domenica 30 ottobre 2011

Alice Munro

Le short stories di Nemico, amico, amante… si incastrano l’una dell’altra in modo impressionante: uomini e donne (soprattutto donne) che affrontano i casi della vita (e della morte, ospite non raro nei racconti di Alice Munro) aggrappandosi a una dignità laboriosa, faticosa e comunque limitata. I limiti sono umani, non delle parole: l’imprevisto, la trasformazione, il movimento senza viaggio, le variazioni hanno un senso quasi musicale. La forma del racconto è espansa all’estremo e se ogni storia ha le potenzialità per diventare un romanzo, si risolve in una lunga ballata che sfuma dentro quella successiva. Nell’incipit di Nemico, amico, amante… c’è già un richiamo a Mobili di famiglia (un altro incipit memorabile) e una riflessione della protagonista che è il primo di una serie di cerchi che si propagano fino alla conclusione di The Bear Come Over The Mountain: “Incominciava a pensare a una possibile rinascita. Ecco il cambiamento di cui ho bisogno. Se l’era detto altre volte, e di sicuro prima o poi la previsione si sarebbe avverata. Inverni miti, profumo di foreste sempreverdi, mele mature. Il necessario per mettere su casa”. Le sue voci (femminili) si nutrono tanto di quest’assidua volontà di metamoforsi quanto di “un susseguirsi di ondate di intensa memoria” per ridefinire le proprie vite, per fare ordine tra desiderio e le sue conseguenze. In un certo senso è la protagonista di Post And Beam a mettere in chiaro quali sono i margini delle storie di Alice Munro, quando si rende conto che “la cosa più sensata era che l’impegno da rispettare nel continuare a vivere come era sempre vissuta. Il patteggiamento era già in atto. Accettare l’accaduto ed essere onesta rispetto a ciò che poteva capitare”. La scrittura di Alice Munro, per sua stessa ammissione, celata tra le righe di Nemico, amico, amante… è “più simile a una mano che acciuffi qualcosa nell’aria che alla costruzione di storie” e il tono è quello di storie raccontate a salvaguardia di esistenze che vivono di emozioni anche se “la vita non dura abbastanza” per comprenderne fino in fondo la trama, lo svolgimento, la sua stessa essenza. Lo sforzo di Alice Munro si concentra lì, dove la consapevolezza degli errori, “la conoscenza di quello spazio chiuso, centrale, vuoto e senza calore” ha bisogno della finzione e di tutte quelle risorse si nascondono nel silenzio perché come si legge in The Bear Come Over The Mountain: “con certe cose non si poteva mai dire”. Tra quelle “cose” c’è una piccola, rischiosa variante che si chiama amore e su cui, già dal titolo, si giocano i principali cambi di registro di Alice Munro che è capace di indagare con rara profondità quel tempo in cui, come diceva Joni Mitchell, “le cose selvagge corrono veloci”. Arrivando a scoprire negli umori e nella sensazioni dei suoi personaggi che “non è detto che la gente qui dentro sia onesta per forza”. La precisazione non dovuta, eppure offerta con naturalezza da una grande narratrice, è qualcosa in più che rende i racconti di Nemico, amico, amante… pregevoli e illuminanti. 

venerdì 28 ottobre 2011

Richard Ford

E’ sempre una sorpresa scoprire come Richard Ford rispetti e conforti i suoi personaggi. Prima di trovare la redenzione nella storia, sono sicuri di avere la compassione del loro autore. Anche nella tormentata vicenda di Incendi, Richard Ford trova una forma di attenuazione del dolore e della confusione dei protagonisti sembrano tirare “le cose per aria per vedere come sarebbero atterrate”: una fragile triangolazione di adulti in un turbine di attrazione e distrazione vista dagli occhi di un adolescente che fatica a comprenderne le evoluzioni. Joe, questo il nome del ragazzo, assiste un po’ incredulo e un po’ stupito all’incapacità della madre, del padre e del terzo incomodo, l’ingombrante Warren Miller di resistere alla forza della wildlife e della natura stessa dei legami e delle relazioni che s’incrociano nel campo magnetico creato dall’attrazione e dalla tentazione. Lo scenario, con gli incendi che devastano aria e terra attorno a Great Falls è perfetto: oltre ai roghi è lo stesso nome della smalltown di Incendi a suggerire un equilibrio precario, instabile e prossimo a franare in modo devastante perché, come fa notare la madre di Joe, “il senso della vita non sta in quello che hai o in quello che riesci a ottenere, tesoro. Sta in quello a cui sei disposto a rinunciare. E’ un modo di dire vecchio, lo so. Ma è sempre valido. Bisogna avere qualcosa cui rinunciare”. La trappola scatta quando il padre perde il lavoro e se ne va per combattere le fiamme sulle montagne, lasciando Joe e la madre in città. Nella sua partenza si nascondon la scintilla e un segnale premonitore, abbastanza chiaro da far direa Joe: “Eravamo degli estranei. Se le cose andavamo male e ci si rivoltavano contro, come in quel momento, dovevamo cavarcela da soli”. Con il mondo che brucia intorno e la percezione che “l’amore era una cosa che andava avanti per sempre, anche se qualche volta sembrava ritirarsi senza lasciare alcuna traccia”, Joe e la madre s’imbattono in Warren Miller, le cui apparenze sembrano solide a sufficienza da renderlo affascinante. E’ proprietario di tre silos, che in Montana vorrà pur dire qualcosa, e si muove con una destrezza che Joe non ha mai visto in suo padre. L’incontro con la madre, di cui è testimone, è foriero di guai perché “la gente viene attratta da cose da cui sarebbe meglio non si facesse attrarre” e gli incendi si propagano per vie sotterranee, trasformando l’estate di Great Falls in una frontiera dei sentimenti, in cui tutti e quattro i protagonisti di Incendi sono messi alla prova. Salman Rushdie scrive che Richard Ford osserva l’uomo “con profonda comprensione e insieme con un distacco quasi clinico”. I suoi personaggi possono conoscere le parole “senza riuscire a metterle in relazione con la vita” e inseguire in modo spasmodico “la felicità. La tristezza. Tutta quella roba lì” con la vacua coscienza di una fiamma ballerina, pericolosa e contagiosa e comunque Richard Ford gli trova un posto dove “spianare le difficoltà”. Quasi con affetto, neanche fossero veri. 

