mercoledì 13 febbraio 2013

Mark Bowden

E’ il 4 novembre 1979 a Teheran quando gli studenti dell’università assaltano l’ambasciata americana. Sono i giorni della rivoluzione degli ayatollah e la città è scossa fin nelle sue fondamenta. Nulla sarà più come prima, né in Iran, né nel resto del mondo ed è proprio nell’epicentro di quello storico terremoto che un atto di guerra, senza spargimento di sangue, imprevisto e incontrollato, diventa un caso di risonanza mondiale. Per qualche strana e curiosa ragione, fin da Black Hawk Down, Mark Bowden è un reporter specializzato nel raccontare piccoli e grandi fallimenti americani ed pareva destino che rileggesse quei momenti. Il suo approccio nel ricostruire circostanze, movimenti, protagonisti è figlio di un’ossessione per i particolari, coltivata con lo scrupolo di controllare e verificare fonti e notizie. Non a caso scrive, nell’epilogo di Teheran 1979: “Il metodo standard dei giornalisti che scrivono su una nazione straniera è acquisire notizie per avere una visione generale e arrivare a conclusioni probanti. Io posso fornire soltanto queste osservazioni, esperienze e conversazioni, ossia pezzi presi a caso da un puzzle che non si può risolvere”. L’ammissione ha una sua dignità e va detto che almeno Mark Bowden è tornato a Teheran, trent’anni dopo, per capire cosa è rimasto: l’edificio dell’ambasciata è ormai un guscio vuoto e anche il clamoroso gesto degli studenti è visto in un’ottica tutta diversa, e non priva di ombre. Circola persino l’opinione che la CIA non fosse del tutto estranea all’assalto. Un’ipotesi tra le tante vagliate da Mark Bowden, che è sempre meticoloso nel disporre in ordine tutti gli elementi di una storia, o almeno di cercare di dargli una forma comprensibile. Questo accade per tutto lo sviluppo di Teheran 1979, compreso il bis del fallimento, ovvero il disastro dell’operazione delle forze speciali americane nel deserto iraniano. Anche in questo caso, come per l’occupazione dell’ambasciata, Mark Bowden tiene sempre molto alta la guardia sui dettagli, che padroneggia con sicurezza, anche quando si tratta di dati tecnici o tattici molto sensibili e complessi. La sua abilità è di sapere come renderli comprensibili e nello stesso tempo come farli parte della storia. La narrazione, anche se rigorosa dal punto di vista dell’indagine e nella sua percezione storica, richiama sempre una dimensione epica, cercando di usare l’enfasi per mettere in una luce diversa la prigionia degli ostaggi, trasformandola in una resistenza. L’occasione di plasmare il ricordo di una bruciante sconfitta in qualcosa più appetibile è una tentazione troppo forte e anche se Mark Bowden è un principe dell’equilibrio e della misura, si sente la spinta a mutare un fallimento lungo più di un anno dentro le forme di un’altra prospettiva. Detto questo Teheran 1979 è assemblato in modo impeccabile e lo stile di Mark Bowden ha il pregio di convogliare testimonianze, analisi, valutazioni, opinioni, descrizioni in una scrittura che si avvicina al lettore con discrezione, per poi non mollarlo più Molto abile, molto acuto.

