lunedì 27 gennaio 2014

Larry Sloman

“Cazzate” scrisse un dirigente della Columbia in cima alle quattro pagine del prospetto del Rolling Thunder Revue. Sarà. D’altra parte, secondo Joan Baez la proposta funzionava così: “Al costo di 7,50 dollari offriamo uno spettacolo terapeutico, anticonformista, alternativo”. Le visioni sono contrastanti già a partire dalla definizione: in apparenza è stato un bizzarro medicine show, in realtà, come ammette lo stesso Dylan, il Rolling Thunder Revue era ispirato dalla commedia dell’arte, anche se la percezione più sensata alla fine è stata quella di uno dei tanti fans accorsi, che l’ha vissuto “come un cazzo di sogno”. In fondo, non c’è riuscito nemmeno Sam Shepard a tradurre “la confusione, l’estasi, la depressione, gioia e il tumulto, la furia e l’amore e la rabbia e la noia e la trascendenza di sei settimane sulla strada, sei settimane di una comune ambulante, un baraccone musicale su quattro ruote, il vero Magical Mystery Tour”. Con Bob Dylan, nell’epicentro del terremoto perché, proprio come lo definisce Kinky Friedman, “è stato quasi tutto ciò che può diventare un essere umano dall’animo inquieto, in continua trasformazione alla ricerca delle sicurezze perdute dell’infanzia”. Larry Sloman o Ratso, nel gergo del Rolling Thunder, non va altrettanto per il sottile e lo racconta senza filtri. E’ un reportage grezzo e gonzo, diretto e trascinante, senza il minimo tentativo di addomesticare la vita caotica On The Road With Bob Dylan. Si può solo immaginare: in più, per dirlo in termini diplomatici, Ratso è una persona non grata all’interno del Rolling Thunder Revue, è un inviato di una rivista poco amata (Rolling Stone) con una naturale predisposizione all’indolenza e alla polemica, tanto è vero che è poco sopportato persino dalla sua stessa redazione. Gli alterchi telefonici con Chet Flippo sono soltanto un diversivo, tra i tanti, di un flusso inarrestabile di parole come fuochi d’artificio frutto, per dirlo con Kinky Friedman, di “tempi in cui nessuno aveva idea di quello che diceva”. Il dialogo tra Ratso e Joni Mitchell con T-Bone Burnett in funzione di avvocato, la lunga conversazione telefonica con Michael Bloomfield, i confronti quotidiani con Joan Baez e le scalate dialettiche di sesto grado con lo stesso Dylan riportano “i pensieri, i commenti, i sogni sconclusionati e intimi al tempo stesso, di una bellezza che a volte va oltre le parole e la musica e a volte si rivela profetica, il tutto sprigionato da una combriccola di banditi in viaggio per l’America”. Ne fanno parte Leonard Cohen, Scarlet Rivera, Roger McGuinn, Emmett Grogan, Robbie Robertson, Allen Ginsberg, Ramblin’ Jack Elliott e poi “party girls & broken poets”, come direbbe Elliott Murphy, che Larry Sloman sbatte senza soluzione di continuità in un zingaresco diario di viaggio. All’alba del 1975, utopie, rock’n’roll e poesie e il fantasma di Jack Kerouac, valgono un pass, una farmacia, un cambio di gomme. Ratso non mente: la vita on the road (con o senza Dylan) è dura. Il resto è leggenda.

