venerdì 20 marzo 2015

Nickolas Butler

Quattro amici, raddoppiati dalle rispettive consorti, fidanzate mogli o ex, si inseguono nel recinto di una cittadina del Midwest. Si sposano, si separano, si tradiscono e tirano avanti in un modo o nell’altro: c’è Lee, la rock’n’roll star in cerca d’ispirazione e di se stesso, poi Kip, il self made man di turno, e Henry, che non se ne è mai andato e Ronny, sfortunato eroe dei rodeo. Ci sono Clohe, Beth, Felicia, Lucy, partono e ritornano e si scambiano le vite, sovrapponendo desideri, ambizioni, fallimenti e ricordi, un sacco di ricordi. La suddivisione delle voci dei personaggi, per quanto schematica, è pratica e funzionale nell’ondeggiare della storia che non ha particolari sussulti, almeno fino alla parte conclusiva, rocambolesca e un po’ confusa, perché quando diventa “tutto reale, molto plausibile”, Shotgun Lovesongs sfuma in una breve coda melanconica. Nickolas Butler mantiene una certa sobrietà nell’assemblare le diverse esistenze, solo che le identità rimangono sfuggenti. I lineamenti  sono descritti al minimo sindacale, dal solido Henry (“Il segreto è una buona colazione e calze robuste. Ma più di quello, conta essere felici. E ancora più di quello, conta lavorare sodo”), alla titubante Beth, dall’intraprendente Kip e infine all’enigmatico Lee, nell’addentrarsi di Shotgun Lovesong e nell’accavallarsi dei ruoli, ma alcune lacune diventano via via sempre più ingombranti. Verso la metà, la narrazione comincia a ripetersi e ad arrancare: l’atmosfera è sempre in sospeso tra la commedia e il dramma, senza cedimenti in nessuna delle due direzioni, ma anche senza approfondirle. Pesa più di tutto, vista anche l’importanza che riveste per Shotgun Lovesongs, l’assenza della musica e delle canzoni di Lee: rimangono indefinite in un contesto che sembra comprendere “echi di Bob Dylan o Neil Young, permutazioni del loro lavoro” e i Guns N’Roses, quando poi tutti ascoltano l’ordinaria amministrazione country & western di Garth Brooks. Se è pertinente (eccome) l’evocazione di Can’t Help Falling In Love, l’identità musicale di Lee rimane tra parentesi, e non è un difetto da poco. Potrebbe stare tra 14 Songs di Paul Westerberg o Heartbreaker di Ryan Adams, ma sarebbe stato bello scoprire cosa c’è in Shotgun Lovesongs, il suo più grande successo e nello stesso tempo il suo disco più rappresentativo. Invece rimane lì sospeso in mezzo all’heartland ed essendo anche il titolo del romanzo, resta l’interrogativo riguardo al “fatto di esserci sentiti come se fossimo separati da tutto quello che conoscevamo, come se fossimo migliori del posto che ci aveva fatti. Eppure, allo stesso tempo, essere innamorati di tutto quello”. Tutto quello che rimane è Little Wing il Wisconsin, “out there in the middle” per dirla con James McMurtry, una smalltown dove tutti si conoscono e che è il vero palco di Shotgun Lovesongs perché “l’America, per, me è gente povera che suona musica, gente povera che condivide il cibo e gente povera che balla anche quando tutto il resto nella loro vita è così triste e disperato che sembra non debba esserci alcuno spazio per suonare, mangiare o abbastanza energie per ballare”. Ci si accorge troppo tardi che “la vita era successa”, e quando avviene, il romanzo è già passato e le sue tracce sono sbiadite, come le orme nella neve dei suoi confusi protagonisti.

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