domenica 10 febbraio 2013

Dale Maharidge

Nell’estate del 1986 Dale Maharidge e il fotografo Michael Williamson ripercorrono il viaggio di James Agee e Walker Evans di cinquant’anni prima da cui nacque Sia lode ora a uomini di gloria. Anche se è passato mezzo secolo e nell’Alabama le trasformazioni sono andate al rallentatore perché “molti vivono in una specie di limbo, né borghesi né poveri, e si trascinano dietro il grande peso del passato”, anche se c’è già un tracciato molto marcato che Dale Maharidge e Michael Williamson devono seguire, E i loro figli dopo di loro non è per niente accomodante o scontato, anzi. Intanto, le condizioni economiche e sociali non sembrano aver subito trasformazioni tangibili. Quel “passato latente” fatto di disperazione e miseria, di fatiche immani per conservare un lavoro appena appena dignitoso, è una ferita che non vuole rimarginarsi. Se è cambiato qualcosa, è difficile da notare confrontando le immagini di Michael Williamson con quelle di Walker Evans. Come le fotografie in bianco e nero, Dale Maharidge è rigoroso e preciso nel fare un quadro generale degli alberi genealogici potati e scorticati dalle crisi e dalle depressioni: “Molti membri di quelle famiglie non erano pronti per affrontare le sfide del mondo che li aspettava dopo il crollo del sistema del cotone. Non era mai stato insegnato loro il sistema di convinzioni del ceto medio urbano, basato sulla speranza e sull’aspettativa di un continuo miglioramento. La transizione sarebbe stata difficile. La scelta che veniva loro offerta, andare avanti oppure tornare indietro, sembrava irragionevolmente dura. Alcuni insistettero per barricarsi nel passato, continuando a vivere defilati ed evitando il mondo moderno”. L’attenzione che Dale Maharidge dedica alle singole esperienze si scontra con il lascito di James Agee che, trascinato dall’entusiasmo e dalle migliori intenzioni, arrivò in Alabama con pochissime indicazioni utili e una qualità delle fonti molto prossima allo zero. Dopo un mese inconcludente,  il rischio che l’idea stesse avviandosi al fallimento era qualcosa in più di una vistosa probabilità. Poi James Agee e Walker Evans incontrarono i Gudger, i Rickett e i Woods e la storia di Sia lode ora a uomini di gloria cominciò a vivere di vita propria. Tornando laggiù, Dale Maharidge riscopre anche ombre e contraddizioni di quel lavoro, i legami irrisolti di James Agee (che è rimasto un ospite, se non proprio uno straniero) e il profilo tagliente di tempi che appaiono immobili nella loro durezza. E i loro figli dopo di loro non cerca di ricomporre un quadro ormai spezzato e nemmeno di ricongiungere linee scomparse nella polvere. Come spiega Dale Maharidge, E i loro figli dopo di loro “parla di un gruppo di uomini e di donne che, molto tempo fa, ci hanno raccontato sull’America qualcosa che noi, in quanto società, non abbiamo voluto affrontare; e oggi hanno qualcos’altro da dirci che ci riguarda molto da vicino”. La sua attualità, così come quella di Sia lode ora a uomini di gloria, è tutta lì, in quell’errore che si ripete all’infinito.

lunedì 4 febbraio 2013

Jack Cady

Inagehi (che nella lingua parlata dai cherokee si pronuncia in na ghe hii) significa una persona che vive da sola in un luogo selvaggio. E’ la scelta di Harriette Chiamata dal Tuono, Amica dell’Albero che “benché non ci pensasse, aveva trent’anni ed era tormentata da più misteri di quanti ne poteva incontrare un detective in tutta la sua vita”. La giovane cherokee sente, come un imperativo del destino, di dover scoprire, capire e far propria la morte del padre, avvenuta per mano assassina in un passato ancora prossimo. Il misterioso delitto è l’unica nota noir di questo splendido romanzo di Jack Cady, volto da capitano Achab, un passato di camionista e boscaiolo e una dozzina tra romanzi e raccolte di racconti, prima della sua scomparsa, nel 2004. E’ anche la scintilla che accende di un fuoco vivo, intenso Inagehi dove protagonisti assoluti sono la natura selvaggia, le montagne, gli alberi, il passare delle stagioni, le variazioni atmosferiche. Tutti considerati alla stregua di personaggi, persino di testimoni e non in un'ottica misticheggiante come spesso vengono proposte le visioni native. Jack Cady è abbastanza scafato e preparato quanto basta per non lasciarsi trarre in inganno da false suggestioni e presenta il mondo di Inagehi, dei nativi con tutte le sue ombre. A prova di smentita scrive: “La terra a occidente, la terra delle ombre, la terra della morte. Quando moriva un cherokee, si diceva che era andato nella terra delle ombre. Gli indiani d’America non erano stati capaci di affrontare la morte, non più del sesso. Il sesso era circondato da tabù e battute sconce, la morte era accompagnata dal terrore. Si sapeva che certi indiani abbandonavano i propri morti, piangendo allo stesso tempo in preda a un dolore inconsolabile. I cherokee non erano così pittoreschi; a volte, era vero, tenevano cerimonie di sepoltura elaborate, ma in genere non parlavano facilmente della morte”. E’ per questo che il prezzo che paga Harriette Chiamata dal Tuono, Amica dell’Albero si diffonde, frase dopo frase, in Inagehi come le radici degli alberi nella montagna che custodisce i segreti della morte del padre e della sua stessa vita. Inagehi è un libro prezioso non solo riporta perché al centro dell’attenzione il rapporto con la natura e la wilderness nello specifico, dove “vivendo in una radura nella foresta, dormendo un sonno dopo l’altro, si scoprono cose comprensibili e cose incomprensibili; tutte profonde come il sole”. E’ soprattutto un’ecologia dell’anima quella che insegue Harriette Chiamata dal Tuono, Amica dell’Albero:  non vuole né vendetta né giustizia, particolari troppo umani e fragili in confronto al rispetto che trova nel silenzio della natura. Così, dato che, scrive Jack Cady, “come tutte le tragedie, anche questa ha bisogno di un coro” c’è solo l’imbarazzo della scelta: potete metterci i dischi di John Trudell, Robbie Robertson, Jerry Alfred o Bill Miller. Non saranno della stessa tribù di Harriette Chiamata dal Tuono, Amica dell’Albero, ma come colonna sonora di Inagehi andranno benissimo.