giovedì 27 ottobre 2011

Stefan Merrill Block

Una casa nel bosco e sulla riva del lago nel clima bucolico del New England, un luogo dove il tempo sembra essersi fermato. E' estate, eppure dal camino escono densi filamenti di fumo. E’ Katharine, la nonna di Stefan Merrill Block, che con “la semplice consapevolezza di quello che va fatto” sta bruciando le ultime tracce lasciate dal marito, Frederick. Una decisione difficile, dolorosa e presa con grande fatica perché nel camino dell’Echo Cottage si sta trasformando in cenere un pacco di lettere arrivato dalla Mayflower Home, l’ospedale psichiatrico in cui è relegato Frederick Merrill. Il suo stato di alterazione, la malattia, non è definita e con ogni probabilità non è definibile: è tornato dalla guerra, che ha visto da lontano, disturbato, annoiato, sempre pronto a seguire impossibili voli pindarici così come ogni possibile avventura passionale. Cede all’alcol, alle provocazioni, all’autocommiserazione, alle fughe notturne, quando lascia sole e incredule moglie e figlie. Il suo tormento più verosimile è la costante “la tristezza di essere sempre distante dalle cose, al di sopra o al di sotto”. Una sera più malinconica di altre, mentre Katharine ospita la borghesia di Boston e dintorni, Frederick decide di movimentare la compassata compagnia e si va a mostrare in tutte le sue nudità sulla Route 109. Lo spettacolo non è edificante, per quanto non sia nulla che non si possa ricondurre a uno stato di euforia o di ubriachezza, ma Katharine in quel momento si rende conto che “la loro vita era stata perfetta rappresentazione di una vita perfetta” e decide di tirare il sipario. Per lei, e per Frederick, il ricovero in un ospedale psichiatrico, il più costo e rinomato, diventa davvero un’opzione senza alternative. Sembra anche una soluzione ragionevole, finché Frederick non varca la soglia della Mayflower Home: lì dentro, come in tutte le istituzioni totali, si combatte “una guerra silenziosa e terribile” come la definisce il direttore che lo accoglie. Disturbi e cure sono relativi: tra le mura sono l’organizzazione del potere, la distinzione dei ruoli, le maschere indossate dagli ospiti e dal personale a definire la realtà della vita in comune. Frederick è imprigionato con compagni di sofferenza straordinari a partire da Robert Lowell, esimio poeta che ritrae così l’umanità dolente che si trascina nella Mayflower Home: “Siamo poveri fatti passeggeri, avvertiti in tal modo di dare a ogni figura nella fotografia il suo nome vivo”. Con un tono accorato e nello stesso tempo lineare e limpido, da consumato storyteller, Stefan Merrill Block riesce a ricostruire il legame indissolubile e inevitabile tra Frederick e Katharine, l’ordalia di cure psichiatriche coinvolte in regolamenti di conti, l’extrema ratio del suicidio come ultima chance per la libertà. Un po’ agendo sulla realtà delle cronache e un po’ raccordando i frammenti con l’astuzia della fiction e un po’ tenendo presente “il fatto che per le persone ordinarie l’eccesso di intelletto e di passione appare un indice di follia” La tempesta alla porta traccia una solida (e non facile) linea tra arte, la cosiddetta normalità e follia, e lo fa persino con tutta una sua particolare grazia.

lunedì 24 ottobre 2011

Kary Mullis

Kary Mullis non è uno scrittore e anche nel suo vero lavoro, è un chimico, si è mosso in modo poco o niente ortodosso. Questo non gli ha impedito di realizzare una delle scoperte più sensazionali dell’ultimo scorcio del ventesimo secolo, la PCR (reazione a catena della polimerasi), lo strumento che ha rivoluzionato e semplificato lo studio del DNA. E’ per quello che ha vinto il premio Nobel nel 1993, ma anche dopo i riconoscimenti dell’accademia si è ben guardato dall’adeguarsi alle formalità anche perché  “essendo un scienziato, la cosa importante per me erano le probabilità. Quando succede qualcosa di insolito, uno scienziato degno dei suoi occhiali cerchiati d’osso e dei suoi vestiti da poco si dà da fare”. Con le porte aperte dal Nobel, Kary Mullis ha ampliato la portata delle sue provocazioni, in realtà molto sagge, e ha reso pubblica la sua eccentricità, condensata in breve nella passione per il surf, l’LSD, i Grateful Dead, la pornografia e Charles Darwin, suo unico punto di riferimento: “Forse siamo esseri che evolvono, sviluppatisi dall’argilla, per una serie di combinazioni casuali, su un pianeta ostile. Non sappiamo da dove veniamo e purtroppo manchiamo decisamente di fantasia”. Il personaggio meriterebbe un posto d’onore nella galleria di devianti e outsider collezionati da Hunter S. Thompson (Paura e avvocati a Los Angeles è il titolo di un capitolo di Ballando nudi nel campo della mente) solo che un libro “gonzo” l’ha scritto proprio lui. Visto che “la realtà è un puzzle ingannevole”, il gusto di Kary Mullis per lo sberleffo è continuo: all’irreverenza, spontanea e contagiosa, applica una convincente dialettica fatta di domande, di curiosità e di entusiasmo. Non si accontenta di una verità preconfezionata, quale che sia l’argomento, per esempio gli sviluppi sul clima, di cui dice: “Viviamo in un pianeta che offre molti misteri, tra cui l’andamento delle variazioni climatiche. Ed è di queste variazioni che siamo figli, ed è da questi misteri che siamo originati”. Le sue posizioni sono chiare e concrete proprio perché dubbiose e il suo racconto autobiografico è informale, come se parlasse appoggiato al bancone di un bar perché in fondo “oggi, dal punto di vista culturale, in un certo senso siamo soli”. Uno storytelling punteggiato da un’allegra vena di ironia, capace di intrecciare fisica e filosofia, ovvero le analisi scientifiche e le sue personalissime opinioni, in un unico flusso, a tratti persino divertente. Sulle sue idee, poi, si potrà discutere all’infinito, avendone cognizione di causa, ma è difficile resistere quando conclude Ballando nudi nel campo della mente così: “Il comportamento più adeguato per un essere umano è quello di sentirsi fortunato di essere vivo, umile di fronte all’immensità del tutto. Magari facendosi una birra. Rilassatevi, e siate i benvenuti sulla terra. All’inizio le cose possono sembrarvi un po’ confuse. E’ per questo che dovrete tornare più e più volte, per imparare a divertirvi veramente. Il cielo non sta cadendo”. Convincente.