mercoledì 22 gennaio 2014

H. P. Lovercraft

Biografia di uno scrittore da quattro soldi è un piccolo libro (ottanta pagine, più o meno) che rivela moltissimo di H. P. Lovercraft e, per estensione, di tutta la letteratura fantastica. In gran parte è una sorta di diario sostenuto dagli spunti autobiografici, mentre più ci si addentra e più si prende coscienza della portata del suo lavoro. Su Danse Macabre, Stephen King lo ricordava così: “Lovercraft è stato definito uno scribacchino, descrizione che rifiuto con forza, ma che lo sia stato o non lo sia stato, e se era uno scrittore della cosiddetta letteratura (dipende dalla vostra tendenza letteraria) non importa molto in questo contesto, perché in ogni caso Lovercraft prese il suo lavoro molto sul serio. E si vede”. Il carattere popolare della scrittura di H. P. Lovercraft, e per esteso della letteratura del fantastico, godono proprio di quell’impegno che in Biografia di uno scrittore da quattro soldi viene ribadito così: “Quello che insisto a fare, è cercare di riprodurre atmosfere e sensazioni al meglio delle mie possibilità. I risultati potranno essere miseri, ma preferisco puntare a un’espressione letteraria di valore, piuttosto che accettare gli standard artificiali di una narrativa scadente”. Spulciando la Biografia di uno scrittore da quattro soldi si scopre, prima di tutto, il nucleo della letteratura fantastica secondo Lovercraft che è “un vago disagio nei confronti dell’era moderna, in modo da pensare al tempo come a un’entità mistica e portentosa, all’interno della quale si può scoprire ogni genere di meraviglia inaspettata”. La traduzione di questa percezione in scrittura avviene secondo un paio di schemi molto efficaci. Primo: “i racconti fantastici possono essere raggruppati in due categorie approssimative: quelle in cui l’orrore o la meraviglia sono legati direttamente a una condizione o un evento, e quelli che riguardano le azioni dei personaggi e la loro connessione alla condizione particolare o all’evento bizzarro”. Secondo, fondamentale assioma: “E’ l’atmosfera, e non l’azione, il più grande obiettivo della narrativa fantastica”. E’ il carattere popolare della sua scrittura quello che emerge in questa Biografia di uno scrittore da quattro soldi, sottolineato in modo ironico anche dal titolo (quanto mai appropriato) perché poi “ci sarà sempre una piccola percentuale di persone che brucerà di curiosità per lo spazio esterno inesplorato, che desidererà ardentemente di scappare da quella prigione chiamata realtà sconosciuta. La meta di questi viaggi sono le terre incantate, piene di avventure incredibili e infinite possibilità, che i sogni aprono a noi, o che sono evocate, per un secondo, dalla visione di foreste impenetrabili, torri singolari o tramonti fiammeggianti”. La sua influenza è enorme, palese e cruciale: basta scorrere l’elenco di note e soggetti appena accennati in coda alla Biografia di uno scrittore da quattro soldi per trovare una mezza dozzina di trame di altrettanti romanzi di Stephen King, per dire quanto il suo miglior allievo abbia imparato dal maestro.

domenica 19 gennaio 2014

William Burroughs

E’ noto che, dai Soft Machine ai Nirvana, il legame di William Burroughs con il rock’n’roll è stato lungo, esteso e proficuo. Gli elementi della simbiosi sono rimasti gli stessi: la condivisione dello stesso underground, il gusto per lo scarto di lato, per la provocazione e la ribellione, lo spirito iconoclasta e irriverente, la lingua dura e tranchant, tutti gli spigoli vivi di un lucidissimo visionario convinto che “il linguaggio è a tutti gli effetti un virus che ha raggiunto una condizione di equilibrio con l’organismo ospitante, e quindi non è avvertito come tale”. E’ questa vitale considerazione che ha spinto William Burroughs alla ricerca di nuovi legami tra forme d’arte diverse, per certi versi proiettate in sensi contraddittori. L’origine stessa del cut-up, la parte più innovativa della sua scrittura, proviene dalle arti figurative, come racconta in Rock’n’Roll Virus: “Che cosa sono le parole? In che direzione stanno andando? Il metodo del cut-up tratta le parole come un pittore usa i colori, materiali grezzi con regole e significati loro propri”. Nell’incontro con la musica, dove si è sempre confessato ignorante e inadeguato, William Burroughs aveva visto invece qualcosa “in grado di evocare una situazione del passato, in modo molto più accurato rispetto, per esempio, a un sottofondo neutro fatto solo di parole”. Rock’n’Roll Virus raccoglie interviste che, a seconda degli interlocutori, si rivelano dialoghi dagli esiti imprevisti: David Bowie, Patti Smith, Blondie, Devo. Molto degli esiti dipende dallo differente spessore dei convenuti: l’intervista con i Blondie si risolve in una specie di chiacchiera omnicomprensiva che racchiude opinioni e divagazioni dagli UFO all’assassinio di Kennedy. Quella con Patti Smith, con William Burroughs che sembra persino in soggezione, è tutta concentrata sulla protagonista di Horses e sulla sua passione per il rock’n’roll. Più articolate e interessanti quelle con Robert Palmer e David Bowie, che trarrà spesso ispirazione dal lavoro di Burroughs. In un modo o nell’altro, la musica è un punto di partenza: “Quello che mi ha sempre interessato è la libertà che c’è nelle dissonanze. Mi è sempre piaciuto che la pagina fosse un costringere liberamente ovvero un instradare le parole in una nuova partitura che è poi la pagina. Fondamentale è il tono, senza ombra di dubbio. La scrittura diventa così una partitura di parole, dove il respiro del corpo e quello della mente si muovono insieme, proprio come nella buona musica, senza niente di scontato”. Anche nella natura frammentaria di Rock’n’Roll Virus emerge comunque la personalità di Burroughs: quando confessa limiti e ambizioni: “E’ questione di raggiungere un grado di precisione sufficiente. Se sapessi veramente scrivere, potrei realizzare qualcosa che uccidesse tutti quelli che leggano. Lo stesso vale per la musica e per qualsiasi tipo di effetto desiderato che si possa produrre sviluppando un sufficiente controllo sulle proprie conoscenze o su una tecnica specifica”. Sempre validissimo.

