venerdì 13 febbraio 2015

Raymond Carver

Con le short stories raccolte in Chi usato questo letto, Raymond Carver aveva ormai raggiunto la maturità di “uno scrittore che ha una maniera particolare di guardare le cose e riesce a dare espressione artistica a quella sua maniera di guardare le cose”. Se quella era la sua aspirazione, i racconti, che poi costituiranno la coda conclusiva dell’antologia Da dove sto chiamando, compilata dallo stesso Raymond Carver, hanno una bellezza rarefatta, con toni lirici contigui alla poesia, come scrive Riccardo Duranti, il suo traduttore italiano, nella postfazione. Scatole, Chi ha usato questo letto, Elefante e Pasticcio dei merli sono esemplari nel fotografarne l’evoluzione nell’equilibrio cercato con insistenza tra gli spunti autobiografici e le continue rivisitazioni in forma di racconto. In questo senso, emergono, più degli altri, Intimità (“Rimpianti, dico io. Non è che m’interessano tanto, a dir la verità. Non è una parola che uso molto spesso. Soprattutto perché non ne ho molti, immagino. Ammetto di avere un debole per il lato oscuro delle cose. Il più delle volte, almeno. Ma rimpianti? Mi pare proprio di no”) e soprattutto Menudo, dove Raymond Carver sembra confessarsi in modo piuttosto esplicito: “Non mi sto mica lamentando, sto semplicemente dicendo le cose come stanno. Sono ridotto a non credere più a niente. E devo andare avanti così. Senza destino. Solo la prossima cosa che mi capita e che significa quello che penso che significhi. Mi tocca andare avanti per impulsi ed errori, come tutti, del resto”. E’ proprio all’interno di Menudo che Raymond Carver definisce l’essenza del suo personaggio, quasi l’archetipo del protagonista di tutti i suoi racconti: “Un tipo qualunque che non si può prendere per una persona speciale neanche per sbaglio. Ma lui è una persona speciale. Almeno secondo me sì. Tanto per cominciare ha una notte intera di sonno dietro di sé, e poi ha appena abbracciato sua moglie prima di andare al lavoro. Ma prima ancora che parta, è già atteso a casa un certo numero di ore dopo. E’ vero, nel più grande ordine delle cose, il suo ritorno a casa sarà un evento della minima importanza, però sarà sempre un evento”. L’eccezione, in Chi ha usato questo letto, forse un momento rimasto più unico che raro negli scenari di Raymond Carver, è L’incarico dove racconta Cechov, uno dei suoi punti di riferimento, di cui custodiva tra gli appunti, questo scampolo di corrispondenza: “Lei ha ragione nel pretendere che un artista affronti il proprio lavoro con intelligenza, ma confonde due cose: la risoluzione di un problema e la sua esatta formulazione. Solo la seconda è obbligatoria, per un artista”. E’ una parte che Raymond Carver ha svolto con estrema, ossessiva precisione, qui giunta al suo zenith, come ricordava anche Richard Ford: “Tutto quello che sapeva, che poteva scoprire, che inventava su sé stesso, tutto quello che pensava potesse essere utile o piacevole o rivelatore nella vita, Ray lo mise nel suo lavoro. Soprattutto, nel suo lavoro scrisse tutto quello che sapeva o riusciva a intuire della fragilità umana e tutto quello che poteva immaginare o dire per offrire conforto a quella fragilità”. Non c’è un altro modo per dirlo meglio.

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