sabato 8 ottobre 2011

James Lee Burke

Dall’omicidio di due donne (bianche), Dave Robicheaux ricostruisce un’intricata geografia di connivenze e di identità che ha come sfondo un paesaggio razzista e violento popolato di fantasmi. In realtà La ballata di Jolie Blon comincia piuttosto con The Things That I Used To Do di Guitar Slim, citazione raffinata e quanto mai puntuale che collima con i tormenti di Streak alias Dave Robicheaux: “Non avevo mai sentito una voce più carica di dolore della sua. Non c’era traccia di autocommiserazione in quel brano, solo la rassegnazione al fatto che la persona che più amava al mondo, sua moglie, fosse diventata una donna dissoluta, che non solo aveva rifiutato il suo amore, ma si era persino data a un uomo crudele”. Una canzone trasformata in una biografia che introduce alla perfezione La ballata di Jolie Blon, a partire da un altro bluesman disperato, che Dave Robicheaux trova incrociando la sua strada con un galleria di personaggi memorabili: un avvocato corrotto, un aguzzino demoniaco, un venditore di bibbie e un vecchio fantasma che gli è sempre amico. Sul questa puntata della saga di Dave Robicheaux, il detective più famoso e tormentato della Louisiana, aleggia un’atmosfera metafisica, quasi spirituale. Nell’occasione, il suo avversario principale (e il più pauroso, a dir la verità) si chiama Legion Guidry ed è un aguzzino che nel fiore dei suoi anni era solito abusare delle donne (di colore). Rimasto impunito, con l’età ha cominciato ad apprezzare il sapore acre del potere e, inevitabilmente, l’anarcoide Robicheaux sente subito puzza di bruciato e lo confessa, prima di tutto a se stesso: “Non mi ero mai sentito così solo in vita mia. Ancora una volta bruciavo dal desiderio quasi sessuale di richiudere le dita attorno al calcio di una pistola pesante, di grosso calibro, di sentire l’odore acre della cordite, di liberarmi da tutte le responsabilità che soffocavano la mia vita togliendomi il respiro dai polmoni. E poi capii che cosa dovevo fare”. Sulla scena di La ballata di Jolie Blon, popolata da una mezza dozzina di personaggi picareschi, scivola lentamente un fantasma del suo passato, un vagabondo che si spaccia per il medico che gli salvò la vita in Vietnam. Se il nome del nemico è Legione, quello dello spettro fraterno (che ricorda non poco l’ectoplasma di Un angelo in fiamme) si chiama Sal che, come tutti sanno, è il diminutivo di Salvatore. L’epico scontro, nella visione manichea di Dave Robicheaux, diventa una visione spettrale con tanto di tuoni e fulmini: una battaglia senza esclusioni di colpi che però non risolve le angosce e i dubbi dell’alter ego di James Lee Burke. La ballata di Jolie Blon s’incastra perfettamente nell’epopea di Dave Robicheaux ed è un romanzo che si legge in una sera, o poco più, perché James Lee Burke conosce i lettori almeno quanto i suoi personaggi e non manca di andare a segno. Resta però irrisolta quell’aura mistica, quella riduzione dello scontro tra il bene e il male che magari avrà sempre bisogno di un’altra puntata.

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