
lunedì 27 novembre 2017
Philip Dick

giovedì 23 novembre 2017
Thomas Harris
Quando Hannibal Lecter, nel suo antro sotterraneo dove è rinchiuso senza futuro, dice a Clarice Starling che vive “la memoria al posto del panorama”, s’intravede la sottile filigrana che abbraccia tutto Il silenzio degli innocenti. Il susseguirsi delle scene è scandito da un ritmo preciso, che non sbaglia un colpo ed è dettato da tutta una serie di piccoli agganci e di rimandi nella trama, distribuiti da Thomas Harris senza risparmiarsi eppure con meticolosa accortezza. Tutto è incastrato proprio come il meccanismo di sparo di un’arma da fuoco: semplice, solido, micidiale, ineluttabile. Il silenzio degli innocenti è costruito nello stesso modo, a partire dalla triangolazione che unisce Hannibal Lecter, Jack Crawford e Clarice Starling che è l’architrave di uno schema preciso e reiterato. Tutto ruota attorno ad una serie di figure che si incastrano per le estremità. Clarice Starling, “remota e bella. Una ragazza che sembra un tramonto d’inverno” nella descrizione di Frederick Chilton, è l’elemento catalizzatore che mette in comunicazione linee diverse, le asseconda e, comprendendole, riesce a renderle intellegibili al lettore. Anche nel corso di una storia tutt’altro che semplice, come è Il silenzio degli innocenti. Jack Crawford, elegante e tormentato, acuto e concentrato distribuisce le carte ma è con Hannibal Lecter che Thomas Harris ha colto uno di quei personaggi destinati a pesare per sempre nell’immaginario. Inserita in una cornice ben delimitata, e senza sbavature, la scrittura resta lineare, senza particolari pretese stilistiche, accattivante, eppure Thomas Harris ha uno spiccato senso per il dettaglio, un modo coinvolgente di attirare il lettore e non mollarlo mai. Con molto mestiere, senza dubbio, ma anche con l’abilità raffinata nell’elencare le svolte fondamentali, nel renderli chiari, scegliendo dialogo per dialogo quali leve usare per svelare il passaggio successivo. Come spesso capita nel confronto tra Clarice Starling e Jack Crawford, in particolare quando le dice: “Mi dia retta: un delitto confonde già abbastanza le idee anche senza bisogno che le indagini mescolino le carte. Non si lasci mettere fuori strada da un’orda di poliziotti. Abbia fiducia nei suoi occhi. Ascolti se stessa. Mantenga il delitto ben separato da quanto succede intorno a lei. Non cerchi di imporre a quell’individuo uno schema o una simmetria. Conservi una mentalità aperta, e lasci che sia lui a rivelarsi”. La realizzazione è impeccabile e Thomas Harris alza il tiro perché non sembra importante chi sia il responsabile degli efferati omicidi, piuttosto l’intricato sottobosco di conflitti (psicologici, procedurali, politici) che sottintendono la ricerca dell’assassino e la sua cattura, e ancora di più “le indegnità subite dalla vittima, l’esposizione agli elementi e agli occhi di estranei suscitano collera, se il tuo lavoro ti permette di andare in collera”. Si capisce perché Hannibal Lecter sia sempre al centro dell’attenzione, un magnete malefico e perverso che, come si sa, nasconde, dietro un’affettata cortesia, un maniaco cannibale. Attorno a lui, Thomas Harris ha costruito un romanzo che nello stesso tempo è una sceneggiatura finita e pronta all’uso. Non a caso le differenze con la bella riduzione cinematografica di Jonathan Demme sono (per una volta) al minimo sindacale: la storia era già perfetta così.
lunedì 20 novembre 2017
Jack London

mercoledì 15 novembre 2017
James Ellroy
Los
Angeles è Hollywood e le fotografie sulla scena del crimine hanno
l’atmosfera del cinema noir. Lo scambio è inevitabile, l’osmosi
continua, e figurarsi se questo James Ellroy non lo sa, anzi lo sa e
lo spiega benissimo: “Perché le foto dei morti nelle scene del
crimine sono così belle? Perché sono sempre di qualcun altro, ed è
improbabile che noi finiamo stecchiti davanti a un albergo a
ore della East 5th Street. Perché l’accumulo di particolari da
film suggerisce un mondo che è insieme simile e distante dal nostro.