domenica 5 gennaio 2014

Dorothy Parker

Testimone coraggiosa, scomoda e vitale della prima metà del ventesimo secolo, essendo nata nel 1893 e scomparsa nel 1967, Dorothy Parker ha una precisione chirurgica nel descrivere i modi affettati della borghesia, le convenzioni e i cliché consumati nell’ambito ristretto delle famiglie. I suoi ritratti dei vizi e delle abitudini della nascente middle class sono impietosi e anche nell’eleganza e nella raffinatezza della sua scrittura, comprese le formali presentazioni dei personaggi che sono tutti e sempre Mr e Mrs, Dorothy Parker non concede nulla ai luoghi comuni casalinghi, che sono il suo bersaglio preferito. La famiglia, in particolare la sfera matrimoniale, con tutti i pregiudizi e le idiosincrasie del caso è la sua principale fonte di ispirazione e nello stesso tempo il fondale delle storie e Dorothy Parker è sferzante, impietosa, a tratti persino cinica, anche perché “l’innocenza è una gran cosa, una cosa deliziosa, persino attraente, nel momento e nel luogo opportuni: ma portata alle estreme conseguenze è semplicemente ridicola”. L’ampia galleria di caratteri e volti rappresentati in Eccoci qui è un esempio più che sufficiente: Dorothy Parker ne illustra e ne rilegge i tic persino con una sottile vena di sana perfidia, incastrando i suoi personaggi nell’angolo che loro stessi hanno ricavato tra le mura domestiche. Siano i pregiudizi razziali (e razzisti) di Composizione in bianco e nero o l’inversione repentina, dalla frivolezza alla depressione, di Hazel Morse in Una bella bionda, o i suggerimenti per comprendere le trame dell’amore che un personaggio rispecchia nell’altro in Consigli alla piccola Peyton o ancora le brutali deviazioni che Mr Durant impone per sentire “nella coscienza che era tutto sistemato, tutto pronto, per ricominciare da capo”, Dorothy Parker incide in modo indelebile le psicologie dei protagonisti che lievitano frase dopo frase e in pochissime pagine rimangono inchiodati alla loro mediocrità. Succede con Mr e Mrs Wheelock, e la figlia Sister, ritratti nel bucolico pomeriggio per Che bel quadretto e così per le attenzioni che gli impeccabili Mr e Mrs Matson dedicano al figlio adottivo, Il piccolo Curtis: le apparenze e i modelli di comportamento danno “la sensazione di aver fatto qualcosa di compiuto”, solo che nel giro di poche pagine, una dozzina al massimo, Dorothy Parker s’incunea nelle pieghe delle contraddizioni e solleva, con una scrittura algida, puntuale, ancora attuale oggi a distanza di quasi un secolo, il sipario delle ipocrisie e delle contraddizioni, delle frustrazioni e dei sotterfugi di un’umanità edulcorata. Siano novelli sposi o consumati coniugi, spesso quello che lega gli uomini e le donne di Eccoci qui, è “un silenzio carico di significati”. E’ proprio in quella terra di nessuno che la voce e lo stile, e anche lo spirito indomito, di Dorothy Parker fanno emergere le tensioni sommerse, senza spiegarle, e lasciano al lettore lo spazio e il tempo per immaginarsi l’evoluzione delle vite e dei sottintesi dei racconti di Eccoci qui. Da riscoprire.