martedì 23 dicembre 2014

Don DeLillo

Si può leggere La stella di Ratner come un’inconcludente teoria di scrittura, fine a se stessa: un’elaborazione infinita del rapporto (non del tutto improbabile) tra lettere e numeri, visto che lo stesso Don DeLillo ha ammesso di aver “provato a scrivere un romanzo che non solo avesse la matematica tra i suoi argomenti, ma che, in un certo senso, fosse esso stesso matematica. Doveva incarnare un modello, un ordine, un’armonia: che in fondo è uno dei tradizionali obiettivi della matematica pura”. Il sistema è solo un’apparenza, un abbaglio o un miraggio: La stella di Ratner ha piuttosto le sembianze di un tema jazzistico su cui piovono improvvisazioni, interludi e incognite assortite. La trama è sintetizzata, ormai a metà del romanzo, dallo stesso DonDeLillo: “L’ombra dell’era matematica moderna prese a stagliarsi sulle pareti imbiancate suppergiù in contemporanea con il manifestarsi dello spirito della ghigliottina, turbando i sogni di un esile fanciullo che in seguito si sarebbe distinto per precisione, sgomberando con maestria il flusso regolare dell’analisi di tante incertezze”. Si chiama Billy Twillig e sarà il genio principale di una cosmopolita task-force incaricata di decifrare un messaggio proveniente dai dintorni della stella di Ratner. Endor vive in un buco e mangia larve, Hoad arriva in elicottero, Otmar Poebbels è il suo superiore ed è seguito in ordine sparso da Simeone Goldfloss, Desilu Espy, Harouh Farad, Kidder, LoQuadro, Mutuka alias Gerald Pence, Hoy Hing Toy e poi Celeste Dessau, U.F.O. Schwarz, Shirl Trumpy, Viverrine Gentian, Rahda Hamadyad, Armand Verbene, Siba Isten-Esru fino a contrazioni come Grbk o Troxl. La lunga trafila di nomi, più che di personaggi con identità vere e proprie è una sequenza linguistica parallela al corso aritmetico e algebrico. Con tutti loro (visto che “i nomi raccontano storie”), Don DeLillo mette il piccolo “mago dei numeri” al centro di un labirinto narrativo. Una folle danza di parole che comprende “una modalità di esistenza subidiotica” piuttosto che “un’indagine sui composti silfizzanti esoionici” o una non meglio identificata “repressione analogica ideativa”. Un rumore bianco di perversa ironia: più ci si addentra nell’underworld della strampalata comunità scientifica che cerca di decifrare il messaggio alieno e più è evidente il ruolo (provocatorio) dei giocatori. A partire da Don DeLillo “in orbita” (la definizione è usa) con la rivoluzione che compie La stella di Ratner attorno ai suoi romanzi: in fondo, è il frutto di “uno spionaggio poetico praticato dai sensi per contrastare il sospetto di vuoto che alberga in noi riguardo all’esistenza stessa”. Marshall McLuhan, una decina d’anni prima che La stella di Ratner apparisse all’orizzonte, diceva che “il medium è il messaggio”. Don DeLillo sostiene che “forse non esiste alcun messaggio” e tutto quello che facciamo “in realtà, è imporre i nostri limiti concettuali a un argomento impossibile da concludere entro i confini delle nostre conoscenze attuali. Ci parliamo intorno. Emettiamo suoni al fine di rassicurarci. Tentiamo di sbucciare i sassi”. Quanto agli extraterrestri, siamo sicuri che Don DeLillo è sempre d’accordo con il famoso parere Arthur C. Clarke: “La miglior prova dell’esistenza di forme di vita intelligente nello spazio cosmico è il fatto che non sono mai venute da noi”. Un paradosso, ma nemmeno tanto. 

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