giovedì 19 ottobre 2023

Silas House

Da un’era precedente e lontana arrivano canzoni come Wildflowers di Tom Petty, With Or Without You degli U2, The One I Love dei R.E.M (a sottolineare un momento particolarmente drammatico), Angel From Montgomery di John Prine, The Story di Brandi Carlile. Un tempo diverso che è sfumato insieme ai versi e alla musica. Quello che viene dopo è un incubo, non molto lontano. Un buco nero: gli incendi, frutto di una mutazione climatica, le persecuzioni e i massacri, derivati dalla follia antropica, spingono il giovane Lark, la sua famiglia e un’indistinta massa di profughi dall’America fino in Irlanda. Fin lì sono tutti sopravvissuti, ma la traversata è tragica e prima di arrivare sulla costa europea Lark perde i genitori. Sono tutti consumati, feriti, esausti e, quando è il momento di sbarcare, sono accolti da colpi d’arma da fuoco. Nessuno li vuole. Lark si salva nelle acque dell’oceano e si incammina nella brughiera: solo, impaurito, affamato  incontra un cane, un beagle, Seamus, così chiamato in onore del poeta irlandese (premio Nobel) Seamus Heaney e poi Helen, una donna che ha perso il figlio perché “quelli erano giorni infelici che sfidavano la giustizia o la razionalità”. Insieme si mettono in viaggio verso Glendalough, una sorta di Shangri-La, in realtà un piccolo villaggio attorno a un monastero, di cui conoscono soltanto il nome, ma che gli è stato raccontato come l’ultima (e unica) meta verso la salvezza. L’ascesa di Lark ricalca La strada di Cormac McCarthy, ma anche molta cinematografia distopica che in realtà cerca di comprendere le apocalissi quotidiane, ma qui gli elementi fondativi della letteratura americana secondo Harold Bloom (il mare, la madre, la notte, la morte) trovano connotazioni precise, vengono affilati e ridisegnati nei meandri di un’Irlanda ombrosa, cupa e capolinea di un’emigrazione al contrario, quasi una legge del contrappasso sulle fondamenta dell’America. L’amore filiale di Cormac McCarthy è sostituito dall’affetto per il cane, la vita quotidiana è irta di difficoltà e minacce: dietro ogni angolo, ogni ombra, c’è una svolta violenta. La rappresentazione del mondo “dopo” costituisce un territorio lugubre e misterioso, non privo di un suo fascino, che emerge nelle accurate descrizioni di Silas House. La natura, dalle onde  dell’Atlantico ai rilievi irlandesi, sottolinea una cammino dantesco verso una meta che è una specie di illusione, se non proprio un’utopia e qui, forse, sta tutto il senso del pellegrinaggio di Lark, di Seamus e di Helen. Il messaggio è lapidario: niente è facile, tutto è un rischio. Bisogna restare immobili, e continuare a muoversi: questa contraddizione è il modo con cui Lark ha imparato a sopravvivere, ma non sempre la scansione tra i due momenti è così nitida. È tutto molto cagionevole: alberi e rocce sono ripari provvisori e limitati e fanno da cornice a ogni gesto. Silas House scruta con una lente che a volte è microscopio e a volte binocolo: la prospettiva passa dall’infinitesimo (persino le pieghe del pelo arruffato di Seamus) al panoramico, dalla rarefazione delle emozioni travolte dal disastro dell’umanità alla distesa dei paesaggi che incombono. Nelle pieghe dei contrasti solo Lark riesce a intravedere un significato: “L’unica cosa che mi dava la forza di andare avanti era l’occasionale sorpresa di una bellezza tra tanta desolazione: il giallo stupefacente delle ginestre, il verde brillante delle rocce muschiate nei ruscelli impetuosi, i cieli grigi, il mare agitato, i muri di pietre sgretolati”. Lo stesso movimento riguarda i ricordi, il passato e il presente che si alternano a ondate nel racconto di Lark. Prima e dopo, finché una volta arrivati, Lark riflette: “La nostra è stata una storia felice, perché eravamo insieme. Ci aspettavano giorni di fame e di miseria. Giorni in cui dovevamo ricominciare tutto da capo. Ma non ci siamo arresi. Abbiamo vissuto. Giorni di festa e di lutto. Periodi di quiete e di fuoco, di nuvole temporalesche e cieli talmente azzurri da scatenare quella malinconia che si prova quando si assiste alla bellezza. Giorni di semplice sopravvivenza. Ma c’erano giorni di meraviglia”. Se proprio servisse una canzone come sigla finale ci vorrebbe, giusto per restare allineati alle canzoni del “prima”, Not Dark Yet di Dylan, quando dice “non ricordo neppure da dove fuggivo, quando sono caduto qui” e, va da sé, “non è ancora buio, ma presto lo sarà”.  Si sopravvive soltanto nell’immutato ricordo dell’amore. Nell’ombra restano i fondamentalisti, i soldati, i banditi, i predatori, gli sbandati. Nessuna pietà, ma attenzione, non è una proiezione del futuro, sembrano le notizie di ieri.

1 commento:

  1. Da ornitologo mi piacerebbe far notare che il titolo originale "Lark ascending" fa riferimento ad una particolare "storia naturale". Infatti, cita i voli nuziali di un gruppo di uccelli, gli alaudidi (in inglese Larks), che in primavera compiono dei particolari voli verso l'alto emettendo allo stesso tempo complessi canti. La specie più conosciuta è l'allodola (in inglese, non per niente, skylark). D'altronde l'autore, come spesso gli anglosassoni, sembra appassionato di natura. Non è la prima volta che questo affascinante comportamento ispira opere d'arte (https://it.wikipedia.org/wiki/The_Lark_Ascending). Sperando fare cosa gradita

    RispondiElimina