Colum McCann

Questo bacio vada al mondo intero è “il libro dei morti” di New York: tutti se ne sono andati o se stanno andando: per l’eroina, per il Vietnam, per la mafia, per la galera, per la povertà, per la strada, per la solitudine. Un calendario di dolore disturbato da un piccolo uomo in equilibrio tra le torri gemelle del World Trade Center. Siamo nel 1974 e l’acrobazia di Philippe Petit, funambolo fragile e geniale, è “un tentativo verso la bellezza” attorno a cui la città si raduna in spirali che gli si avvicinano sempre di più: tutto ciò di cui hanno bisogno gli abitanti di New York “per sentirsi una famiglia era la distrazione di un attimo” e quel momento arriva soltanto per caso: con l’arte, la follia, l’amore, la fede. Colum McCann ci arriva stringendo il cerchio capitolo dopo capitolo e infilando chiari segnali già nell’incipit di ogni nuovo passo verso il centro: Lenny Bruce, Hoagy Carmichael, Allen Ginsberg, Bob Marley, Andy Warhol. I nomi vengono fatti filtrare con disinvoltura con una sequenza ciclica e non sembra proprio casuale che  Bob Dylan e Bruce Springsteen, appaiano nel finale di Questo bacio vada al mondo. Mentre un folletto nero rimane in equilibrio tra le torri gemelle e mette tutti a guardare nel cielo, le esistenze si incrociano come le strade della città, e “uno dei prodigi di New York è che, da ovunque tu venga, pochi minuti dopo l’atterraggio ti appartiene già”. Una patria di adottati e di stranieri, che si svegliano ogni mattina “sospesi tra la promessa di una tragedia e la delusione dell’ordinario” che Colum McCann racconta frugando nella polvere, nei resti della pioggia, sulle strade: sbirri analfabeti, preti impazziti, generazioni di puttane, artisti fuori tempo e tutti i “rain dogs” (come direbbe Tom Waits, a sua volta citato in modo opportuno) che New York riesce a trattenere sulla sua scacchiera. Anche in forma virtuale, elettronica e digitale “questa è l’America. Superi ogni frontiera. Puoi andare dove vuoi. Devi essere connesso, attraverso i nodi, lungo le vie di accesso, come un telefono senza fili in cui se non azzecchi la parla giusta di tocca tornare indietro e ricominciare tutto daccapo” ed è una ben strana famiglia quella intrecciata dalle strade e dal ritmo frenetico di New York perché è “la bellezza dei vinti” quella che racconta Questo bacio vada al mondo, che è poi un altro modo di parlare degli sconfitti, dei disperati, degli ultimi. Non c’è ombra di moralismo nel cammino di Colum McCann attraverso i bassifondi, peraltro aggiornati con un’ideale connessione tra New York e New Orleans nella comune tragedia (il romanzo si conclude nel 2006): Questo bacio vada al mondo è un romanzo fuzzy che sovrappone figure geometriche in contrasto (le parallele, le perpendicolari e le verticali della città con la circolarità delle singole storie che si inanellano l’una nell’altra) lasciando una vaga sensazione di vuoto, alla fine, quando l’equilibrio si spezza nel tempo perché “il mondo è un posto che vallo a capire” e anche la letteratura, a volte, è figlia del caos. 

giovedì 20 ottobre 2011

Jay McInerney

C’è un personaggio, quello che poi è L’ultimo dei Savage, al centro del romanzo di Jay McInerney ed è proprio Will Savage: figlio della borghesia afroamericana crede in modo fermo e convinto “nei propri entusiasmi, a dispetto della loro totale assurdità”. La sua esuberante voglia di essere protagonista lo porta a a viaggiare sempre in direzioni trasversali, e non solo in senso metaforico perché “l’ebbrezza elimina le distanze tra noi e i corpi celesti”. Da Memphis, Tennessee, una città che è già un emblema, Will Savage aveva tutta l’intenzione di liberare il mondo (“nella sua analisi la musica diventava parte di un più vasto movimento di liberazione personale e sociale”) anche se come notava un altro personaggio, Taleesha, non ha mai deciso se fare il predicatore, il politico o la rock’n’roll star. Nell’indecisione, siamo pur sempre a cavallo dei fantasmagorici sixties, fonda una casa discografica dove mette sotto contratto tutti, bianchi e neri, anche se poi, con il passare del tempo, confessa “non ricordo il titolo della canzone in voga quell’anno, ma posso affermare con sicurezza che la parola hit era paranoia, l’oscuro mantra della cultura psichedelica”. La storia dell’ultimo dei Savage esiste perché racconta un’amicizia che, in nome della musica, annulla le distanze, trasforma le vite, riempie le pagine del romanzo di Jay McInerney di una generosa e genuina voglia di prendere in mano “quel che rimane di un’America da rifare”. E’ l’amicizia tra Will (nero) e Pat (bianco) che deve subire le ingiurie e le ingiustizie del tempo perché “I giorni passano come i giornali, le foglie o la neve” e “ci sono anni intermedi durante i quali può sembrare che il tempo si sia fermato, anche se ci trascina via implacabile. Poi un bel giorno, l’orologio segreto delle nostre vite si mette a suonare, e il bel tempo riprende a correre”. E’ credibile che si cominci da Memphis, dal blues (“Questa è la forma d’arte più pura che questo cazzo di paese abbia mai prodotto, amico. Senti qua. Sembra un distillato di sofferenza e di desiderio di libertà. Non per niente, è stata inventata dai discendenti degli schiavi”), dal rhythm and blues e dal rock’n’roll: in modi e in tonalità diverse trasformano le pulsazioni delle nostre vite in codici in cui riconoscerci perché “i nostri desideri sono insaziabili e infiniti; solo riuscendo a dominarli, ci guadagniamo il diritto alla felicità. O, se non proprio alla felicità, almeno alla pace, perché in fondo la ricerca della felicità mi sembra un credo troppo crudele e vano, un inganno atroce perpretato contro l’inesperienza della società civile”. L’ultimo dei Savage esprime con una sua compiutezza il legame di amicizia che si snoda e poi s’inchioda (in una grigia New York) a quella che in molti si ostinano a chiamare normalità, mentre Will insegue ancora le sue chimere e Pat, chissà, lo guarda da lontano. “C’è come un disegno in questa storia, se uno ha voglia di notarlo”: anche se il blues non è quello originale (del resto lo ammettono anche gli Stones), a Jay McInerney va il merito (indiscutibile) di averci provato. 

