerrigliero della poesia”, il deus ex machina degli MC5, il critico musicale capace di spendere pagine e pagine per Sun Ra (nonché di svenarsi per farlo suonare), l’attivista senza sosta a cui John Lennon ha dedicato una canzone, l’uomo libero capace di sogni di splendide svolte, suoni e visioni, l’ultimo beatnik: John Sinclair è stato ed è ancora tutto ciò e Va tutto bene. It's All Good è un ritratto che nonostante le ridotte misure del volume (neanche trecento pagine in formato tascabile) e la sua composita natura (ma già all’inizio viene spiegato che “va gustato e metabolizzato come un programma radiofonico”, ed è un’indicazione tutt’altro che superflua) offre una percezione piuttosto chiara del personaggio e soprattutto delle sue idee che, ormai una rarità, sono rimaste coerenti e cristalline nel tempo. In effetti, si tratta di una variopinta antologia degli scritti, dei discorsi, delle idee nonché delle passioni di John Sinclair che rivelano una trama comune e fondante, poi resa esplicita dalla quella rivendicazione, inequivocabile che recita così: “Abbiamo diritto ai nostri vizi & non sono fatti vostri, quello che facciamo”.  A partire dagli MC5, che, come dichiara nell’intervista compresa nell’introduzione a cura di Matteo Guarnaccia, nascono come entità politica piuttosto che come rock’n’roll band: “Con gli MC5 volevamo sovvertire il governo degli Stati Uniti, né più né meno, non certo ottenere un contratto discografico”. Agli MC5 è dedicato un corposo capitolo centrale, non senza qualche appunto polemico (“Trent’anni sono un periodo lungo per chiunque, soprattutto per vita impantanate in frustrazione, povertà e disperazione. Ma ogni tanto capita un piccolo miracolo, e di colpo tutto torna sulla rotta giusta e il futuro si apre su una nota nuova di zecca, e chi è riuscito a sopravvivere si ritrova al centro del palco, dove merita di stare”), ma John Sinclair si spende con altrettanta devozione per Jack Kerouac, Thelonious Monk, Iggy Pop, New Orleans o John Coltrane. A volte si tratta di saggi oppure recensioni o note di copertina di qualche disco o ancora trascrizioni di discorsi e incisioni, ma poi è la poesia, almeno nella forma più beat e beata a rappresentare il suo spirito libero e allora Va tutto bene. It’s All Good serve “per continuare a tenere su la testa & saldo il cuore, per proseguire i miei viaggi & continuare la lotta, per ancora un nuovo anno, portare le mie piccole poesie & un forte e intenso sguardo sul mondo in ogni luogo in cui la gente vorrà ospitarmi”. Tra un poesia e l’altra (compresa una piccola e perfetta autobiografia in versi, Capita tutto a me), un discorso contro le guerre e a favore dell'immaginazione (“La verità è che possiamo muoverci fino a dove ci porterà la nostra immaginazione”) John Sinclair trova anche il modo di raccontare la sua (e nostra) America perché “è stata la cultura di strada a far grande l’America, e quando la vita rimane sulle strade, là ci sarà sempre grande musica, grande poesia, grande pittura, grande arte d’ogni genere, a riflettere e restituire alla gente di strada energia e vivacità”. Un grande sognatore.