mercoledì 1 febbraio 2017

Jim Harrison

La seconda trilogia di racconti dopo le Leggende d’autunno alias Vento di passioni è l’apoteosi del Jim Harrison più viscerale e dei suoi temi preferiti, la lotta per la sopravvivenza, la vita nella wilderness, una caccia alla libertà senza sosta e nello stesso tempo un senso per l’introspezione spontaneo, evocato da Società tramonti in un passaggio inequivocabile: “La realtà è una questione di percezione e di riflessi, e dopo trenta giorni si può dimenticare dove finisce la propria pelle e dove comincia il mondo esterno”. A Brown Dog, il personaggio che comincia proprio qui una saga di racconti, poi radunati nell’omonima raccolta del 2013, capita spesso. Il suo carattere, che lo porta a interpretare il ruolo di ultimo possibile discendente di un complicato albero genealogico nativo, e per motivi molto meno nobili di quanto si possa immaginare, è riassunto in un passaggio, che per molti versi collima con il modus vivendi di Jim Harrison: “Non serviva a niente starsene lì al vento farselo venire duro pensando alla ragazza, così sono tornato nella capanna, ho aperto la finestra senza far rumore, ho preso il mio fucile calibro 22 (Remington) e ho sparato al coniglio per la cena. L’ho spellato e sventrato, l’ho tagliato a pezzi e li ho fatti rosolare con un po’ di pancetta. Il coniglio era un grosso maschio e sapevo che sarebbe stato duro, così l’ho messo a stufare con un po’ di rape, patate, cipolle e una testa d’aglio. E’ stata Shelley a iniziarmi all’aglio, per via che ho la pressione alta, e adesso piace più a me che a lei. Qualche volta ne faccio bollire una testa lo spalmo sul pane tostato, perché non mi piace il burro. Ho messo la pignatta sulla stufa e mi sono seduto a ripensare alle cose che erano successe di recente, passo dopo passo”. Avranno molto su cui riflettere, anche i personaggi di Società tramonti, impegnati in una missione impossibile che ricorda, più per gli umori che per gli scopi, l’improbabile gang di Un buon giorno per morire. Sono in viaggio sul border per salvare “un seccatore sfinito più che un rivoluzionario, un uomo ossessionato dall’ingiustizia al punto da farsene distruggere, ridotto a un paranoico amareggiato che i suoi compagni rivoluzionari preferivano ignorare o evitare. Le autorità che potevano ancora aver voglia di perseguitarlo dovevano aver dimenticato che era passato ben più di un decennio dall’ultima volta che al suo dossier era stato aggiunto qualcosa di significativo”. Il destino dell’operazione è segnato fin dall’inizio e l’unico motivo concreto che hanno per sprofondare in un disastro completo è che sono amici e, come si premura di sottolineare Jim Harrison, “nella mitologia della nostra cultura, che risale ai primi esploratori, agli uomini delle montagne ai cacciatori di indiani, ai cowboy, attraverso una mezza dozzina di guerre, il concetto del primato dell’amicizia è praticamente la spina dorsale della nazione. Il fatto che sia una cosa di cui si parla molto ma che si pratica poco, nulla toglie alla sua funzione di motivazione. Il più delle volte nessuno si getta su una granata innescata per salvare gli amici”. Allineato a Brown Dog e Società tramonti nell’evidenziare il tormento degli outsider nel cronico e quotidiano conflitto per restare a galla, La donna illuminata dalle lucciole sposta invece l’attenzione su contorni artistici e intellettuali seguendo le gesta di Clare, un diversivo sul personaggio femminile già anticipato un paio d’anni prima con Dalva e poi seguito da Julip nella raccolta seguita a Società tramonti. Tre sorsi di un Jim Harrison d’annata (era il 1990), invecchiato molto bene.

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