sabato 15 ottobre 2011

Paul Bowles

Tangeri è stato il covo, il rifugio della Beat Generation, uno dei punti cardinali del movimento a cui facevano riferimento tutti, da William Burroughs a Jack Kerouac. La spiaggia dell’oceano sul versante opposto e il dettaglio cosmopolita, insieme all’India, alle fughe nel Mediterraneo e ai viaggi di scoperta nelle giungle tropicali è stato un polo magnetico, ma nella Messa di mezzanotte di Paul Bowles è soltanto un punto di partenza, anche se l’aria di averla conosciuta e compresa più di tutti. Il Marocco che introduce Messa di mezzanotte non è un luogo della mente e nemmeno il dedalo di vicoli in cui barattare tutto, persino l’anima. Si scopre, mentre si levve Qui per imparare che “era un paese derelitto; aveva l’odore della povertà nella quale i suoi residenti erano abituati a vivere. Né c’era segno che in un tempo passato ci fosse stato qualcosa di più. Il vento che proveniva dal mare sollevava in alto la polvere dalle strade per scagliarla poi rabbiosamente sulla campagna. Perfino le foglie degli alberi di fico erano coperte da una patina bianca”. In Qui per imparare la storia di Malika, che dopo aver viaggiato e toccato il lusso ai quattro angoli del mondo, torna in Marocco per trovare una discarica al posto della sua casa,  ed è quando comincia a comprendere “la vera dimensione della propria ignoranza”. A parte Qui per imparare, che è una bozza di romanzo a tutti gli effetti, tutti i racconti di Messa di mezzanotte sono brevissimi ed eterogenei anche se in gran parte derivati dall’esperienza marocchina di Paul Bowles. Tra questi, spicca la perfezione di Madame e Ahmed, un racconto di quattro pagine con altrettanti personaggi che si muovono con la precisione di un cronometro. Anche frammenti come Bouayad e i soldi o Il marito che sembra essere più frutto dell’ascolto, di storie sentite, piuttosto che di invenzione, sono cesellati con pochi passaggi semplici e diretti che tendono ad accomunare i racconti attorno a un paio di temi ricorrenti. L’inganno e il sotterfugio spesso mettono in risalto in contrasto tra la tradizione e la modernità, come succede in modo evidente in L’amuleto vuoto. La conoscenza della cultura, degli usi e dei costumi nonché della storia del Marocco permette a Paul Bowles di raccontare con estrema disinvoltura le vicende famigliari che, quasi sempre, hanno come protagoniste le donne, e la loro condizione. Le donne al centro dell’attenzione sono risolutive nell’evolversi delle storie e sono determinanti anche nell’ambientazione occidentale di Kitty. La curiosa metamorfosi avviene tutta attraverso gli occhi dei personaggi femminili che Paul Bowles racconta con una grazia tutta sua. In apparenza Kitty è un episodio incongruo rispetto agli altri capitoli di Messa di mezzanotte e sembra un bizzarro esercizio di stile o una divagazione psichedelica degna di Lewis Carroll (qualche debito si nota) eppure Paul Bowles lo risolve con un tono sornione e divertito tra il surreale e il naïf che risulta subito accattivante. E’ spiazzante, ma funziona.

