giovedì 16 febbraio 2012

Charles Bukowski

Il protagonista di Pulp, Nick Belane, è un detective alle prese con un caso particolare. Non si capisce cosa stia cercando, anche se lo fa con una certa determinazione, quando prende la porta ed esce nelle strade di Los Angeles: “Fuori, avanzai con decisione tra la nebbia. Avevo gli occhi tristi e le scarpe vecchie e nessuno mi voleva bene. Ma avevo da fare”. Non c’è dubbio che lo sappia dove sta andando: la sua missione è complicata e oscura e gli occupa tutte le giornate, ma non deve scoprire né colpevoli né innocenti e il più delle volte si lascia trasportare dalle onde di una malinconica impotenza che gli fa dire: “Niente da fare. Tutti restavano fregati. Non c’era nessun vincitore. Solo vincitori apparenti. Stavamo tutti dando la caccia a un grandissimo nulla”. A dire il vero le sue ricerche sono abbastanza sgangherate e intervallate da distrazioni ingombranti. Un po’ si tratta di voli pindarici a cui Nick Belane non riesce a rinunciare e che lo portano sempre a riflettere su improbabili svolte esistenziali: “Cominciai a pensare di passare a un altro genere di lavoro. Ero lì in attesa di commettere un’effrazione e registrare una scopata, e non ci provavo nessun gusto. Era solo lavoro, l’affitto, la sbobba, aspettare l’ultimo giorno o l’ultima notte. Sempre ad aspettare. Che stronzata. Avrei dovuto diventare un grande filosofo, avrei detto a tutti quanto eravamo sciocchi, a stare in giro a fare andare l’aria dentro e fuori dai polmoni”. Il più delle volte si fa cogliere fuori posto, attratto da dettagli tanto appariscenti quanto irrilevanti per i suoi scopi. Solo che non sa resistere, e lo confessa senza pudore: “In qualche modo mi persi, cominciai a guardarle su per le gambe. Mi sono sempre piaciute, le gambe. E’ stata la prima cosa che ho visto quando sono nato. Ma allora stavo cercando di uscire. Da quel momento in poi ho sempre tentato di andare nell’altra direzione, ma con fortuna piuttosto scarsa”. Per adeguarsi a quella terra di nessuno, dove le ambizioni sono limitate e le possibilità ancora più rarefatte, Nick Belane ha un suo personalissimo metodo, tutt’altro che infallibile: “Avevo la tendenza a preoccuparmi quando non ce n’era nessun motivo. E quando c’era qualcosa di cui preoccuparsi mi ubriacavo”. Il vero problema è il bersaglio di cui si deve occupare: più ci pensa e più è vago, più lo cerca e più lo perde e, come se non bastasse, “c’è sempre qualcuno in procinto di rovinarti la giornata, se non l’esistenza”. Il suo nome è una sciarada nel cruciverba dei boulevard di Los Angeles e tra un drink e l’altro diventa chiaro che Nick Belane non raggiungerà mai l’incredibile scopo di trovare (o ritrovare, volendo essere generosi) se stesso perché “l’inferno era come lo facevi tu” e nel suo, se proprio non ci sta a meraviglia, almeno sa come tirare tardi. Un caso a parte nella storia di Charles Bukowski, Pulp è un romanzo affascinante e non privo di una sua surreale ironia nell’immergere Raymond Chandler in un bagno di whiskey, se basta a rendere l’idea.

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