giovedì 30 aprile 2026

Paul Auster

Un complicato meccanismo a incastri dove un autore con la scrittura anticipa o delinea una o più realtà parallele: in Uomo nel buio gli scenari si sovrappongono, sottotesti si incuneano nella narrazione, sogni e incubi si alternano nella trama, che, in breve, “parla di un uomo che deve uccidere la persona che lo ha creato”. Lui è Owen Brick è un prestigiatore che si trova catapultato in una dimensione dove è in corso una guerra civile, “in questo paese che dovrebbe essere l’America ma non è l’America” che poi è quella di sempre dilaniata dalle contraddizioni e dai conflitti. Emergendo da una fossa, diventa un soldato con il grado di caporale e viene incaricato, o meglio, costretto a intraprendere la missione omicida contro chi l’ha inventato, insieme al contorto avvenire & presente americano “per ora tutto nel regno della fantasia, un sogno per il futuro, dato che la guerra continua a trascinarsi ed è ancora in vigore lo stato di emergenza”. Le attinenze storiche con le turbolenze e la brutalità del primo decennio del ventunesimo secolo, gli anni successivi all’11 settembre 2001, per intenderci, sono da mettere in conto e pesano parecchio sul destino complessivo dell’Uomo nel buio. Il bersaglio designato è August Brill, critico letterario sofferente e insonne, artefice di quella terra di nessuno dove “il reale e l’immaginario sono tutt’uno. I pensieri sono reali, anche i pensieri di cose irreali. Stelle invisibili, cielo invisibile”. La pratica ha qualcosa di involontario, che sfugge al controllo dell’Uomo nel buio: “Quando il sonno non vuole venire faccio così. Rimango steso a letto e mi racconto storie. Forse vorranno dire poco, ma fino a quando sono al loro interno mi impediscono di pensare alle cose che preferirei scordare”. Le digressioni si susseguono e spostano i livelli della lettura in continuazione, rimbalzando dalla fluttuante fiction di Owen Brick a quella di August Brill, scavalcando le coordinate temporali, dalla guerra di secessione  alle rivolte di Newark, centellinando incubi e sogni, vecchi film descritti scena per scena e letture con un loro peso specifico, tra cui Camus, Čechov, Calvino, quest’ultimo più di tutti. Nella seconda metà l’Uomo nel buio è tutto imperniato su August Brill e tre generazioni di donne, Sonia (moglie), Miriam (figlia), Katya (nipote) nonché Titus, unico collegamento con i cupi movimenti bellici della prima parte, visto che viene ucciso in Iraq. Più che una divagazione, prende forma un racconto vero e proprio che, nella sua autonomia, stride un po’. L’impressione è che Uomo nel buio sia un patchwork di elementi molto diversi (comprese le recensioni cinematografiche) assemblato da Paul Auster con l’urgenza di guardare attraverso i suoi protagonisti lo specchio deformato dei tempi quello che viene definito “il folle mondo, il mondo percosso, il mondo che viene avanti mentre le guerre divampano attorno a noi: le braccia mozzate in Africa, le teste mozzate in Iraq, e nella mia testa quest’altra guerra, una guerra immaginaria sul suolo di casa nostra, l’America spaccata, il nobile esperimento infine morto”. La composizione di Uomo nel buio è audace negli sconfinamenti tra narratori e personaggi, e nell’accavallare le estensioni dell’immaginazione e le differenti forme di scrittura, anche dove il rischio di un corto circuito si fa più che frequente. Per dirla con Paul Auster è “roba provocatoria, sì, ma ci sono altre pietre da dissotterrare”, e l’utile avviso per il lettore, nascosto tra le pieghe dell’Uomo nel buio, funziona come una bussola: bisogna fare attenzione, la notte è lunga e le storie restano le uniche luci.

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