giovedì 13 ottobre 2011

Chuck Kinder

Eccessivo, generoso nello scoprirsi senza esitazioni, Chuck Kinder appartiene alla categoria di quei narratori che fuggono ogni definizione, outsider per scelta e per natura le cui vite collimano con quelle dei loro personaggi, “sopravvissuti in fuga che vivono in una sorta di indefinito assedio onirico”. Il suo vagabondare con L’ultimo danzatore di montagna conosciuto anche come Jessico White all’inseguimento delle “le vite segrete di Elvis” gli permette di snocciolare una storia “all american” che serpeggia attraverso i territori più ostici dell’unione svelando molto di quel “white trash” che è uno dei colori meno conosciuti della babele americana. Lo fa con ironia, lasciando scorrere un nome dopo l’altro in modo caotico e disordinato. Jack Kerouac e Jerry Lee Lewis, James Dickey e John Sayles e Willie Nelson, Wes Craven e Mark Twain e Flannery O’Connor: le disgressioni sono continue, anche se almeno due punti di riferimento sono saldi e costanti per tutto L’ultimo danzatore di montagna. Il primo è Hank Williams, eroe maledetto ed epigone del “white trash” che nel romanzo di Chuck Kinder è una voce che appare e scompare dalla radio, come se a intervalli regolari dovesse indirizzare il viaggio e, forse anche il senso racconto. Hank Williams gli serve a restare ancorato alla terra e alla sua missione perché Chuck Kinder è uno scrittore a tutto tondo, uno storyteller con la vocazione per l’iperbole, capace di lasciarsi trascinare dai momentanei flussi di coscienza: “Tutto è possibile, almeno una volta, perché il prezzo da pagare per essere disposti a rischiare tutto, compresa la vita, è alto, ma che me ne importava, immerso com’ero nella dolce inebriante anarchia della giovinezza, nella ricerca dell’amore e della leggenda? Un’altra cosa intuii, in quel momento in cui mi sentivo come se fossi insieme alla fine e sulla soglia di tutto. Che quel momento magicamente carico di aspettative era probabilmente il punto più alto della mia vita”. L’altro snodo fondamentale per L’ultimo danzatore di montagna è naturalmente Elvis, un’icona che ha prodotto una quantità infinita di sogni: come direbbe Jessico White “se osi vivere una vita pericolosa e leggendaria allora tutto è possibile”. Si tratta di due fantasmi, comunque, per cui la storia scorre vorticosa, rigogliosa, senza soluzione di continuità e avvolta nel mistero di una fede tribale e pagana. Non essendoci una vera e propria trama, se non le avventure picaresche con Jessico White,  alla fine la ricerca del tempo perduto di Chuck Kinder si rivela in un’epifania che da sola spiega il senso di tutti i rock’n’roll dream: “Ed ecco che mi sentii attraversato da una sensazione di benessere, un senso di antica forza e determinazione, insieme a un senso inesprimibile, dolce aspettativa, e di felicità, una strana e misteriosa felicità, e per qualche breve istante la vita mi sembrò incantata, miracolosa, intrisa di intensi significati. Per pochi istanti mi sentii come il giovane, bellissimo Elvis sul tetto del mondo”. Trascinante.

Theodore Dreiser

Agli albori della cultura popolare americana, Theodore e Paul Dreiser si trovano su due fronti opposti e contigui. Theodore Dreiser è uno scrittore e un reporter che sta generando l’essenza di un linguaggio. Un pioniere, in fondo, che non avrà la fortuna di comprendere la qualità delle sue scoperte. Paul Dreiser conosciuto con il nome di Paul Dresser come attore, songwriter ed editore è un uomo di mondo “dotato di una specie di genio lieve, non gravato dalla pensosità di un temperamento riflessivo, ma caldo e genuinamente tenero, con un gusto per quella bellezza semplice che maggiormente è in grado di suscitare emozioni”. Insieme scrissero in modo piuttosto rocambolesco una ballata, On The Banks Of Wabash, Far Away, destinata a diventare uno dei primi e più consistenti hit di Tin Pan Alley. La canzone, anche soltanto per restare fedeli al titolo, è un po’ lo spartiacque di Piangeremo per questi sogni? che è, in fondo, una storia autobiografica di ambizione, talento e di quella “ricerca della felicità” che è una vocazione (quasi) istituzionale dell’identità americana. Theodore Dreiser racconta la vita del fratello e insieme il nascere e il proliferare della cultura popolare, dal vaudeville al minstrel show, fino a Broadway. Il successo è alterno perché se la figura di Paul Dresser è volitiva, generosa, coraggiosa, l’altra metà è fragile, ingenua e superstiziosa. Paul Dresser non tollera il numero 13 (e i suoi multipli) e quando vede un cappello sul suo letto ci legge una premonizione fatale. La “tragedia americana” è una sorta di scambio che i fratelli Dreiser alternano con il più classico degli american dream, palleggiandosi di volta in volta il ruolo di perdente: all’inizio è Theodore, intristito dai suoi insuccessi e dalla difficoltà di trovare una sua voce, a essere salvato nelle strade di New York dalla carrozza del fratello; poi sarà Paul a dover scontare la propria incapacità di gestire il successo e a soccombere ai lati più ombrosi e tentennanti del proprio carattere. Il fratello lo descrive così: “La sua era una di quelle indoli semplici, fiduciose, non indurite, calorosa e variegata, ma intensamente sensibile, e facilmente e fatalmente soggetta alle raffiche gelide delle difficoltà umane, per lievi che siano”. Anche se la scrittura di Theodore Dreiser è florida nei dettagli (le sue descrizioni di Broadway e della New York del diciannovesimo secolo sono più nitide delle fotografie dell’epoca) e accorato nel tono la sua analisi della parabola del fratello è ferma e impietosa: “Per quanto irreale possa sembrare, essere tagliati fuori da quel mondo luminoso di cui lui si considerava una figura essenziale era quasi insopportabile”. Piangeremo per questi sogni? è un piccolo capolavoro di concentrazione perché nel ridotto spazio di un racconto e senza sprecare una parola di troppo, Theodore Dreiser riesce a farci abitare un’epoca, ci fa scoprire alcuni elementi fondamentali della cultura americana e spiega dove può portare “il tentativo di essere felici”. Non si può chiedere di più. 

