giovedì 12 febbraio 2026

Allan Gurganus

Raccontare la provincia è sempre una sfida e non sono pochi gli scrittori che hanno saputo trovare il registro giusto per allineare i limiti, il tran tran quotidiano, la definizione di luoghi dove la maggiore attrattiva è il tramonto, e il resto è relativo. Allan Gurganus, con la trilogia Local Souls, conclusa proprio con L’esca, è andato un po’ oltre, ridisegnando attorno all’ipotetica Falls, Carolina del Nord, tutta una grammatica delle relazioni, dell’ambiente, dello scorrere del tempo. Falls, che “conta più chiese che concessionarie d’auto, esattamente tredici in più, esige cittadini ottimisti ma anche stanziali”, è una solida certezza e ogni cambiamento riserva una piccola apocalisse. Quando il dottor Roper giunge alla meritata pensione i suoi pazienti si ritrovano disorientati, nonostante le premure della sostituta, la dottoressa Gita. Tra questi spiccano Red (padre) e Bill (figlio) Mabry che soffrono di una malattia cardiaca congenita e che, proprio per quello, avevano un legame speciale con Roper che però appartiene a un altro livello, come ricorda Bill: “Noi eravamo di canapa pesante, fatti per sopportare le temperature del granaio. Invece loro, che avevano vissuto sempre dentro casa, anzi, in quelle supercase, be’, loro erano di seta del 1820”. Gli sforzi dell’industrioso Red sono continui per superare quella linea, per avere una casa nel quartiere à la page di Riverside, per trovare un posto nel cuore delle istituzioni americane, il country club. Sa che “il biglietto per la classe media, una volta perforato, è irrevocabile. Se sai davvero apprezzare la differenza tra uno Chablis del supermercato e un autentico Malbec Réserve, allora vuol dire che hai gustato la mela, o almeno l’uva. Non puoi tornare indietro. In paradiso e all’inferno non accettano la stessa moneta”. Le cronache di questi sforzi sono l’apice narrativo che raggiunge L’esca e di conseguenza l’intera trilogia Local Souls perché Allan Gurganus usa un tono intelligente che è fornito di una leggerezza, ma anche di una sua profondità, e di un’ironia strisciante sapendo che “per sopravvivere a Falls bisogna saper stare allo scherzo. O almeno fare finta”. Si sente benissimo il particolare feeling con cui va focalizzando gli strati sociali, paesaggistici e umani, le convenzioni e le idiosincrasie enunciandole in modo molto scorrevole, a tratti persino divertente e raccogliendo il tragico e il comico di una cittadina americana, come se avesse una vita propria. Quando Doc Roper, ormai libero dagli impegni professionali, si dedica a intagliare e a dipingere anatre e altre creature ornitologiche, l’hobby diventa contagioso e tutti cominciano a immaginare cosa può succedere agli artisti “diventati famosi a New York”, che è su un altro pianeta. Lì, tra una grigliata prodigiosa e due cacatua, una collezione di auto d’epoca e un’abbondanza di cocktail, il destino è rimandato a data da destinarsi e così, come spiega Bill, “prima che le cose cambiassero, a Falls si respirava l’aria del rifugio sul fiume, lontano dai tumulti del mondo e dalla politica involgarita, ed era particolarmente piacevole per gente come noi che disponeva di una certa larghezza (e di un certo tipo) di beni”. Il turning point arriva proprio dal fiume Lithium che, già inquinato e velenoso, esonda. L’alluvione, che livella i residenti di Riverside e libera nella corrente le opere di Roper e i medicinali di Bill, è sintomatica perché “le catastrofi ti spingono a mettere in dubbio tutto quello che di buono e stabile c’è stato nella tua vita”. Nonostante la distruzione incombente, la popolazione di Falls si ritrova ancora capace di gestire la situazione e riesce ad affrontare la realtà, “diversamente dai tanti mentecatti incolti di recente divenuti presidenti”. La fenomenologia di Bill, che è il testimone più affidabile di Falls, arriva alla sua conclusione, peraltro già annunciata nell’incipit che potrebbe benissimo essere il finale: “Ora che sono descritto, posso rischiare tutto. Finalmente non sono più un uomo solo”. Brillante, acuto e originale.

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