martedì 7 aprile 2026

Philip Roth

Tra il New Jersey e New York, Alexander Portnoy, un figlio della radio e della seconda guerra mondiale, confessa al proprio analista, a cui lascia spazio soltanto per una minuscola battuta finale, i suoi travagliati ed esuberanti riti di passaggio. Sono parecchi e le distanze cominciano a misurarsi nell’ambito famigliare, dove piangono tutti, prima o poi. È soltanto un dettaglio, tra i tanti: i contrasti con i genitori sono a geometria variabile, si collocano tra “lo sproporzionato e il melodramma” e si diffondono come pulviscolo radioattivo. Pesano le proiezioni del padre, perché, come dice lo stesso Alex, “la mia liberazione sarebbe stata la sua, dall’ignoranza, dallo sfruttamento, dall’anonimato”. La figura paterna, ansiosa, tormentata dalla stitichezza e dalla rigorosa aderenze alle regole e alle formalità civili e religiose, ha una sfumatura malinconica che la tiene in ombra, se non proprio nascosta. L’irriverenza e la gioiosa felicità dello scontro si manifestano piuttosto nel rapporto con la madre che è il principale terreno di battaglia di Portnoy: “Era mia madre che riusciva in ogni cosa, lei stessa era costretta ad ammettere di essere forse troppo in gamba. E un bambino con la mia intelligenza e la mia capacità di osservazione poteva dubitare che fosse vero?”. La famiglia è il primo e ricorrente teatro della pirotecnica deflagrazione di Portnoy e insieme il suo punto di non ritorno nonché inevitabile capolinea: “Per quanto grande fosse la mia confusione, per quanto profondo appaia in retrospettiva il mio turbamento interiore, non ricordo di essere stato uno di quei ragazzi che desideravano vivere in un’altra casa con altra gente, qualunque fossero le mie brame inconsce a tale proposito”. Il “lamento” è assiduo, continuo e reiterato e, per Alex, è “la chiave per comprendere cosa abbia forgiato il mio carattere, la ragione per cui vivo in questa condizione, travolto da desideri che ripugnano alla mia coscienza e da una coscienza che ripugna ai miei desideri”. Il complesso edipico è soltanto l’inizio: il leggendario onanismo e la conseguente, interminabile apologia della masturbazione e del sesso in generale lasciano spesso la sensazione di svegliarsi “nel bel mezzo di un sogno umido”. Dalla dimensione solitaria si passa a una condivisione con risvolti più o meno aberranti, ma per Portnoy il sesso equivale alla vita, e se la lussuria diventa una sorta di scelta politica, il romanzo si rivela un arrembaggio linguistico senza sosta, con il dramma e la commedia che convivono “perché con il sesso l’immaginazione umana vola”, ed è la pura e semplice verità. Caotico e anarcoide, eppure limitato e concentrato nelle sue contumelie, Philip Roth trasforma il monologo di Portnoy in una sferzata contro i luoghi comuni della famiglia, della religione (“Io sono un bel niente quando c’è di mezzo la religione, e non pretendo di essere qualcosa che non sono”), delle istituzioni e delle consuetudini e dell’America in sé. Molto crudo e onesto quando si tratta di parlare degli americani che Philip Roth rappresenta così: “Quello che vogliono se lo prendono, e al diavolo i sentimenti degli altri esseri (per non parlare di gentilezza e compassione). Sì, è tutto scritto nella storia ciò che hanno fatto i nostri illustri vicini, padroni del mondo e totalmente ignoranti dei confini e dei limiti umani”. Portnoy, a dispetto del suo assillo erotico e nevrotico, sa toccare contraddizioni e idiosincrasie, ma riesce anche ad allargare uno sguardo del tutto personale verso un’esigenza universale: “Può essere che il lato sconcio, dionisiaco e suicida della mia natura ne abbia tratto baldanza; che abbia imparato la lezione secondo cui per infrangere tutto ciò che devi fare è... Tirare dritto e infrangerla! Tutto ciò che devi fare è smettere di tremare e di ritenere la cosa inimmaginabile e al di là della tua portata: tutto ciò che devi fare è farlo!”. Irriverente, caustico, sardonico, Portnoy è unico nel raccontare “la civiltà e le sue insoddisfazioni” e conserva, intatte, tutte le qualità eccentriche e, forse oggi più di allora (1967, circa) resta un oggetto letterario contundente, e quanto mai necessario.

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