mercoledì 12 ottobre 2011

Joseph Heller

In un mondo pieno di guerra non è facile trovare libri che riescano ad andare a fondo alle questioni belliche e militari. Joseph Heller, autore di quello straordinario romanzo che è Comma 22, ci è riuscito usando la forza del paradosso per descrivere la follia, l’orrore e la realtà deformata e paralizzante della guerra. Per Comma 22 inventava l’incredibile motto che in sé racchiude tutta la logica aberrante di ogni prassi bellica: “Chiunque sia pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di guerra, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di guerra non è pazzo”. In gran parte ispirato dalle (sessanta) missioni di bombardamento che Joseph Heller ha compiuto durante la seconda guerra mondiale sul fronte italiano, Comma 22 ebbe una vita strana e curiosa perché quando venne pubblicato non ottenne il giusto riscontro ma poi, come ricordava E. L. Doctorow “quando ci trovammo impantanati nel Vietnam quel libro divenne una specie di manuale per la coscienza di un’epoca. Si sostiene che la letteratura non sia capace di cambiare niente, ma è certamente in grado di influenzare la consapevolezza di una generazione”. Da lì in poi Comma 22 (che Kurt Vonnegut recensì così: “E’ umorismo nero, senza l’umorismo”) con il suo linguaggio surreale e tagliente divenne un classico, anche grazie alla ricostruzione cinematografica. Attorno a Yossarian, il bombardiere protagonista del romanzo di Joseph Heller, le contraddizioni e i rebus della guerra si moltiplicano giorno dopo giorno. Yossarian confessa che, come è naturale, ha paura ad andare in missione e si sente rispondere: “Non saresti una persona normale se non avessi paura. Perfino gli uomini più coraggiosi provano paura. Uno dei doveri più difficili che dobbiamo affrontare quando siamo in combattimento è di vincere la nostra paura”. Non ci sono vie di fuga, il Comma 22 è spietato e a chiunque provi protestare il capitano Black “rispondeva che coloro che sentivano sinceramente il desiderio di ubbidire alla patria avrebbero dovuto essere orgogliosi di impegnarsi a farlo tutte le volte che li si costringeva a esprimere il loro impegno. E a chi criticava la moralità di tali azioni, rispondeva che l’inno nazionale americano era il più grande pezzo di musica che mai fosse stato composto”. Richiamando, già nel titolo, quel capolavoro, Comma 23 funziona da antologia di tutta la variegata scrittura di Joseph Heller. Una gamma piuttosto articolata di forme e temi che allinea racconti (soprattutto), riduzioni teatrali (Il processo di Clevinger, tratto da Comma 22), ricordi (incantevole il finale di Coney Island) e, inevitabilmente, come se fosse un’appendice finale e conclusiva, una larga parte dedicata a Comma 22, alla sua ispirazione autobiografica, alla trasposizione cinematografica (ironica, memorabile e divertente la ricostruzione di Joseph Heller) e a tutta la sua storia. La risposta al dilemma, in fondo, la contiene ancora Comma 22 perché si tratta di “gloriarsi di qualcosa di cui dovremmo sentire vergogna”. In guerra, funziona così.

martedì 11 ottobre 2011

H. D. Thoreau

“Comporterebbe la rigenerazione dell’umanità, se ci si elevasse tanto da venerare sinceramente tronchi e pietre” scriveva H. D. Thoreau il 30 agosto 1856. Il suo diario (i suoi Journal, qui ripresi) ancora più di Walden raccontano la contemplazione, il senso di attenzione e discrezione su cui ha costruito il suo “agire nel mondo” che è soprattutto un pensare, un credere ed esistere che è figlio della meditazione e della riflessione. L’elevazione parte da un fiducia estrema e totale nei suoi strumenti preferiti, l’osservazione, la scrittura, il pensiero che H. D. Thoreau celebra così: “Siamo armati del linguaggio adeguato per descrivere ogni foglia nel campo, o almeno per distinguerle fra loro, ma non per descrivere un carattere umano, descriviamo gli uomini con una vaghezza e una confusione ugualmente meravigliose”. Il legame tra notizia e percezione, tra descrizione e interpretazione è sviscerato in modo appassionato e florido perché “un fatto puramente enunciato è arido. Deve essere il veicolo di un po’ di umanità per interessarci. E’ come dare una pietra a un uomo, quando vi chiede del pane. In fondo, la morale è complessiva, e non ci disturba se la verità inferiore viene sacrificata a quella superiore, come quando il moralista crea fiabe e fa parlare e agire gli animali come gli uomini. La morale deve essere calda, umida, incarnata, deve almeno aver ricevuto il soffio. Un uomo che non ha sentito una cosa, non l’ha vista”. Come contrappunto è curioso e interessante citare l’opinione di William Fense Weaver che a proposito del sentire e vedere di Walden diceva in un’intervista: “C’è un pezzo scritto da Henry David Thoreau in cui descrive il risveglio dopo una notte di neve: dentro la casa e senza aprire la finestra, lui ha già capito che c’è la neve fuori dalla qualità del silenzio, dalla qualità di quel po’ di luce che trapela, dalla qualità di rumori che fanno gli animali e sono due o tre pagine di pura magia. Quasi senza aprire gli occhi”. L’assemblaggio delle pagine di diario che prende una sua forma con L’agire nel mondo sembra rispecchiare proprio quell’attitudine alla conoscenza che non cresce “per inferenza e deduzione, né con l’applicazione della matematica alla filosofia, ma attraverso il rapporto diretto e l’affinità”. E’ una dimensione che esige formule speciali, soprattutto per chi ha il compito di agire che tradotto nello specifico vuol dire scrivere. Secondo H. D. Thoreau “uno scrittore, un uomo che scrive, è lo scriba di tutta la natura, egli è il grano, l’erba e l’atmosfera che scrivono. E’ sempre fondamentale amare ciò che stiamo facendo, che lo facciamo col cuore”, e il rapporto con la wilderness, con il silenzio, con l’osservazione quotidiana di eventi infiniti e infinitesimali sono lo scopo essenziale per comprendere che il sapere, l’agire nel mondo è sempre la maturazione di una scoperta, è la vocazione per l’insolito, è la piccola nota che si vede senza sentirla, è il dettaglio che si sente senza vederlo, è dimenticare tutto quello che si è imparato, e ricominciare, di nuovo.

