sabato 30 gennaio 2016

H. P. Lovercraft

C’è qualcosa di grandioso nei racconti di Lovercraft che esula dall’aspetto fantastico e dal misterioso fascino che emanano. E’ quella capacità, persino il coraggio, di interpretare “mondi estranei ai nostri”, con la consapevolezza, come ricordava il fenomenale incipit di Il richiamo di Cthulhu, che “la cosa più misericordiosa al mondo sia l’incapacità della mente umana di mettere in relazione i suoi molti contenuti. Viviamo su una placida isola d’ignoranza in mezzo a neri mari d’infinito e non era previsto che ce ne spingessimo troppo lontano”. Antichi riti, architetture segrete, creature e civiltà imperscrutabili, forze incontrollabili, il terrore dell’ignoranza e le tentazioni innate del “nostro senso dell’avventura”: è sempre la composizione di tutti questi (parecchi) elementi a rendere densa e complessa la scrittura di Lovercraft, a celebrare “gli orrori che potevano celarsi nelle profondità sconosciute”. Non c’è mai un solo strato: leggende, ballate, tradizioni tramandate lungo interi albero genealogici, valutazioni scientifiche, credenze popolari, una serie di sedimenti s’incastrano uno nell’altro fino a generare la miscela micidiale dei racconti, la cui detonazione “combina l’effetto dell’imprevisto con quello dell’incredibile”. La costruzione del fantastico passa per l’assemblaggio di una concreta quantità di realtà e se I topi nel muro sono l’espressione più completa di questo processo, l’elemento razionale che è sempre un tratto aggiuntivo, un indizio che Lovercraft distribuisce con accurata parsimonia, trova, nell’ammoniaca per la refrigerazione in Aria fredda, un’esemplare sublimazione. Non è mai determinante, non è mai fondamentale, ma è una componente sempre presente, non con la necessità di giustificare il fantastico, che non ha bisogno di essere giustificato, ma con il bisogno di reggere il racconto, di offrire un punto di riferimento perché “le anomalie suscitano sempre avversione, sfiducia e paura”. Come scrive Lovercraft, proprio in Aria fredda, “è sbagliato credere che l’orrore si manifesti inevitabilmente al buio, nel silenzio o in solitudine. Io l’ho provato nello splendore del pomeriggio, tra i suoni assordanti di una metropoli e nell’affollatissimo ambiente di una modesta pensione; al mio fianco, per giunta, c’erano due uomini robusti e una prosaica padrona di casa”. La percezione delle mostruosità viene esaltata con Il colore venuto dallo spazio, secondo Stephen King “l’unico racconto di fantascienza” scritto da Lovercraft, dove diventa esplicito che l’intima natura di quegli esseri e di quelle realtà abominevoli “non è qualcosa che si veda, si senta o che si possa toccare, ma anzi, qualcosa che si immagina soltanto”. Il colore venuto dallo spazio si spinge anche più in là perché Lovercraft lo definisce “una delle grigie, contorte, fragili mostruosità che non cessano di turbare i miei sogni”, suggerendo una collocazione inconscia, se non proprio onirica, delle origini dei suoi racconti. Va da sé che è l’ambiente notturno quello in cui i principi della tenebre dettano le loro tremende leggi ed è proprio lì che la recensione di Stephen King è in qualche modo quella definitiva: “Le sue storie erano davvero potenti. Le più riuscite ci fanno percepire la dimensione dell’universo in cui siamo sospesi, e suggeriscono l’esistenza di forze misteriose che potrebbero distruggere tutti se soltanto grugnissero nel sonno”. Se fosse possibile, bisognerebbe leggere Nyarlathotep (un capolavoro di poesia gotica) con gli occhi chiusi, per capire che “la città era sempre la stessa, che era ancora un posto per i vivi”. D’altra parte, come indica L’estraneo, è certo che nell’ombra si nasconde “un mondo sotterraneo di mistero infinito e orribili suggestioni”. Una di queste, Dagon, la creatura marina che emerge dagli abissi della mente non meno che dalle correnti marine, potrebbe benissimo essere una sorta di fantasma di Atlantide. Gli inquietanti segnali che ancora distribuisce sono destinati a quelli che Lovercraft chiama “i resti dell’umanità insignificante, logorata dalle guerre”. La prospettiva è fondamentale ed è la fonte principale dell’equilibrio dei racconti perché come scrive H. P. Lovercraft in Il modello di Pickman: “Io invoco spiriti umani, spettri di esseri che hanno raggiunto un alto livello di organizzazione, creature complesse in grado di contemplare l’inferno e capirne l’essenza”. Non è soltanto l’orrore in sé. E’ l’immaginazione necessaria a concepirlo e a tradurlo, come ha capito benissimo Stephen King: “Ci vuole un atto intellettuale sofisticato e robusto per credere, anche per poco tempo a Nyarlathotep, al cieco senza volto, a Colui che sussurrava nelle tenebre”. L’imponderabile si può leggere soltanto così.

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