martedì 11 febbraio 2014

John Steinbeck

Quello di Tom Joad è un fantasma che si ripresenta più e attuale e spettrale che mai. Il viaggio della sua famiglia su una strada che è viva, senza fine e brulicante di migranti, un nuovo popolo in cerca di una terra promessa, un’inedita specie americana, evoca il giorno in cui “gli eserciti dell’amarezza andranno tutti nella stessa direzione. E marceranno tutti insieme, e spargeranno un terrore di morte”. Il tenore apocalittico è il senso primo e ultimo di Furore perché “la gente è il posto dove vive” e quando la meccanizzazione dell’agricoltura attraverso le colture intensive e quelle pratiche economiche che rendono mostri i trattori e le banche i Joad rimangono devastati vedendo che “la terra partoriva sotto il ferro, e sotto il ferro a poco a poco moriva, perché non era stata amata né odiata, non aveva attratto preghiere né maledizioni”. L’illusione di essersi lasciati alle spalle una ferita vasta quanto una nazione è un miraggio e dura lo spazio di un niente: la polvere è ovunque e ai Joad non resta che chiedersi “come facciamo a vivere senza le nostre vite? Come sapremo di essere noi senza il nostro passato?”, e sono queste le domande che hanno trasformato Furore in un classico. Duro, estremo, non riconciliato, unico tanto da sollecitare l’inequivocabile sentenza di Tom Wolfe: “La grande letteratura americana è finita con John Steinbeck. Dopo di lui, il diluvio. Solo autori molli, contagiati dalla malattia perniciosa del romanzo francese: nessuno che abbia più raccontato una storia sporcandosi le mani con la realtà”. Su questo si può anche essere in disaccordo, ma, come puro e semplice narratore, Steinbeck è incredibile: per dire, dopo un capitolo passato a decantare l’amore per le automobili (usate, peraltro) lascia Tom Joad in mezzo a un sentiero desertico. E’ quella la forza di un’amarezza che Furore non stempera mai: l’odissea della famiglia Joad procede su strade che dovrebbero portare in California e invece si inerpicano nel mezzo del nulla. Furore aveva e ha ancora un’energia infinita nelle descrizioni, nel racconto della Route 66, un’ossessione micidiale nell’inquadrare lo spirito di un tempo sfuggente, di tutti i tempi, di sempre e John Steinbeck è stato soltanto straordinario a evidenziarne, quasi con precisione fotografica, i dettagli perché siamo “la rabbia di un momento, le mille immagini”, e poco altro. Una di queste, appare subito nelle prime pagine e rimane scolpita dalle parole: “Venne l’alba, ma senza giorno”. C’è l’intero Furore in una frase, anche se poi John Steinbeck sguscia fuori dalla pelle dello scrittore e alza la voce con un tono che è soltanto profetico: “Se riusciste a capire questo, voi che possedete le cose che il popolo deve avere, potreste salvarvi. Se riusciste a separare le cause dagli effetti, se riusciste a capire che Paine, Marx, Jefferson e Lenin erano effetti, non cause, potreste sopravvivere. Ma questo non potete capirlo. Perché il fatto di possedere vi congela per sempre in io, e vi separa per sempre dal noi”. Imprescindibile. 

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