 

Don DeLillo

Dei romanzi di Don DeLillo Giocatori è il meno chiaro, inteso nel senso della narrazione: ci sono tutte i temi caratteristici dalla sua visione, insieme realista e futuribile della civiltà occidentale, a partire all’intreccio inestricabile tra paesaggi (l’ambiente domestico, in questo caso) personaggi e linguaggio. C’è lo svilupparsi coerente degli eventi (la coppia annoiata che diventa una cellula terroristica  con i relativi e drammatici risvolti nel finale) e c’è tutta la sapiente e voluttuosa capacità narrativa di Don DeLillo ma manca una mappa precisa, un’idea di fondo a cui riferirsi dall’inizio alla fine. Lo stesso Don DeLillo riferendosi alla forma di Giocatori ha detto che “possiamo chiamarla narrativa pura nel senso che i personaggi sono stati momentaneamente separati dall’apparato della narrazione. Sono ancora idee, forme vaghe”. Seguire Lyle e Pammy nel torbido incedere di eventi e nello svilupparsi dei rapporti che li portano a scendere lungo l’ansa storica del terrorismo può essere impegnativo e non del tutto agevole. Il tracciato è caotico anche perché Don DeLillo li mostra attraverso riflessi e lenti deformanti, come quando spinge in un turbine filosofico l’illuminata descrizione del motel, protagonista degli incontri dei Giocatori: “Cosa c’è in tutto questo? Deve essere il viaggiatore stesso a fornire la carne commestibile di questo concetto. L’interiorizzazione che scava sempre più a fondo. Razionalità, analisi, attuazione dell’io. Dedica un momento a pensare che a quest’enorme rete di camere praticamente identiche, in tutto il mondo, è stata creata per dar modo alle persone di avere un luogo in cui possano provare paura ogni qualvolta lo desiderino. Il risultato ultimo di varie ricerche. Un luogo per esplicitare le proprie paure”. Il gioco giocato dai Giocatori è erotico prima ancora di essere politico e vi trovano forma le paure e le emozioni di amore e morte, i due estremi che, virtualizzati, approfonditi, ricercati, strumentalizzati da Don DeLillo ne costituiscono, in fondo, la sua ossessione: “Tutti i miei libri hanno un elemento di violenza e di confusione, un senso di pericolo moderno, parlano di protagonisti che vivono ai margini di un momento pericoloso, in un mondo di ambiguità, guidato da una segreta manipolazione della storia”. Riletto in prospettiva Giocatori (che risale al 1977) vedeva e vede fin troppo avanti perché “esplora i luoghi segreti della coscienza moderna, tratta del bisogno di segretezza e di strutture: un bisogno che può venire soddisfatto anche da un gruppo di terroristi”. Ancora più visionario e sorprendente quando uno dei Giocatori sostiene che “abbiano un piano per eliminare i bersagli più in vista. Per nascondersi. O diventare del tutto elettronici. Solo impulsi e correnti che si parlano tra loro. Spiriti”. Sono soltanto frammenti, quasi messaggi in codice, per raccontare la cronaca di ieri e oggi: quella che John Updike, recensendo Giocatori, chiamò “la fluttuante bruttura della recente storia d’America”. 

lunedì 10 ottobre 2011

Jack Kerouac

Viaggiatore solitario assembla racconti di molte odissee, il più delle volte in “un’America senza fine” e quasi sempre immaginando altri percorsi, senza badare alle destinazioni o alle spese, visto che Jack Kerouac dice: “Avevo risparmiato su ogni centesimo e poi all’improvviso decisi di sperperare tutti i risparmi in un grande glorioso viaggio in Europa o in qualsiasi altro posto, e mi sentivo leggero e contento, anche”. Nella sua varietà, Viaggiatore solitario è un vecchio bagaglio inesplorato che contiene una moltitudine di ritratti, come la lunga e splendida definizione di hobo, forse la più pittoresca e pertinente in assoluto: “L’hobo è figlio dell’orgoglio, non ha niente da spartire con la comunità ma solo con se stesso, gli altri hobos e forse un cane. Gli hobos vicino alle banchine ferroviarie di notte si preparano enormi latte di caffè. Orgoglio era la via che l’hobo percorreva nelle città vicino alle porte di servizio dove, sui davanzali delle finestre, si stavano raffreddando le torte, l’hobo era un lebbroso mentale, non aveva bisogno di mendicare per mangiare, forti ossute madri del West riconoscevano la sua barba tintinnante e la toga stracciata, vieni e serviti!”, ed è soltanto una piccola parte delle riflessioni elargite da un  Jack Kerouac saggio & maturo. La strada rimane la via principale (“Sulla strada è di nuovo tutto perfetto, il mondo è permeato di rose di felicità, ma nessuno di noi lo sa. La felicità consiste nel capire che tutto ciò è un grande sogno strano”), ma c’è molta disobbedienza e c’è molto Walden in questo Viaggiatore solitario in modo implicito (quando dice: “Dopo tutto ‘sto casino, e via dicendo, arrivati al punto che avevo bisogno di un po’ di solitudine proprio per fermare il meccanismo di pensare e godere che chiamano vita; avevo bisogno di stendermi sull’erba e guardare le nuvole”) o più esplicito quando confessa l’aspirazione di “vivere in solitudine nei boschi, tranquilla scrittura della vecchiaia, dolci speranze di paradiso (che in ogni caso arriva per tutti)”. Non è tutto perché il fine si nasconde in “una confusione di vita così come è stata vissuta da un indipendente educato senza una lira scapestrato che va dovunque. Lo scopo e l’intenzione è semplicemente la poesia, o, le descrizioni naturali” dove il racconto diventa meraviglia per il jazz, e ancora per la strada e per la vita consumata senza timori, nell’entusiasmo di mille follie e di un’infinità di “espedienti d’emergenza e idee personali. Tra le descrizioni del Viaggiatore solitario va annoverata anche quella autobiografica, poche righe che Jack Kerouac butta lì, per raccontare tutta la sua storia: “Ho sempre considerato lo scrivere il mio dovere. Oltre la predicazione della gentilezza universale, di cui gli isterici critici non si sono accorti, presi come erano a parlare della frenetica attività dei miei romanzi veritieri sulla Beat Generation. Attualmente non sono beat ma uno strano solitario pazzo mistico cattolico”. E’ un frammento, è perfetto.