sabato 2 febbraio 2013

Neil Young

Uno degli aspetti più curiosi e interessanti della vita di Neil Young è che trova un nome per tutto. Non c’è automobile, caravan, chitarra, garage o abitazione a cui non abbia dato un appellativo neanche fossero esseri umani. Si capisce che è un uomo dalle mille passioni, tutte vissute in modo viscerale ed emotivo, con un’idea tutta sua della disciplina (ammesso che con Neil Young possa essere usato questo termine) o del lavoro. La sua storia, più che la sua autobiografia, è un’altalenante e irriverente carrellata di colpi di testa e sbalzi di umore dedicati di volta in volta alle chitarre, al modellismo ferroviario, alle automobili, al confronto con le rivoluzioni digitali, alle sue rock’n’roll band. La congiunzione di questi punti sparsi in modo bizzarro danno forma e fanno emergere il paradosso della sua coerenza e in fondo quello che Il sogno di un hippie nella sua essenza. Fedele alla sua natura di “cavallo pazzo”,  Neil Young scrive con lo stesso istinto delle convulsioni chitarristiche e, come si può immaginare con una certa facilità, la cavalcata è accidentata e piena di imprevisti perché rimane un incallito e indomito sognatore. Ingenuità ed eccentricità convivono da anni e contribuiscono a delineare una personalità unica, e non lo scopriamo certo oggi. Quello che si trova, anche soltanto sfogliando Il sogno di un hippie, è una collezione disordinata di anni in cui è stato accumulato un po’ di tutto. Come dal rigattiere dove Neil Young e il suo fedele art director comprarono il posteriore della Cadillac del 1959 poi insabbiato nella copertina di On The Beach (la sua preferita) Il sogno di un hippie raduna e mette a disposizione la ricetta degli spaghetti del papà (auguri), le contorsioni di un musicista che, dai Buffalo Springfield a Daniel Lanois non si è fatto mancare niente, i ritratti (sempre affettuosi) di compagne e compagni di viaggio, gli infiniti fotogrammi della vita on the road, gli aneddoti e le polemiche. Memorabili, in questo senso, le cinque pagine dedicate alla diatriba con la Geffen Records, parentesi discografica in cui i soliti, solerti ed efficienti manager pretendevano di sapere e di decidere chi o cosa fosse Neil Young. Lui rispose a modo suo, incidendo e pubblicando album del tutto estemporanei, mutando pelle e costumi senza preavviso. La battaglia, alimentata da “ego e incubi hollywoodiani”, andò avanti per un bel po’ perché “loro volevano che avessi successo commerciale e io volevo essere un artista che esprimeva se stesso: non sempre queste due ambizioni sono compatibili”. La strategia di Neil Young, all’epoca incomprensibile ai più, svela invece tutta la sua trama se ci si misura con Il sogno di un hippie. E’ un segmento elementare, una sequenza in cui diventa intelligibile il suo DNA: Neil Young ha fatto del mimetismo un’arte sublime perché nascondendosi di volta in volta dietro una maschera diversa è diventato ed è rimasto se stesso, che è poi Il sogno di un hippie diventato realtà (più o meno, perché con Neil Young non si è mai sicuri di niente).