venerdì 28 ottobre 2011

Richard Ford

E’ sempre una sorpresa scoprire come Richard Ford rispetti e conforti i suoi personaggi. Prima di trovare la redenzione nella storia, sono sicuri di avere la compassione del loro autore. Anche nella tormentata vicenda di Incendi, Richard Ford trova una forma di attenuazione del dolore e della confusione dei protagonisti sembrano tirare “le cose per aria per vedere come sarebbero atterrate”: una fragile triangolazione di adulti in un turbine di attrazione e distrazione vista dagli occhi di un adolescente che fatica a comprenderne le evoluzioni. Joe, questo il nome del ragazzo, assiste un po’ incredulo e un po’ stupito all’incapacità della madre, del padre e del terzo incomodo, l’ingombrante Warren Miller di resistere alla forza della wildlife e della natura stessa dei legami e delle relazioni che s’incrociano nel campo magnetico creato dall’attrazione e dalla tentazione. Lo scenario, con gli incendi che devastano aria e terra attorno a Great Falls è perfetto: oltre ai roghi è lo stesso nome della smalltown di Incendi a suggerire un equilibrio precario, instabile e prossimo a franare in modo devastante perché, come fa notare la madre di Joe, “il senso della vita non sta in quello che hai o in quello che riesci a ottenere, tesoro. Sta in quello a cui sei disposto a rinunciare. E’ un modo di dire vecchio, lo so. Ma è sempre valido. Bisogna avere qualcosa cui rinunciare”. La trappola scatta quando il padre perde il lavoro e se ne va per combattere le fiamme sulle montagne, lasciando Joe e la madre in città. Nella sua partenza si nascondon la scintilla e un segnale premonitore, abbastanza chiaro da far direa Joe: “Eravamo degli estranei. Se le cose andavamo male e ci si rivoltavano contro, come in quel momento, dovevamo cavarcela da soli”. Con il mondo che brucia intorno e la percezione che “l’amore era una cosa che andava avanti per sempre, anche se qualche volta sembrava ritirarsi senza lasciare alcuna traccia”, Joe e la madre s’imbattono in Warren Miller, le cui apparenze sembrano solide a sufficienza da renderlo affascinante. E’ proprietario di tre silos, che in Montana vorrà pur dire qualcosa, e si muove con una destrezza che Joe non ha mai visto in suo padre. L’incontro con la madre, di cui è testimone, è foriero di guai perché “la gente viene attratta da cose da cui sarebbe meglio non si facesse attrarre” e gli incendi si propagano per vie sotterranee, trasformando l’estate di Great Falls in una frontiera dei sentimenti, in cui tutti e quattro i protagonisti di Incendi sono messi alla prova. Salman Rushdie scrive che Richard Ford osserva l’uomo “con profonda comprensione e insieme con un distacco quasi clinico”. I suoi personaggi possono conoscere le parole “senza riuscire a metterle in relazione con la vita” e inseguire in modo spasmodico “la felicità. La tristezza. Tutta quella roba lì” con la vacua coscienza di una fiamma ballerina, pericolosa e contagiosa e comunque Richard Ford gli trova un posto dove “spianare le difficoltà”. Quasi con affetto, neanche fossero veri. 

2 commenti:

  1. bellissima questa recensione. Ho letto Incendi alla sua uscira, oltre 20 anni fa, ma ne conservo un ricordo vivissimo. In particolare dello sguardo partecipe che l'autore riserva ai suoi personaggi.

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