venerdì 30 gennaio 2015

Davis Grubb

La vita non scorre mai tranquilla lungo il fiume. Siamo nei dintorni del 1929 e la crisi economica serpeggia spietata nella provincia americana: non basta un umile lavoro a mantenere una famiglia con due figli ed è allora che Ben Harper decide di andare a prendere i soldi con una pistola. La rapina, solitaria e disperata, finisce in un disastro con due persone ammazzate, lui viene catturato in riva al fiume e condannato a morte, ma diecimila dollari sono spariti da qualche parte. Senza Ben Harper, Willa (la moglie e la madre di John e Pearl) deve andare a lavorare nella pasticceria di Walter e Icey Spoon. La vita diventa ancora più povera, delimitata e scandita dalle stagioni e dalle incombenze naturali: un temporale può dire molto, anche annunciare l’arrivo di un uomo misterioso, affascinante. Si chiama Harry Powell ed è un predicatore con le nocche tatuate: da una parte ha inciso sulla pelle “odio” e dall’altra, “amore”. La sua figura imponente si staglia subito nella terra desolata genera e ne evidenzia i limiti e i contrasti. Per quanto accompagnato da molti contorni oscuri, è anche un’opportunità. Per una donna con due figli da mantenere nelle profondità dell’America, un uomo e di conseguenza un marito, è più che necessario, se vuole vivere una vita onesta. Sostenuto dai benpensanti, Harry Powell potrebbe e dovrebbe essere la persona giusta per Willa, e invece è soltanto lì per interpretare un ruolo che può condurlo alla refurtiva. Il suo segreto è che in carcere condivideva la stessa cella con Ben Harper, prima che fosse impiccato, e da lui ha intuito l’esistenza del malloppo, nascosto da qualche parte, laggiù lungo il fiume. Harry Powell mente, ma anche chi è sincero, a partire da Willa, contribuisce a generare un substrato di ambiguità, che è poi il clima in cui il predicatore opera e si muove a suo agio. Un dilemma che è riassunto così: “Non è vero niente perché qui sta succedendo qualcosa che non capisco ma dobbiamo giocarcela fino in fondo finché le cose non si chiariscono”. La trama si annoda proprio intorno all’incedere dei contrasti, al sovrapporsi delle ombre che seguono il predicatore stesso e si propagano su tutti gli altri. L’inganno rimane nascosto e la costruzione del romanzo è una bomba a orologeria: Harry Powell insinua nella famiglia di Ben Harper come un virus. Nemmeno i bambini sono esenti dal fascino, anche se qualche margine di dubbio l’hanno sempre perché dal loro punto di vista “non sai mai che ti raccontano. E non scopri mai se le cose sono vere oppure no”. Quello che colpisce, anche a più di mezzo secolo di distanza, non è tanto la ricostruzione del predicatore come un ciarlatano, un truffatore, un killer pronto a tutto (e comunque, un grande personaggio), piuttosto la spessa sedimentazione di linguaggi, dalle filastrocche alle canzoni popolari, dai passaggi biblici al dialetto delle chiacchiere provinciali. Davis Grupp li riassume in una rappresentazione vivida, aspra, intensa che ha reso La morte corre sul fiume un classico. Con uno spunto chiaroveggente, poi, perché la città sullo sfondo, guarda caso, si chiama New Economy.

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