La vita non scorre tranquilla lungo il fiume, di sicuro non per i personaggi delle short stories di Colum McCann, che sono popolati da un’umanità danneggiata, dolente, malinconica eppure resistente e caparbia in dozzine di modi diversi. Devono trovare tutti un posto dove stare, sospesi tra l’Irlanda e l’America, arrampicandosi su una linea di galleggiamento o, il più delle volte, cercando una ragione per affrontare una nuova giornata come succede nell’elaborato risveglio californiano di Colazione per Enrique, dove il protagonista è atteso per pulire il pesce, con la puzza che gli resta addosso per l’intera settimana. Gente che sopravvive grazie a lavori umili e faticosi: coltivare i campi, servire ai tavoli, pulire i corridoi in un manicomio, seguire gli orfani, convivere con i ragazzi in riformatorio. Le istituzioni sono opprimenti, le vie d’uscita sono improbabili ed è così Nel campo, che si sviluppa attorno alla condanna per omicidio di Harris, come in La bambina rubata dove Padraic (un nome che tornerà in Lungo il terrapieno) assiste al matrimonio tra un’ospite cieca e un veterano invalido. Lei si chiama Dana e attorno al nome Padraic illustra tutta un background mitologico celtico, che affiora spesso, come un riflesso che gli emigranti non riescono a scrollarsi di dosso. Le radici, le tradizioni e il passato rivivono in forma di ritornelli, di motti, di semplici ricordi, come quelli che costituiscono Potendo dire la tua, un toccante monologo al femminile, o che, un pezzo alla volta, definiscono A pesca sul fiume nero pece, dove sono protagoniste ancora le donne che “andavano a pescare i figli nel fiume nero pece che attraversava la cittadina della contea di Westmeath, mentre i padri giocavano a calcio senza i figli, in un campo a circa un chilometro di distanza”. Nell’incipit c’è già tutto il racconto, ma Colum McCann dissemina le sue trame di simbologie e piccoli artifizi che le rendono fitte e dense. A volte si tratta dell’identità stessa dei caratteri, da Osobe, arrivato da Hiroshima in Un cesto di carta da parati, a Brigid a cui, in Sorelle, tocca in sorte “una spettacolare anoressia”. Altri indizi da indagare sono la boxe in E via che andiamo allegri, perché bisogna riconoscere a Colum McCann che non ha mai avuto esitazioni ad affrontare i conflitti in tutte le loro dimensioni, anche nella metafora sportiva e l’hobby di colorare i quarti di dollaro in Una fra tante, con il titolo che rivela, senza dirlo, il segreto che nasconde Laura, la pittrice delle monete. Poi si tratta solo di seguire Fergus in carrozzella Lungo il terrapieno o la tragica soluzione che aspetta Ofelia, che “si mangia le unghie come se stesse morendo di fame”. Prima di arrivare nel manicomio di Fuori e dentro, viveva in un vagone ferroviario, ed era felice, come non lo sarà mai più. Colum McCann, attraverso il suo narratore, ammette che “non so se uno possa riuscire a dire che cosa accade quando cerca di volare in mezzo alle stelle. Ma dev’essere un viaggio maledettamente bello”. Stare in mezzo al guado, figurato o reale che sia, spesso largo quanto l’Atlantico, è l’elemento distintivo dei canovacci collezionati in Di altre rive. La migliore definizione arriva con Il lago di Cathal, dove la laboriosa liberazione di un cigno immerso nel fango è associata a un lancinante elenco delle vittime dei Troubles. Il fiume scorre indifferente, nel vento echeggiano brandelli di canzoni, il tempo non cambia mai, e resta sospeso tra qui e là.

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