Perché il subconscio è intorpidito da immagini sepolte e frammenti
sinaptici che riemergono dalla memoria razziale e la nostra vita va a
finire nel gorgo di quello spiritus mundi in perpetua
evoluzione che chiamiamo storia, e toccare i confini della vita
orrifica di allora vuol dire affermare il nostro transito
terreno ora, nonché riaffermare entrambi come luminosamente
unici e piattamente banali, perché alla fine siamo tutti uniti come
un solo essere con un’anima sola, e alla fine l’arte è
l’elemento che permette la fusione di vivi e morti, uniti e
riconciliati”. Le immagini inchiodano il momento senza possibilità
di errori o divagazioni. Il rigoroso bianco e nero delle fotografie
coglie qualcosa in più delle due dimensioni, nell’ottica di James
Ellroy che sottolinea a ripetizione “il gesto ambiguo, l’effimera
corrente sotterranea, la consapevolezza pervasiva del fatto che il
gioco è truccato”. Mostrano una Los Angeles di “allora” che è
il seme per quella di “adesso”. E’ un refrain che torna spesso
nei commenti e nelle didascalie di James Ellroy, come se le
fotografie fossero la connessione tra due città nel tempo, quella di
allora con una sua cruda, spietata e distorta eleganza e
quella di adesso, che non esiste. Una Los Angeles che è
sparita e che rimane nella memoria dato che, come spiega Glynn
Martin, “il crimine possiede, per sua natura, una sorta di
continuità immune al passare del tempo”. La Los Angeles di allora
ha ancora un volto umano, persino nella disperazione. Anche se il
vero motto del dipartimento guidato da William Parker era “reprimere
e sopprimere”, che è un po’ diverso da “proteggere e servire”,
la polizia, piaccia o meno, non girava armata come un esercito in
assetto da combattimento. Ci sono smorfie e sguardi molto perplessi
davanti alle posizioni scomposte dei cadaveri di un’omicidio o di
un suicidio. Le foto hanno una dignità geometrica. Sembrerà strano,
ma c’è quasi compassione, più che “disprezzo” e tutto è più
modesto e accurato. Le forme appaiono eleganti: le automobili sono
tutte curve e imbottiture, le strade sono più larghe, libere e
pulite, luoghi che sono stati set cinematografici prima di diventare
scene del crimine, e viceversa. La commistione tra fiction e realtà
è elevata a regola quotidiana. In più c’è un elemento di
nostalgia, nemmeno troppo velato, nei commenti di James Ellroy:
questi sono i suoi luoghi oscuri in una luce diversa, e i continui
richiami a Perfidia, American Tabloid e Dalia Nera
sono riferimenti naturali e spontanei per gli adepti di Los Angeles.
Non si può veramente andarsene, è la città in cui vai “in
vacanza, e torni a casa in libertà vigilata”. Un potere ipnotico
che vale per la prosa di James Ellroy che è inseparabile da Los
Angeles e volutamente volgare. Se per l’occasione cita con rispetto
Saul Bellow e Don DeLillo, le sue fonti di ispirazione sono sempre
quelle sul campo: i “ragazzi del coro” di Joseph Wambaugh, Lenny
Bruce, Charlie Parker e John Coltrane in un buco fumoso e Dexter
Gordon che suona il sassofono in galera. Il film non finisce mai.
