venerdì 6 febbraio 2026

Jack Kerouac

Tre atti di una commedia, scritti nel 1957, l’anno di Sulla strada, un momento che nell’efficace introduzione di A. M. Homes viene identificato così: “A differenza di quei reduci della seconda guerra mondiale che, dopo essere tornati a casa, si erano sposati e trasferiti nei sobborghi, abbandonandosi completamente al sogno americano e alla cultura rampante del di più e di più e di più, allargando a dismisura il loro stile di vita, la vita beat veniva vissuta ai margini. I beat avevano poco da perdere non molto in basso da cadere”. I movimenti nella pièce, rimasta inedita, si susseguono rimbalzando le voci dei protagonisti che si finiscono le frasi a vicenda, si contraddicono, e continuano a disquisire di ogni argomento, dal cibo alla religione, con una naturalezza e una spontaneità uniche e per certi versi irripetibili. La densa ed effervescente natura dei dialoghi è quella impressa dalla volontà di Kerouac: “Voglio fare è ri-fare il teatro e il cinema in America, imprimere un moto spontaneo, rimuovere i concetti imposti di situazione e lasciare che la gente vada a ruota libera come fa nella vita reale. Ecco che cos’è questa commedia: non c’è una particolare storia, non c’è un particolare significato, c’è solo il modo di essere delle persone. Ogni cosa che scrivo è scritta immaginando me stesso come un angelo che fa ritorno sulla terra e, tristemente, la vede com’è”. La scena si apre con i protagonisti (Buck, Jule, Milo, Slim, Tommy) che si ritrovano in una stamberga sulla Bowery: giocano a scacchi, puntano i cavalli, scommettono sulla vita attorcigliandosi attorno a divagazioni filosofiche e a voli pindarici senza sosta. Improvvisano una qualche forma musicale, mangiano, bevono (parecchio) e non fanno molto altro. Secondo A. M. Homes, “vogliono sapere come e perché esistono e poi, in una specie di combustione spontanea, alla fine arrivano a scoprire che una risposta non esiste, esistono solo l’attimo in cui ci troviamo e le persone attorno a noi”. Forse è il motivo stesso per cui la commedia è così frammentaria, soprattutto nel secondo atto, quando dalla bettola si spostano all’ippodromo. Il tempo è una variabile fluttuante visto che “non c’è pazienza nell’eternità” e le puntate alle corse diventano una questione metafisica, come tutto, del resto. Il normale caos della Beat Generation qui è condensato in modo equo negli sproloqui di Milo (“Forza, amico, falla finita di parlare di nuvole giganti e andiamo a piazzare quelle scommesse”), di Buck (“Tutto quello che sarai, amico, è una grossa nuvola triste”) o di Irwin (“La superficie, X, è tutto quello che abbiamo”). L’improvvisazione è segnata dalle note di Dizzy Gillespie, dalle battute che distinguono il ritmo martellante, dalle iperboli che spuntano a ogni sospiro, compresa quella che dice: “Quante sabbie ci sono, che devono essere tolte dall’oceano Pacifico, ogni volta che versi un milione di galloni di succo della gioia nel vuoto dell’intero spazio, e importa davvero qualcosa”. Suona molto Beat Generation ed è condivisibile come la vede ancora A. M. Homes, ovvero che “lo stile di vita di Kerouac non era solo temerario dal punto di vista filosofico: era guerriglia linguistica, una bomba atomica letteraria che distruggeva qualsiasi cosa”. Alla fine, mentre sta sgocciolando l’ultimo atto, e sono ormai sono tutti scombinati, gli eroi blue collar di Beat Generation si ripromettono capire il mondo. Una bella impresa, ma l’intenzione è proprio quella e la mettono in pratica andandosene a dormire con il proposito di russare in silenzio. Cala il sipario, sogni e presagi torneranno a brillare, e a bruciare.