domenica 9 ottobre 2011

Richard Brautigan

Surreale, comico, tagliente, visionario e lucidissimo nello stesso tempo Pesca alla trota in America il capolavoro di Richard Brautigan è diventato ormai un classico assoluto. Indispensabile, fosse solo per capire quell’America che, anche per noi “è spesso soltanto un luogo della mente”. La provocazione di Richard Brautigan prende il via dalle composizioni cut up & fold in della Beat Generation e si allea con spontanea naturalezza alla psichedelia di San Francisco, Grateful Dead in testa, in una simbiosi tra outsider e ribelli libertari. “L’America non ha bisogno di ulteriori prove” scrive Pesca alla trota in America alias Richard Brautigan nel 1960 e, nel fermento ideale di quegli anni, la sua è più una speranza che una constatazione. La realtà appena percepita da Pesca alla trota in America comincia a mostrare agenti dell’FBI e minacciose presenze, a partire dall’incombente bomba sopra la testa di tutti. Di suo, Pesca alla trota in America è esplosivo perché sconquassa i luoghi comuni, apre varchi tra i cliché, gioca con liste, numeri, elenchi, ricette, lettere e parole con l’irriverenza di una visione geniale e anarcoide. Forse all’epoca “era tutto molto più semplice” come si legge nelle prime pagine di Pesca alla trota in America e “viaggiando da un bel nome all’altro” si rimane invischiati in un complotto di personaggi il dottor Caligari, Maria Callas, Teddy Roosvelt, Charles A. Lindbergh, Hemingway, John Dillinger, Lewis e Clark, Nelson Algren frullati in una caleidoscopica macedonia, una dimensione quasi onirica per comprendere una realtà ormai ingovernabile, se non proprio incomprensibile. Il viaggio dentro una forma linguistica e narrativa del tutto estemporanea e coraggiosa è parallelo e contemporaneo ad altri viaggi verso ipotesi & utopie e sulle strade abitate da beatnicks e rock’n’roll band come non sarebbe più successo. “Lasciammo la California selvaggia appena prima che fosse necessario salire sul coperchio di quella tazza e infilare i piedi nel buco per spingere i rifiuti giù nell’abisso come una fisarmonica” dice Richard Brautigan e anche in quell’accento allarmato e profetico Pesca alla trota in America si rivela un riflesso proprio del suo tempo, la cui esistenza collima con le date che delimitano i sogni di intere generazioni. Scritto tra il 1960 e il 1961 profetico Pesca alla trota in America sarà pubblicato nel 1967, anno in cui le celebrazioni e i fuochi d’artificio di Monterey lo accolsero tra gli uomini e le donne di un nuovo mondo che non sarebbe mai arrivato. Proprio vent’anni dopo, nel 1987, quando ormai le illusioni erano state fagocitate dal “grande freddo”, da una realtà sempre più cinica e da migliaia di fallimenti esistenziali, Richard Brautigan tolse il disturbo lasciandosi alle spalle il disordine di una vita da outsider e quel Pesca alla trota in America che è stato un grimaldello per scardinare il futuro. Quasi niente è andato per il verso giusto, ma la difesa degli eccentrici è un obbligo, oltre che un diritto e un piacere.

sabato 8 ottobre 2011

James Lee Burke

Dall’omicidio di due donne (bianche), Dave Robicheaux ricostruisce un’intricata geografia di connivenze e di identità che ha come sfondo un paesaggio razzista e violento popolato di fantasmi. In realtà La ballata di Jolie Blon comincia piuttosto con The Things That I Used To Do di Guitar Slim, citazione raffinata e quanto mai puntuale che collima con i tormenti di Streak alias Dave Robicheaux: “Non avevo mai sentito una voce più carica di dolore della sua. Non c’era traccia di autocommiserazione in quel brano, solo la rassegnazione al fatto che la persona che più amava al mondo, sua moglie, fosse diventata una donna dissoluta, che non solo aveva rifiutato il suo amore, ma si era persino data a un uomo crudele”. Una canzone trasformata in una biografia che introduce alla perfezione La ballata di Jolie Blon, a partire da un altro bluesman disperato, che Dave Robicheaux trova incrociando la sua strada con un galleria di personaggi memorabili: un avvocato corrotto, un aguzzino demoniaco, un venditore di bibbie e un vecchio fantasma che gli è sempre amico. Sul questa puntata della saga di Dave Robicheaux, il detective più famoso e tormentato della Louisiana, aleggia un’atmosfera metafisica, quasi spirituale. Nell’occasione, il suo avversario principale (e il più pauroso, a dir la verità) si chiama Legion Guidry ed è un aguzzino che nel fiore dei suoi anni era solito abusare delle donne (di colore). Rimasto impunito, con l’età ha cominciato ad apprezzare il sapore acre del potere e, inevitabilmente, l’anarcoide Robicheaux sente subito puzza di bruciato e lo confessa, prima di tutto a se stesso: “Non mi ero mai sentito così solo in vita mia. Ancora una volta bruciavo dal desiderio quasi sessuale di richiudere le dita attorno al calcio di una pistola pesante, di grosso calibro, di sentire l’odore acre della cordite, di liberarmi da tutte le responsabilità che soffocavano la mia vita togliendomi il respiro dai polmoni. E poi capii che cosa dovevo fare”. Sulla scena di La ballata di Jolie Blon, popolata da una mezza dozzina di personaggi picareschi, scivola lentamente un fantasma del suo passato, un vagabondo che si spaccia per il medico che gli salvò la vita in Vietnam. Se il nome del nemico è Legione, quello dello spettro fraterno (che ricorda non poco l’ectoplasma di Un angelo in fiamme) si chiama Sal che, come tutti sanno, è il diminutivo di Salvatore. L’epico scontro, nella visione manichea di Dave Robicheaux, diventa una visione spettrale con tanto di tuoni e fulmini: una battaglia senza esclusioni di colpi che però non risolve le angosce e i dubbi dell’alter ego di James Lee Burke. La ballata di Jolie Blon s’incastra perfettamente nell’epopea di Dave Robicheaux ed è un romanzo che si legge in una sera, o poco più, perché James Lee Burke conosce i lettori almeno quanto i suoi personaggi e non manca di andare a segno. Resta però irrisolta quell’aura mistica, quella riduzione dello scontro tra il bene e il male che magari avrà sempre bisogno di un’altra puntata.