Nella poesia di Robert Lowell, e in particolare nelle liriche di Giorno per giorno, c’è una speciale forza magnetica che attrae e nello stesso modo respinge. L’elemento trascinante è senza dubbio il ritmo, quel flusso costante che asseconda e spinge ogni verso. In quella che il collega William Meredith definiva la qualità “drammatica e narrativa” vibra una musicalità che non perde mai tensione, è avvolgente e ipnotica. All’opposto il tessuto più intimo delle poesie è così fitto e intenso, nella scelta dei temi e dei vocaboli, negli accostamenti e nelle associazioni, da risultare spesso e volentieri impenetrabile. In Giorno per giorno questa corrente che sostiene e si nutre delle parole, gonfie di prosa, trame e personaggi che si avvicendano, in un scintillio vivido e intenso, si nota già nella collusione tra miti e realtà di Ulisse e Circe, e basterebbe lo specifico e insolito ritratto di Penelope (“Lei non vede nessuna prodezza nella sua fuga o nel ritorno, dieci anni avanti, dieci indietro”). Più in generale in Giorno per giorno, prevalgono la dimensione del sogno (come in Suicidio: “Tu vieni solo nelle tormentose allucinazioni della notte, quando, nel sonno, la mia mente profetica prova cose ancora non successe”), della contraddizione (evidente in Il giorno: “Insieme per sempre, innamorati della nostra natura, come se alla fine, nel matrimonio col nulla, potessimo mai sfuggire dall’essere completamente al sicuro”), dell’espressione apodittica che si manifesta in Nella corsia (“Da qualche parte il tuo spirito ha vissuto la vita più alta; tutti i posti in confronto si riducono a niente”) così come in Dal 1939 (“Mi mancano più cose, ora sono più consciamente in errore”). La poesia come vera “arte del possibile” permette a Robert Lowell di raccontare un’idea di nazione in Il nostro aldilà (“Un tempo l’America si stendeva incolta e dorata, non appannava il nostro parabrezza”), persino un’elaborata cognizione del tempo perché, come si vede nella dedica A Frank Parker, “il passato cambia più del presente” e come ribadisce in Qui ci prendemmo il nostro paradiso, “la follia viene da qualche cosa, il presente, sì, vi siamo dentro; è l’infezione delle cose passate”. Il riferimento diventa personale e contingente quando scrive che “l’età è l’acqua sporca che non si scuote dallo spazzolone”, e l’ora del crepuscolo è sentita più di tutte le altre. Gli omaggi a Robert Penn Warren, ad Hart Crane in Settimo anno, a Walt Whitman in Ombra ricordano che, come scrive in Vicino a Central Park, “la nostra lieve intimità di riferimenti è integra” e la riconoscenza di Robert Lowell è ricambiata da un altro grande poeta, Derek Walcott quando nota come “nelle sue ultime poesie, la luce non viene da sola, ma da tutte le direzioni, ed è fioca e instabile”. L’inquadratura è perfetta, la missione resta quella descritta in Epilogo: “Noi siamo poveri fatti passeggeri, da ciò ammoniti a dare a ogni figura nella fotografia il suo nome vivente”. Come ha scritto con grande generosità Seamus Heaney, quelle di Giorno per giorno sono “preghiere, atti di ringraziamento e di contrizione, atti di speranza”. L’ultimo saluto di un poeta multiforme, ricchissimo, imprevedibile quanto rigoroso, va forse cercato in Partenza dove è convinto che “non si può ripetere; solo esagerando potrei dire la verità” ed è, a modo suo, definitivo.

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