mercoledì 8 novembre 2017
Lewis Mumford

domenica 5 novembre 2017
Barry Hannah
Barry
Hannah continua a essere un oggetto non ben identificato nei corsi e
ricorsi della letteratura americana. Basta inoltrarsi in Mezzanotte
e non sono ancora famoso per accorgersi quanto scomoda e
spigolosa sia ancora oggi la sua narrativa: non è politically
correct, non è né accomodante, né consolatoria, meno che mai
riflessiva o indulgente. Il senso dell’umorismo, indispensabile
anche per chi legge, è tagliente, il tono abrasivo, i bersagli
dichiarati senza tanti patemi, e nessuna esitazione. Un tratto
anarcoide che, con gran gusto e disgusto, prende di mira ogni forma
di istituzione, a partire da quella più celebrata, la famiglia. Una
parte rilevante dei racconti di Mezzanotte e non sono ancora
famoso mette in mostra coppie più o meno disintegrate, avventure
impossibili e matrimoni in cui molte cose che non vanno. Succede in
modi e casi diversi con La nostra casa segreta, Amare
troppo a lungo, Moglie e amici a pranzo, Sorda e muta
o (è chiaro fin dal titolo) in Osservate l’estremo strazio del
marito. Quando Barry Hannah li lascia trasportare, l’eccesso è
inevitabile, come succede nelle due pagine urticanti di Pete
resiste all’uomo della sua vecchia stanza, nel caotico Venir
vicino a Donna, e ancora di più nell’irriverente E’
proprio vero, con lo psicologo Lardner, che raccoglie (e
commenta) le registrazioni dei suoi pazienti, annotando a margine che
ormai “le grandi domande sembrano averci risparmiato”. Barry
Hannah non concede nulla nemmeno agli agli eroi: dall’attualità
del conflitto in Vietnam (la raccolta risale al 1978) riportata in
Testimonianza di un pilota e nell’apoteosi di Mezzanotte
e non sono ancora famoso, ai “southern accents” della guerra
di secessione in Strappato a forza dalla tomba e Quo vadis,
sporcaccione?, i toni grotteschi celebrano in una luce acida le
gesta belliche, che poi, nel trionfo comico e brutale di Sapevo
che non era il tipo per me, eppure l’ho seguito vengono
riassunte così: “Siamo solo dei predoni e dei maniaci: lo capisco
dalla luce che guizza nello sguardo degli uomini. Tutti stanno
diventando sempre più pazzi pere la semplice pazzia d’esser troppo
lontani da casa per farvi decentemente ritorno”. In realtà tutti i
protagonisti di Mezzanotte e non sono ancora famoso sono
comunque fuori posto: hanno sempre qualcosa da nascondere, una
menomazione, un difetto, una lacuna, che spesso determinano una
svolta nelle singole storie. C’è soprattutto l’imprevedibile,
che è il dato caratteristico di Barry Hannah, lo sbalzo, la nota
stridente: un racconto non finisce mai come comincia, la sorpresa è
dietro ogni angolo, e, per quanto brillante, l’urto scomodo tocca
tutti i partecipanti. Nessuna compassione, nessun rimpianto: i
racconti di Mezzanotte e non sono ancora famoso sono collegati
uno all’altro da minuscoli riferimenti, un nome, un’ossessione,
un tema ricorrente, ma soprattutto dall’infausto destino che
associa i protagonisti. Un’unica elegia, a suo modo significativa,
s’intravede in Tutti quei vecchi volti intenti lungo la
ringhiera, dove un manipolo di anziani che osserva Oliver
manovrare la sua barca con a bordo la ragazza “come a Pearl Harbour
nel 1941” commentano dal molo, e con uno scampolo di saggezza: “Qui
siamo tutti abbastanza vecchi da capire che fine faranno gli
sciocchi”. E’ un messaggio che Barry Hannah scrive con
l’inchiostro simpatico, da usare con le dovute precauzioni.
giovedì 2 novembre 2017
Wallace Stevens
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